In seguito all'attacco terroristico a Parigi, nel giro di una settimana il mondo è in subbuglio. In Italia, siamo stati allarmati da una notizia pubblicata sulla rivista dell'Isis Dabiq, dove si è annunciato un prossimo attacco a Roma. I media costantemente parlano del fenomeno, in modo esasperante, quasi ossessivo. C'è il rischio di una psicosi collettiva. Viviamo un momento di difficoltà, così ho deciso di intervistare uno psicoterapeuta, Roberto Cavaliere, specializzato in Psicoterapia Relazionale e Familiare ed un generale in congedo dell'esercito, Giovanni Albano, già responsabile della logistica militare dell’ex-Jugoslavia negli Anni Novanta. Vediamo due punti di vista a confronto, uno legato alla “protezione personale” che deriva da quella sensazione di “sicurezza ontologica” (concetto sviluppato da Giddens, nel 1991) e l’altro legato alla “sicurezza territoriale” che è tangibile e non è propriamente una categoria culturale

IL PUNTO DI VISTA DEL DOTTOR ROBERTO CAVALIERE

Dottore, come possiamo difenderci dalla paura di un possibile attacco terroristico?

Provare un senso di smarrimento in situazioni del genere è normale, ma è opportuno fare le dovute distinzioni. Dobbiamo valutare la paura, intesa come emozione primaria, in due parti: nella sua componente socio-antropologica e in quella psicologica.

Rispetto alla prima, la paura ha radici ancestrali, tipica di ogni essere umano. In riferimento ai fatti attuali, il terrorista incarna il buio, il timore delle tenebre, che è sempre esistita sin dai tempi più remoti, fa parte dei miti di fondazione. Quindi che ci sia una certa paura nei confronti del “nemico invisibile” è più che normale.

Per la matrice di natura psicologica, dobbiamo valutare l'asset della personalità, che varia per ciascun individuo. In tal caso, la paura viene vissuta in modo soggettivo. Ci sono persone più ansiose che avvertono con maggior disagio i momenti critici, ed anche una variabile, come l'alta esposizione mediatica a notizie catastrofiche che potrebbe causar loro un attacco di panico. In questi giorni, si assiste ad uno scenario mediatico invaso da notizie allarmanti, da informazioni a volte anche distorte, per cui il cervello è “bombardato” da input che tendono a mandare in allarme tutto il sistema neuro-vegetativo, da indurre l'individuo a temere maggiormente gli attacchi terroristici.

Come dobbiamo valutare la situazione?

Valutando la reazione che abbiamo rispetto agli eventi quotidiani. Se abbiamo paura di un possibile attacco, ma continuiamo a svolgere le nostre normali attività, e quindi riusciamo a gestire l'ansia, allora stiamo già metabolizzando il fenomeno. Stiamo imparando a conviverci. Ma se assumiamo una condotta evitante (tipica del soggetto ansioso) e decidiamo di non uscire più di casa, di non prendere più la metropolitana, di non frequentare le zone considerate possibilmente “a rischio”, allora stiamo avendo una reazione fortemente ansiosa e dovremmo interrogarci sul perché accada tutto questo.

Che cosa fare in questi casi?

A volte, fa bene staccare un po' la spina… ed analizzare successivamente la problematica con maggiore lucidità. E' utile sottolineare che i media tendono ad amplificare l'ansia e a fare da risonanza alle paure psicologiche. Quindi le singole paure diventano collettive creando una tensione generalizzata. Poiché ogni evento è particolare ed è a sé stante, bisogna dare il giusto valore alle notizie veicolateI media non dovrebbero diffondere messaggi catastrofici, ma al contrario rassicurare la popolazione. La psicosi collettiva potrebbe scatenarsi senza alcuna remora. Poi è importante sottolineare che la paura dello straniero, o meglio del terrorista, è una forma di stereotipo tipico del mondo Occidentale. Perché, anziché parlare di Islam, di mussulmani, non diciamo che i militanti dell'Isis rappresentano una percentuale infinitesima rispetto all'intera popolazione musulmana? Trascuriamo le statistiche, ma è a partire dai dati che possiamo dare un'interpretazione più veritiera del fenomeno. Quindi, una cosa è pensare che un terrorista rappresenti una parte infinitesimale della popolazione mussulmana, un'altra è pensare che riguardi la maggioranza. Diffondere notizie poco chiare, che ci fanno immaginare “il nemico come il vicino di casa, o il ragazzo della porta accanto” è sicuramente un atteggiamento sbagliato ed allarmista.

IL PUNTO DI VISTA DEL GENERALE GIOVANNI ALBANO

Generale, come si sta organizzando il sistema difensivo in Italia?

