Chi ragiona ancora come se potesse accadere che dopo le elezioni una coalizione governerà per tutta la legislatura ragiona male, molto male. Qualunque sarà legge elettorale (proporzionale, maggioritario, italicum, porcellum o tacchinum) continuerà ad accadere quanto successo dal 1948 a oggi: durata media dei governi pari a circa un anno, la fiducia usata per le spartizioni nell'assalto alla diligenza (forse qualcosa si vedrà anche con la prossima legge di stabilità), emendamenti notturni per le questioni più spinose (o più lobbistiche), blitz estivi o del venerdì per rispettare le regole europee e di bilancio.

Solo il debito pubblico non potrà tornare ai fasti pre-EU. Intanto tutti i leader politici hanno iniziato a ragionare sul vietnam parlamentare che si potrà scatenare nel prossimo Parlamento. Tutti i leader, grandi e piccoli, degli ultimi 30 anni: Berlusconi, Prodi, D'Alema, Bersani, Franceschini, Pisapia, Tabacci, Renzi, Orlando, Letta, Fratoianni, Toti, Salvini. La torta è grande perché si tratta di 630 deputati e 315 senatori. E la gara d'appalto è frazionabile in tanti lotti. Dopo il 4 dicembre 2016 e la sentenza della Corte Costituzionale sull'italicum per ognuno di questi leader il target è 3% alla Camera e 8% al Senato.

Tra questi leader ce ne sono molti pronti a fondarsi un proprio partito. La teoria dei giochi premierà chi saprà usarla meglio, ma il frazionamento è fisiologico. Soprattutto lo è per il PD che era nato da un'aspirazione maggioritaria che nel 2016 è stata disconosciuta dallo stesso PD. Da quel pezzo di PD che non è mai stato progressista, diciamo. Non sarà una consolazione ricordargli ogni volta di aver votato NO, anche perché sembra che molti non abbiano capito perché lo hanno fatto. E non capiscono che il PD lo hanno smontato loro, negando con il NO le ragioni della sua nascita, prima ancora di Renzi o il giglio magico.