“ Tutte le decisioni definitive sono prese in uno stato d’animo che non può durare”. Lo diceva Marcel Proust quando l’Unione Europea poteva apparire tutt’al più una fantasiosa teorizzazione fantapolitica, fantasociale o fantaletteraria.

Ai giorni nostri, con l’Europa unita realtà concreta sia pure malconcia, la massima dell’autore francese può adattarsi benissimo alla popolazione britannica, che nei giorni scorsi ha deciso di “uscire” dall’Unione europea a seguito di una tormentata decisione referendaria.

Probabilmente, molte implicazioni della cosiddetta “brexit” sono sfuggite nel momento di prendere la storica decisione, della quale in molti si stanno già iniziando a pentire. Ad esempio, un rischio poco calcolato può essere stato quello che la lingua inglese potesse uscire anch’essa dall’Europa delle Istituzioni. In  28 paesi che parlano 24 lingue diverse l’inglese era il più ovvio e scontato dei collanti linguistici ufficiali. Ora non più, visto che l’inglese non è la lingua ufficiale di nessuno degli stati membri. Irlanda e Malta, che pure sono nazioni anglofone, hanno infatti indicato all’UE come lingua ufficiale rispettivamente il gaelico e il maltese.

L'inglese, la lingua che faticosamente ci affanniamo ad imparare per comunicare con il mondo intero, rischia un ridimensionamento proprio nell’area geografica dove il Regno Unito si colloca. Davvero c’è il pericolo per la lingua di Shakespeare e dei Beatles  di sparire dai documenti ufficiali delle superstiti 27 nazioni UE?

Ebbene, sì, il rischio è concreto. O meglio: nella prassi è verosimile che rimarrebbe come lingua di lavoro per molti dei documenti e comunicati informali o comunque non definitivi, ma solo  per poi essere tradotta nelle altre 24  lingue ufficiali o in quelle veicolari che sono francese e tedesco. Un’altra beffa della “brexit” pronta a colpire, insomma.

Raffaele Basile