L'attività delle forze dell'ordine in Italia si suddivide in due tipi. Abbiamo la prima operazione chiamata “Strade sicure”, che per fare un esempio, per l'Expo ha coinvolto 1800 soldati; mentre per l'arrivo del Giubileo della Misericordia, ha impiegato 700 militari. Poi abbiamo il piano di impiego dei militari che opera autonomamente e coinvolge, Esercito Italiano, Marina Militare, Aeronautica Militare e Arma dei Carabinieri. L'obbiettivo comune è la sicurezza in Italia. C'è da dire, che dalla fine dell'ultimo governo Berlusconi, i corpi armati operavano singolarmente, mentre oggi esiste un'attività di coordinamento tra le diverse Forze Armate, che si incontrano periodicamente una volta alla settimana, per procedere alla raccolta di informazioni utili a prevenire il fenomeno del terrorismo. Ad essa, presiedono il Capo di Stato Maggiore, Gen.C.A. Danilo Errico, il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi e il Ministro degli Interni, Angelino Alfano. C'è da ricordare che noi in Italia combattiamo “il nemico” da molti anni, perché in realtà è sempre esistito sotto svariate forme. Abbiamo la sfortuna di avere tutto il Sud Italia occupato da piaghe dilaganti come la Camorra, la Mafia, la'Ndrangheta e la Sacra Corona Unita. Quando svolgiamo azioni di controllo di questo tipo diventa importante collaborare con la Finanza.

Venendo al discorso dell' Isis, direi che innanzitutto bisogna distinguere i concetti…

Io non li chiamerei “soldati” e nemmeno “jihadisti”. Il termine “soldato” per definizione indica colui che combatte per la patria, per difendere i civili da attacchi nemici. Non mi sembra sia il caso dei combattenti dell'Isis e non dovremmo chiamarli nemmeno “jihadisti” perché non combattono per Allah, ma solo per se stessi. Loro non sono fondamentalisti, non sono nemmeno fanatici. Sono automi che commettono stragi, ed è giusto chiamarli per quel che sono: delinquenti.

Se dovessimo idearne un profilo anagrafico?

Sono ragazzi e uomini, l'età varia dai 15 ai 50 anni, non mi va di dare altre indicazioni su di loro. Sono semplicemente persone che hanno perso ogni gusto per la vita.

La religione è il loro pretesto per chiamarci infedeli e quindi attaccarci, ma sappiamo che lo fanno per ragioni di natura politica, alimentati dal “dio denaro”, con chiari intenti di dominazione globale. Si tratta di uomini che violentano ragazze, le yazidi ad esempio, considerate come oggetto di piacere e forma di intrattenimento per i militanti dell'Isis, ma al contempo sono gli stessi uomini che danno un ruolo importante alle donne coinvolgendole negli attacchi strategici accaduti a ParigiCi sono troppe contraddizioni nel loro modo di fare, per pensare ingenuamente al pretesto religioso…

C'è da dire che la religione è un pretesto, fino ad un certo punto. Si è mai chiesta perché solo i Kamikaze maschi si fanno saltare in aria? Hasna Aitboulahcen pensavamo fosse morta come donna Kamikaze, invece non è stata lei a farsi esplodere. Nell’ Islam, il concetto delle 72 vergini (houri) si riferisce ad un aspetto del Jannah (Paradiso). Questo concetto si trova nel testo del Corano che descrive un paradiso sensuale dove gli uomini credenti saranno premiati avendo in sposa le vergini con dei seni gonfi a “forma di pera". Al contrario, le donne avranno un solo uomo, e "saranno soddisfatte con lui". Ebbene, gli uomini accettano di immolarsi per Allah, solo perché pensano che ad attenderli ci sia il paradiso delle 72 vergini,  e non parliamo della “Beatrice” di Dante, ma di donne sensuali.

L'Isis sembra far parte di un gruppo diverso da tutti gli altri finora studiati, ma al tempo stesso ricade nel modello analizzato dallo psicologo Serge Moscovici, definito come l'influenza delle minoranze attive, ossia la forza del parere di un gruppo minoritario, rispetto a quello dominante in una società, capace di influenzare l'opinione pubblica a tal punto da dominarla. Il discorso verte su quanto l'Isis sia coeso e coerente al suo interno in modo da influenzare altri esponenti della cultura mussulmana. Credo che, a tal proposito,  questo interrogativo dovremmo porcelo anche noi, visto il grado di integrazione “forzata” nei nostri paesi.

