Racchiudere tutta la storia di Francesco Totti in pochi minuti è impossibile. Stiamo parlando di un simbolo, di un campione assoluto, di un uomo unico e straordinario che è rinato mille volte. Stiamo parlando di una figura mitologica che non solo continua a rinascere dalle proprie ceneri ma che ha dei superpoteri: addomestica il pallone così come un suo omonimo, tale Francesco d’Assisi, poi divenuto Santo, faceva con le bestie. Ha una visione periferica degna di Malocchio Moody ed una potenza nel calciare quella sfera da far invidia all’invenzione che ha reso celebre Alfred Nobel. C’è chi dice che Totti è come il Colosseo, chi che è come il Papa, c’è chi dice che è semplicemente il calciatore italiano più forte di tutti i tempi.
Francesco nasce a Roma, nel 1976, e come tutti i bambini comincia a giocare prestissimo a calcio in varie giovanili fino all’età di 12 anni. Totti era alla Lodigiani e la Lazio, da poco tornata in Serie A ha messo gli occhi sul ragazzino e si accorda con la società. Francesco Totti andrà a giocare per i biancocelesti, è tutto fatto, ma non avevano messo in conto la caparbietà di Giannini, responsabile del settore giovanile della Roma che va dalla famiglia di Francesco, giallorossa nell’anima, e la convince a rifiutare il contratto perché uno come Totti deve giocare nella Roma. Si crea un caso diplomatico che verrà risolto dal presidente Viola in persona: incontra la dirigenza della Lodigiani e gli offre due calciatori e 300milioni di lire. Per un dodicenne non è niente male.
Totti così va alla Roma ed entra in contatto con il suo idolo, capitan Giannini. Si ispira a lui, ne copia i movimenti e li sperimenta nei primi Derby quando tra le fila della Lazio giocava un altro ragazzino che si sarebbe fatto un nome, Alessandro Nesta.
Totti, fin da piccolo, è palesemente più forte degli altri, non può giocare con i pari età ed ha bisogno di sfogare il suo talento con i più grandi. Già a 9 anni giocava con i 15enni e li batteva nell’uno contro uno grazie ad una tecnica sopraffina. Francesco è nato per giocare con la pelota tra i piedi. A Roma c’è un uomo che lo ama profondamente, Carlo Mazzone, che lo vuole in prima squadra.
Carletto sa che un ragazzo venuto dal nulla, senza una buona cultura di base, può montarsi la testa facilmente così lo inserisce col contagocce facendolo allenare costantemente con la prima squadra. In 3 anni gioca poco ma migliora vertiginosamente. È un trequartista nato per fare assist, è il numero 10 ideale. A 20 anni entra stabilmente in prima squadra, Mazzone lo preferisce spesso a giocatori come Balbo e Fonseca ma quando il mister va via cominciano i problemi, è il ’96 e la Sampdoria vuole il campione giallorosso visto che con il tecnico Bianchi non va d’accordo. Su di lui anche l’Ajax che vorrebbe scambiarlo con il suo numero 10, Jari Litmanen, ma Bianchi viene esonerato, arriva Liedholm e Totti dice che vuole restare a Roma a vita.
Lo svedese è un traghettatore, l’anno dopo arriverà un allenatore ceco che forgerà Totti come nessuno prima d’ora: Zdenek Zeman.
Il boemo ha uno stile d’allenamento durissimo e fa capire a Totti che non può continuare a giocare così come fa lui, gli dice che deve avanzare, deve irrobustirsi, Zeman plasma il suo campione, Totti lo lascia fare e nel giro di un paio d’anni diventa l’arma totale del calcio: potenza fisica mista ad un talento sconfinato. Assume un ruolo da protagonista, Aldair gli cede la fascia da capitano e finalmente Totti indossa la maglia numero 10. Nei tre anni zemaniani, Totti realizza 30 reti. Sono il preludio all’immortalità.
Via Zeman, dentro Capello. Se il boemo gli ha insegnato a giocare, il friulano gli insegna a vincere. Capello vuole una squadra che giri intorno a Totti, Capello vuole vincere nella capitale e basta l’innesto di Batistuta, che gioca di fianco a Montella e davanti a Totti per riportare lo scudetto a Roma. È una squadra stellare e Totti ne è l’assoluto protagonista. Nel mezzo il cucchiaio nella semifinale dell’Europeo del 2000. Il cucchiaio è un marchio registrato dal Pupone, è un qualcosa di indescrivibile che fatto in un’occasione tanto importante non può far altro che mandare la popolarità del campione alle stelle ed infatti arriveranno i contratti con la Pepsi, con la Nike, la Diadora. Francesco Totti fa parte della cultura pop del XXI secolo.
Dopo quello scudetto tante delusioni con la società dei Sensi che non riesce a rimettere i conti in sesto e dopo tanti allenatori, Voller, Prandelli, Del Neri, Conti arrivati dopo l’addio di Capello, finalmente con Spalletti riesce di nuovo a trovare continuità. Spalletti trasforma ancora Totti, lo rende prima punta, un’intuizione geniale che gli consentirà di esprimersi al meglio. Alla prima stagione batte il record di vittorie consecutive, 11, e accompagna Totti al mondiale tedesco nonostante il terribile infortunio alla caviglia che ha rischiato di fargli chiudere la carriera. In quell’anno Pelè dirà che Totti è indiscutibilmente il calciatore più forte del pianeta.
In Germania va col numero 10 sulle spalle, ovviamente, ed è l’uomo in più di Lippi. Non è prolifico, non gioca un gran mondiale, ma segna uno dei goal più importanti: rigore al 90esimo minuto, sullo 0 a 0. Tutti si aspettano il cucchiaio, Francesco sa che non è il momento ed insacca di potenza. Italia ai quarti di finale del campionato del mondo. Sappiamo tutti com’è andata a finire.
Francesco non si ferma, al ritorno in Italia non trova più la Juve, scesa in B. E’ il post-calciopoli, la Roma cerca di imporsi ma non ci riesce. Secondo posto, Totti però non è mai stato così forte, segna 26 goal e si contende fino all’ultima giornata la Scarpa d’oro con Ruud Van Nisterlooij, a spuntarla sarà proprio la bandiera giallorossa. Nel 2008 un altro brutto infortunio, al crociato. Per gli italiani Totti era morto dopo l’infortunio alla caviglia, è rinato ed è morto di nuovo. Non ce la farà. È troppo vecchio e questo è un infortunio troppo grave. Nessuno aveva capito niente. Totti è un semidio, non può morire così. Tornerà e segnerà di nuovo poi un altro infortunio ed ancora giù con la stessa storia. Ancora una volta, nessuno aveva capito niente.
Gli ultimi anni sono stati travagliati ma sempre vincenti, sul piano personale. Per concludere basta una statistica, 230 goal in Serie A per uno che non è neanche un attaccante di ruolo. Quando deciderà di dire addio il mondo piangerà sconsolato la dipartita di una delle sue stelle più grandi. Diranno che avrebbe potuto vincere di più ma a lui non interessa. Lui è la Roma, è il simbolo ed un simbolo non si può sconfiggere, un simbolo vince sempre. Di lui diremo ciò che Magic Johnson disse di Larry Bird: there will never, never, never, never be another Francesco Totti. Non ci sarà mai, mai, mai e poi mai un altro Francesco Totti.