in foto: BaseMents (Photo Credit: Lorenzo Feliciani)

Espressione di uno stato d'animo interiore, riletto in una chiave positiva per il proprio futuro. Con queste parole possiamo definire Spine nel Fianco dei BaseMents, un brano esplosivo quanto riflessivo uscito il 30 settembre 2016 per Alka Record Label. La band romagnola torna alle cronache musicali dopo l'ottimo successo dell'EP Brucio Spento, trascinato dal singolo La Fine di Niente. Prima ancora però, il debutto del quartetto era coinciso con un altro EP, Mirror, un'opera da cui è emersa la propensione dei BaseMents per la scrittura in lingua inglese.

Ma quali sono queste Spine nel Fianco?

«Le spine nel fianco sono tutti quei momenti in cui non ci sentiamo capiti, talvolta abbandonati, anche se allo stesso tempo possiamo essere noi i primi a cercare un po’ di solitudine, che non per forza dev'essere qualcosa di negativo. Anzi, una delle interpretazioni del testo è proprio quella solitudine letta in chiave di arma per la nostra creatività».

Sulla vostra pagina Facebook ho letto questo post: “Spine nel Fianco è il titolo del nostro nuovo singolo. In realtà è l’inizio di un percorso che comincia circa un anno fa, quando abbiamo preso coscienza di voler dire qualcosa di più, di provare ad essere più sinceri con noi stessi e di stenderlo su un giro di accordi”. Cosa vi ha portato a maturare tale pensiero?

«In realtà è stato un processo molto naturale; abbiamo iniziato a suonare insieme tra i 18 ed i 19 anni, con la sola voglia di divertirci, tutto e subito, mentre da un anno a questa parte è cresciuta sicuramente una componente più profonda, legata alle esperienze personali e non, che in qualche modo sentivamo il bisogno di tirar fuori».

Il brano anticipa l’uscita di un nuovo album? Se si, al suo interno ci sarà un tema comune o troveremo tante singole storie?

«Sicuramente anticipa un nuovo disco, anche se ancora non sappiamo se sarà un altro EP o il primo full length della band. Di idee ce ne sono tante, la voglia non manca, e di certo stiamo navigando su un tema comune per tutti i nuovi brani. Di questo ne parleremo volentieri più avanti».

Dagli EP Mirror e Brucio Spento al presente: cos'è cambiato nei Basements?

«Come dicevo prima, sicuramente la necessità di esprimere qualcosa di più profondo, che sentiamo vivo e che ci obbliga ad esternarlo, ma anche la complicità fra ogni membro della band. Ora siamo decisamente più sulle stesse lunghezze d’onda, con punti in comune ben chiari».

Un altro sguardo al passato: quali risultati avete ottenuto grazie ai due EP?

«Dal punto di vista interno della band, il risultato più grande è la nuova scelta stilistica, di arrangiamenti, genere e testi; credo che sia la cosa più importante per una band emergente, capire cosa si vuol fare, senza restarne troppo vincolati e lasciarsi andare oltre quando necessario. Poi sicuramente una certa credibilità, anche grazie agli amici e alle persone che hanno creduto in noi dagli inizi».

A vostro avviso, che stagione sta vivendo la musica indie nel panorama italiano?

«Per quel che riguarda l’Italia, credo che gli aspetti positivi siano molto più rilevanti di quanto si creda; mi piace pensare che non ci sia quasi più la “vergogna” di scrivere in italiano, del nascondersi dietro a un dito, e che l’artista di conseguenza sia più sincero, e quando l’arte è sincera è per forza una cosa buona. Tuttavia per una band emergente la situazione rimane sicuramente abbastanza critica; portare fuori la propria musica e farsi conoscere è ancora un percorso con non pochi ostacoli. Ci vuole un po’ di fiducia e tanto lavoro».

Il nuovo singolo certifica il passaggio all'utilizzo della lingua italiana oppure, in futuro, tornerete ad utilizzare l’inglese?

«Al momento siamo molto sicuri su questa scelta, anche per quanto appena detto sulla domanda precedente».

Secondo voi, c’è un po’ un pregiudizio sull'artista italiano che utilizza una lingua estera?

«Chi è in grado di farlo e sente che è il miglior modo per esprimersi deve farlo, a prescindere da qualunque giudizio o pregiudizio che sia. L’artista in prima persona deve essere il primo a capire poi qual è il suo modo migliore di comunicare, e se si tratta di cantare in inglese, ben venga; ci sono molte band che lo fanno, molte delle quali lo sanno fare bene. Qualche pregiudizio purtroppo c’è senza dubbio».

BaseMentsin foto: BaseMents

Spesso si discute sulle influenze che le case discografiche esercitano sui progetti musicali. A tal proposito, com'è il vostro rapporto con l’Alka record label?

«Noi facciamo riferimento soprattutto a Max Lambertini, col quale oramai c’è un rapporto di amicizia e di fiducia. Max ha saputo cogliere i nostri punti di forza e aiutarci a crescere su quelli più deboli, senza mai correre il rischio di snaturare una band per ottenere qualche risultato prima del dovuto. Ci ha dato fiducia, e di questo gliene saremo sempre grati».

La vostra band fa parte dell’insieme della musica emergente. A vostro giudizio, questo insieme è sempre più vivo nel contesto attuale?

«Quello che abbiamo visto coi nostri occhi è che c’è tanta voglia di fare, tante band che nascono e crescono, ma relativamente pochi spazi per vivere. Nella nostra città ad esempio ci conosciamo tutti, il rapporto con le altre band è apparentemente buono ma manca troppo spesso la carta del supporto reciproco, del trovare date insieme e del farsi conoscere aiutandosi a vicenda. Questo anche perché i locali da live stanno morendo piano piano, come tutti sappiamo. È triste, ma per fortuna c’è ancora chi ce la mette tutta e non smette di credere nella musica».

Avete mai pensato di partecipare ad un talent show?

«Per l’età che abbiamo (21-23) non abbiamo nessuna voglia, al momento, di provare a partecipare ad un talent. Vogliamo sfruttare i mezzi che abbiamo, suonare e scrivere quello che ora sentiamo senza per forza una mediazione di qualunque tipo. Non voglio parlare male dei talent, troppi già lo fanno; semplicemente al momento pensiamo che non sia la strada buona per noi».

BaseMentsin foto: BaseMents

È ancora possibile comunicare qualcosa attraverso la musica? Penso, appunto, ai noti programmi televisivi, che alle volte trasmettono un’immagine commerciale della musica.

«La musica è da sempre considerata la alta alta delle arti, per molti il miglior modo di comunicare, quindi intrinsecamente si, è possibile, deve esserlo».

Domanda secca: SIAE o soudreef?

«Per ora ancora SIAE».

Basements, quali obiettivi vi siete prefissati?

«Sicuramente consolidare le consapevolezze che abbiamo acquisito, cercare nuovi punti d’ispirazione e continuare a comporre nuova musica. Per noi è poi molto importante anche l’aspetto del live; qualcuno dice che i dischi sono una scusa per fare concerti, e noi speriamo proprio di portare in giro la nostra musica più possibile».