Come sappiamo, molti rappresentanti dell'Isis vivono a stretto contatto con noi, “integrati” nella comunità europea. Vivono male la ghettizzazione nelle periferie rispetto alla vita tranquilla che scorre nelle nostre città. Noi cristiani siamo considerati infedeli, eppure convivono con noi. Allora, proviamo ad immaginare questo processo di odio sottile verso noi infedeli che è nato gradualmente e si è insidiato nella loro mente, in modo non sospetto, da tanti anni. Se solo iniziamo a soffermarci su questo, possiamo renderci conto di come il terrorismo odierno sia solo la punta di un iceberg di un terrorismo passato che si manifestava attraverso forme diverse.

Ma ritornando alla sicurezza territoriale, l'Italia è pronta per il Giubileo?

L'Italia, dal punto di vista della difesa, è un paese sicuro ed è quindi pronta per ogni evento, come il Giubileo della Misericordia. Abbiamo una massiccia presenza di forze dell'ordine nelle città considerate “a rischio”. Siamo tra i primi, nel mondo, a fare meno vittime nelle spedizioni militari estere; siamo abituati a difendere il nostro paese da forme di delinquenza molto alte. Non dimentichiamo che negli Anni di Piombo, le Brigate Rosse hanno attecchito in Italia, grazie all'appoggio delle attività camorristiche. Ma nonostante tutto le abbiamo combattute. Vorrei ricordare che siamo l'unico Paese europeo ad avere un'ulteriore forza, che è rappresentata dai Carabinieri. Loro, a differenza della Polizia, che ha degli incarichi differenti, sono una risorsa preziosa perché conoscono tutto di tutti. Sono, durante il loro servizio, in giro per le città italiane. Anche il comune più disperso ha una stazione che accoglie le domande e le richieste dei cittadini e che soprattutto presta soccorso. Le sembra poco?

E dei servizi segreti ne vogliamo parlare?

I nostri servizi segreti lavorano bene, fanno molto per il nostro territorio. Abbiamo un sistema di controllo e di monitoraggio delle informazioni con tutte le nazioni che collaborano con noi, e si potrebbe fare ancora di più, ma ci sono blocchi creati da alcune parti della magistratura.

Perché la notizia dell'allarme lanciato dall'FBI all'Italia, per possibili attacchi terroristici, ha suscitato tanto clamore? I servizi segreti italiani non lo sapevano già?

Si è vero che l'FBI ha lanciato l'allarme ai nostri servizi segreti per il rischio di attentati, ma noi lo sapevamo già. I tg poi esasperano tutto. Noi abbiamo bisogno di una fonte ufficiale che possa informare, ma non abbiamo assolutamente bisogno di chi ci aggiorna costantemente su ogni “falso allarme” e ci mette alla “massima allerta” tale da causare una psicosi collettiva. L'FBI è attualmente un organo riconosciuto e acclamato perché ha più libertà d'azione. C'è una sezione dell'FBI, definita “Human Error” che implica la possibilità di coinvolgere vite umane nelle operazioni investigative. Quel tipo d'errore, a volte, si paga con la vita, ed ovviamente in Italia questo non potrebbe mai essere accettato. Quindi, si veicolano informazioni generiche che possono essere raccontate, ma non tutto quel che accade davvero.

L'opinione pubblica italiana è…

Spaccata! A seguito delle tante teste in Parlamento coinvolte in qualunque cosa per parlare di qualsiasi argomento! Dovrebbero snellire sia i percorsi della magistratura, sia far tacere tanti polli nel pollaio, in quanto intervengono spesso senza conoscere davvero il fenomeno.

A quali polli nel pollaio si riferisce?

Mi riferisco ai tanti talking heads che hanno voce in capitolo e difendono la patria solo a parole. I fatti li facciamo noi sul campo. Nessuno sa che ogni sacrosanto giorno abbiamo 7800 italiani inviati nel mondo che lavorano nelle spedizioni di addestramento. Li possiamo trovare in Iraq, in Libano, in Afghanistan, perché questo nessuno lo dice?

Il lavoro dei nostri soldati consiste nell'addestramento dei popoli in guerra. Attualmente stiamo fornendo assistenza logistica al popolo curdo. Un esercito di combattenti che fa resistenza ogni giorno. Un popolo coeso, solidale… stupendo che nessuno cita mai. Ogni volta che lavoriamo con gli altri popoli, noi italiani siamo riconosciuti come rispettosi delle loro terre, dei loro usi e costumi.

Conclusioni in merito?

Concludo che non abbiamo niente da temere, siamo dei leader nella difesa del territorio. L'unica soluzione davanti a questa dichiarata guerra sarà quella di suscitare un risveglio della Comunità Europea che apporti un sano dialogo con i paesi arabi, facendo in modo che la Nato sia coinvolta direttamente nella gestione delle relazioni extracomunitarie.