Nel 2006, la France Télécom (oggi Orange), società francese di telefonia, avviò un piano interno per ripianare ai 110 miliardi di euro di debiti accumulati. L'imposizione del programma di ristrutturazione Next prevedeva il taglio di 22.000 posti di lavoro in due anni e 10.000 trasferimenti. A causa di questa vicenda, tra il 2008 e il 2010, cinquantotto dipendenti dell'azienda si tolsero la vita. Télécom classificò questa ondata di morte come «dramma personale» e/o «incidenti sul lavoro». Oggi, nel mirino della Procura di Parigi, ci sono l'allora presidente della società, Didier Lombard, il suo vice Louis-Pierre Wenes, il direttore delle risorse umane, Oliver Barberot, e altri quattro ex dirigenti per ««molestie morali e mobbing». Questa tematica è arrivata anche nel teatro italiano, grazie allo spettacolo La moda dei suicidi (nel 2009, in una tv francese, Lombard parlò dei suicidi sul lavoro come di una «moda che va fermata»), che a Roma ripercorrerà la drammatica storia di quegli anni fino al 18 dicembre. Lo spettacolo vede protagonista Marius Bizau, conosciuto ai più per la sua partecipazione a  Squadra Antimafia 7.

Benvenuto, Marius. Partiamo subito con La moda dei suicidi, spettacolo teatrale di Marco Avarello che ti vede protagonista. Di che cosa parla esattamente quest’opera?

«“Cinquattotto dipendenti della società di telefonia France Télécom si sono tolti la Vita”. L’opera teatrale La Moda dei Suicidi, ispirata allo scandalo di cronaca France Télécom, è stata scritta da Marco Avarello e raccontata in stile mametiano. La storia si intreccia alternando momenti drammatici e comici. Una storia di mobbing nell'“infinito disagio di una crudeltà di cui tutti noi siamo carnefici e vittime allo stesso tempo”».

Quale ruolo interpreti?

«Interpreto il ruolo di Alfredo Rossi, il Responsabile delle Risorse Umane (RRU) metaforicamente anche il “tagliatore di teste”, costretto a scegliere il male minore: “Abbiamo fatto quello che andava fatto altrimenti la società sarebbe fallita” per fare bene il suo lavoro. L’astuta mise-en-scène della regista Linda di Pietro lascia la libertà al pubblico di scegliere da che parte schierarsi ponendo dei quesiti su chi è la vittima e chi il carnefice».

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La storia risale a fatti di circa nove anni fa e, durante l’estate, si è parlato di un possibile maxi processo per gli ex vertici di France Télécom. Ma si tratta di un caso isolato, oppure siamo di fronte ad una tematica sempre più attuale?

«Siamo innanzitutto davanti al più grande caso penale di mobbing sul lavoro mai registrato. Tematica più che attuale direi».

Con quale chiave interpretativa va affrontato questo argomento?

«Per quello che riguarda il mio personaggio, ho cercato di trovare e raccontare l’umanità di Alfredo, costretto a prendere le decisioni più giuste per salvare l’azienda scegliendo appunto il “male minore”».

Particolarità dello spettacolo è la location non convenzionale. In sostanza, il luogo di esposizione dell’opera verrà comunicato solo al momento della prenotazione. Come ti trovi in questo tipo di contesto?

«Anthony Hopkins una volta disse: “Il Teatro è uno spazio vuoto dove l’attore deve ricostruire il concreto attraverso le parole e le azioni. Il cinema ti porta fisicamente, come fosse una macchina del tempo, grazie alle location, in quel luogo e in quello spazio temporale.” Questa volta il cinema e il teatro si mescolano, aiutando sia l’attore che il pubblico ad entrare nella storia».

Veniamo a te. Sei un attore teatrale, televisivo e cinematografico. Chiederti quali di questi mondi preferisci credo sia asfissiante, ma vorrei sapere quale tipo di preparazione viene condotta per essere così poliedrico.

«È importante prima di tutto conoscere i due mezzi di comunicazione, completamente diversi, il palco e la macchina da presa. E poi, tanta determinazione, lavoro su sé stessi e sul personaggio, costruire ma essere pronti a distruggere per ricostruire. L’attore è come l’artigiano, la radice stessa della parola “arte” ci rimanda più ad un falegname, ad uno scultore, piuttosto che a un istintivo emozionale».

Tra i tre mondi citati precedentemente, quali sono le caratteristiche che più ti affascinano?

«Lavorare con la macchina da presa mi ha sempre affascinato, raccontare “un mondo” con un’inquadratura, dentro uno sguardo».

Cosa ne pensi delle serie televisive americane? Credi che le fiction made in Italy potranno mai raggiungere uguali successi oltre le Alpi?

«Penso che tecnicamente siano impeccabili ma non irraggiungibili. Hanno il giusto approccio, in termini di competitività e preparazione che permettono a loro di dettare il mercato mantenendo degli standard altissimi. Il nostro è un processo molto più lungo, già in atto da una decina di anni. Grazie all'avvento della tecnologia, c’è stato uno scambio di informazioni e una mescolanza di culture maggiore, basti vedere i portali Sky, Netflix, HBO ecc».

Ci puoi raccontare la tua esperienza in Squadra Antimafia?

«È stata la mia prima esperienza prolungata in una serie televisiva che mi ha dato la possibilità di capire come lavorare con la macchina da presa».

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In che condizioni versano il teatro, la televisione e il cinema italiano? Chi sta meglio e chi sta peggio?

«Purtroppo chi sta peggio è sempre il teatro, il pubblico sceglie sempre di più il cinema di una sala multi screen di un centro commerciale, o isolarsi guardando una serie tv sulle new Technologies. Forse, perché a teatro ci sono poche proposte interessanti e i costi sono decisamente poco accessibilità ai più».

Come giudichi il mondo delle web series?

«Non lo giudico. Mi affascina. Non credo possa mai sostituire la meravigliosa e quasi “naturale” esperienza collettiva, che ti può offrire il cinema, spero».

Presto ti vedremo anche in I bastardi di Pizzofalcone di Carlo Carlei e in Romanzo Famigliare di Francesca Archibugi. Puoi darci qualche anticipazione sui tuoi ruoli?

«In questo momento della mia carriera è la perfetta “mise à niveau”. Il passaggio dall'antagonista dell’Est (I Bastardi di Pizzofalcone), per nulla capace di integrarsi nel paese che lo ospita, al personaggio dell’est Europa che ha assunto una terza identità, una terza nazionalità “italo/russa”, capace di inglobare entrambe le culture (Romanzo Famigliare)».