in foto: File photo dated 29/12/15 of a Facebook app on an Apple iPhone 6s, as the social media giant announced it will stop routing sales from major UK customers through Ireland, in a move which is likely to result in a large increase in the amount of tax it pays in Britain. PRESS ASSOCIATION Photo. Issue date: Friday March 4, 2016. See PA story CITY Facebook. Photo credit should read: Lauren Hurley/PA Wire

Tempo fa mi occupai su questo giornale della pericolosità di Facebook sia sulle persone (http://autori.fanpage.it/facebook-effetti-collaterali-e-manuale-di-sopravvivenza/ ), viste nella loro individualità, sia sulla società in genere (http://autori.fanpage.it/la-decadenza-culturale-ai-tempi-di-facebook/ ).

I primi in quanto presi da effetti tipici della dipendenza, proprio come accade nell’uso delle droghe dalle quali non ci si riesce più a staccare e delle quali si fa un uso via via sempre più pesante e nocivo; la seconda, invece, nel suo essere dominata da un’assenza sempre più marcata di messaggi culturali e spunti di riflessione proposti da autorevoli fonti, sostituiti per lo più da un banale ed inutile chiacchiericcio su fatti personali privi di alcun interesse pubblico.

In quella sede raccomandavo saggiamente (ma del tutto in modo irrealistico) un “consumo” più moderato di uno strumento che resta comunque valido e un’autodisciplina relativa alla reale importanza di quanto si scrive sulla bacheca (che gli altri, poi, inevitabilmente leggono).

Pur con tutto ciò, è doveroso tuttavia riflettere sul perché Facebook abbia avuto in questi anni un boom tanto forte da rappresentare una svolta epocale nella vita delle persone.

A ben guardare il popolare ed amatissimo strumento si adatta perfettamente all’organizzazione della società odierna; per dirla in altri termini, il social network dà alle persone quello che cercano, o per meglio dire, offre loro il massimo ottenibile in un contesto dominato dalla mancanza di “spazi” e di “tempi”.

Cosa significa? Semplice spiegarlo con un paio di esempi illuminanti.

Le persone, oggi, lavorano molto più di un tempo; il progresso, inteso secondo il pensiero economico dominante, quello neo-liberista, costringe a ritmi sempre più pressanti per rispondere all’eterna ricerca della competitività e dell’efficienza; non solo si lavora di più ma lo si fa anche per più anni, con il robusto (e insensato) aumento dell’età pensionabile.

Se qualche decina di anni fa, quindi, un lavoratore o una lavoratrice, disponeva di maggior tempo a disposizione per dedicarsi a qualche hobby o quantomeno, andando in pensione prima, poteva aprirsi alla società in modo più completo, oggi un normale impiegato o un libero professionista riesce a malapena, per 40 anni di attività (!), a coniugare lavoro e famiglia, rinunciando sostanzialmente a tutto il resto.

Ecco che Facebook si adatta perfettamente a questo sentiero stretto e quasi invalicabile: con la tipica rapidità di un “post” o la condivisione di una foto riesce in pochi secondi a donare una sorta di simulacro di socialità. Altro che la difficoltà di ritagliare tempo per andare al cinema o organizzare una partita di tennis o di calcetto con gli amici (lo sport, in particolare, se fatto nel dopo-lavoro, toglie inevitabilmente spazio alla vita familiare, già ridotta all’osso in una società in cui uomini e donne lavorano).

Se la “scarsità” di tempo è quindi alla base del rifugio nella rapidità intrinseca del social network, altro elemento che ne ha decretato lo spaventoso successo è la scarsità degli spazi di aggregazione.

Un caso tipico è quello della partecipazione politica, tema del tutto attuale in queste settimane di inizio campagna elettorale.

Prima esisteva il finanziamento pubblico dei partiti; è stato uno strumento dalle due facce contrapposte. Da un lato esso ha rappresentato una tentazione verso una facile corruzione che tutti conosciamo bene, ma dall’altro, e di questo purtroppo nessuno ne parla, ha dato la possibilità agli stessi partiti di aprire, nei principali quartieri delle grandi città, sezioni in cui confrontarsi, dialogare, oltre che ovviamente conoscersi.

Con la scomparsa del finanziamento pubblico (in parte voluta dai poteri forti che hanno condizionato, attraverso i mezzi di informazione i cittadini italiani), i movimenti, privi di quelle entrate, hanno naturalmente dovuto rivedere i loro bilanci; la chiusura quasi totale delle sezioni e il forte ridimensionamento delle spese elettorali sono state le principali armi a disposizione messe in campo.

Il deficit di partecipazione alla vita pubblica ne è stata la terribile conseguenza.

Anche in questo caso, fortunatamente si può dire adesso, Facebook ha offerto in modo pressoché gratuito un’alternativa alla riduzione degli spazi democratici di confronto.

Le sezioni di partito sono diventate “virtuali”, hanno preso la forma di chat o di bacheche pubbliche di partiti o leader in grado di suscitare, con le loro prese di posizione, dibattiti aperti tra cittadini; intere campagne elettorali sono state fatte, a costo zero, a suon di “post” in grado di essere diffusi ad un largo numero di cittadini. Anche se solo in parte si è riusciti così ad evitare che la politica finisse nelle mani quasi esclusive di persone ricche e benestanti.

Insomma, Facebook fa male, induce dipendenza e, molto spesso, fa scivolare il livello culturale troppo in basso; in più, talvolta è in grado, beffardamente, di avvicinare persone lontane ma anche, inesorabilmente, di allontanare quelle vicine (quante volte abbiamo osservato amici al bar che,  invece di parlarsi, agitavano il pollice sullo schermo del proprio smartphone?)

Tuttavia il re dei social network è anche un incredibile strumento in grado di offrire un primo soccorso alle storture di una società sempre più frenetica, alienante e poco in grado di elevare il tasso di felicità collettiva.

Una sorta di droga, dunque, dalla quale saremo sempre più dipendenti fin quando non immagineremo un altro modello di società, più aperto, libero e basato sulla capacità delle persone di realizzare i propri desideri, in aggiunta a quelli della famiglia e del lavoro.