Napoli si prepara ad accogliere Estelle. Il veliero, salpato a fine giugno da Umeå, cittadina del nord della Svezia, approderà nel porto del capoluogo campano il 4 ottobre, per ripartire il 6. Sarà l’ultima tappa prima di intraprendere il lungo e pericoloso viaggio verso la Striscia di Gaza. L’imbarcazione è stata acquistata dall'organizzazione svedese Ship to Gaza, componente della Freedom Flotilla, la coalizione internazionale che dal 2010 cerca di forzare il blocco israeliano e raggiungere la Palestina per consegnare aiuti umanitari. Un atto simbolico, ma di forte valenza politica e mediatica: infrangere il muro di colpevole silenzio (se non di aperto sostegno) eretto dall’opinione pubblica internazionale per coprire i crimini del governo di Tel Aviv, giustificando di fatto 60 anni di assedio. Durante i tre giorni di sosta a Napoli saranno organizzate numerose manifestazioni di sensibilizzazione sulle tragiche condizioni di vita del popolo palestinese. E’ possibile contribuire al finanziamento della missione attraverso il sito http://www.freedomflotilla.it/donazioni-2/appello-estelle-100/.

Per il milione e mezzo di abitanti di Gaza l’impossibilità d’accedere ad aiuti provenienti dall’esterno si somma alle forti limitazioni arbitrariamente imposte da Israele alla loro principale fonte di sostentamento, la pesca. Il muro delle tre miglia stabilito dalle autorità israeliane è di per sé una violazione degli accordi di Oslo del 1993, che prevedevano per i pescatori palestinesi la possibilità di allontanarsi fino a venti miglia dalla costa di Gaza. Il limite nel corso degli anni si è assottigliato sempre più, passando dalle dodici alle sei miglia, fino a giungere nel 2009 alle attuali tre. Oltretutto, come spesso denunciato dal Civil Peace Services (Cps), la rete internazionale che monitora potenziali violazioni dei diritti umani nello specchio di mare che bagna la Striscia di Gaza, la marina israeliana attua un vero e proprio terrorismo psicologico utilizzando cannoni d’acqua contro le hasakas, le piccole imbarcazioni da pesca palestinesi, anche entro le tre miglia dalla costa.

La prima flotilla, un viaggio conclusosi nel sangue

I primi due tentativi di raggiungere Gaza City non hanno riportato successo per la dura reazione della marina militare israeliana e la sudditanza degli Stati che affacciano sul Mediterraneo verso Tel Aviv e le sue “esigenze di sicurezza”. La Freedom Flotilla I salpò dalle coste di Cipro nel maggio del 2010, composta da 6 navi battenti bandiere americana, turca, greca e svedese. Portava con sé un carico di aiuti umanitari: cibo, materiale medico, 10.000 tonnellate di calcestruzzo, costruzioni prefabbricate e apparecchi didattici. Il calcestruzzo era indispensabile per la ricostruzione a Gaza dopo i bombardamenti dell’operazione Piombo fuso a cavallo tra il 2008 e il 2009 (un vero e proprio genocidio, in tre settimane – secondo il rapporto dell'Onu – 1444 palestinesi persero la vita). Israele invitò la Flotilla a gettare l’ancora nel porto di Ashdod e trasportare gli aiuti nella Striscia via terra. Naturalmente previo controllo delle autorità israeliane, che avrebbero bloccato materiali come il calcestruzzo, considerato illegale (Hamas avrebbe potuto impiegarlo per edificare tunnel e bunker). Il 31 maggio la spedizione fu intercettata in acque internazionali dalle forze navali israeliane, che abbordarono le imbarcazioni degli attivisti. Su una di queste, la più grande, la turca MV Mavi Marmara, si consumò una drammatica colluttazione con le forze speciali israeliane, che aprirono il fuoco provocando 9 morti e almeno 60 feriti. L’unica condanna all’operato di Israele venne dalla Turchia, direttamente interessata, per il resto la comunità internazionale si limitò a esprimere un generico sentimento di rammarico. Dopo qualche giorno tutto finì nel dimenticatoio.

Freedom Flotilla II, nel ricordo di Vic

Il secondo convoglio organizzato per forzare il blocco navale israeliano fu ribattezzato Stay Human, in onore dell’attivista italiano Vittorio Arrigoni, assassinato a Gaza il 15 aprile 2011 (“Stay human”, restiamo umani, era l’espressione con la quale Vic era solito chiudere le comunicazioni dall’inferno della Striscia). Dieci imbarcazioni, con a bordo oltre 400 persone di 22 nazionalità diverse, avrebbero dovuto raggiungere il porto di Gaza per consegnare oltre 3.000 tonnellate di aiuti umanitari. La spedizione, la cui partenza dalle coste greche era prevista per il 27 giugno 2011, nonostante la determinazione degli attivisti non riuscì a prendere il mare per ostacoli di carattere burocratico posti dal governo di Atene, in conseguenza delle pesanti pressioni esercitate da Israele a livello internazionale. Per impedire la partenza delle navi Tel Aviv minacciò offensive analoghe a quelle adottate l’anno precedente e definì gli attivisti terroristi pronti a utilizzare agenti chimici, caricati sulle navi, contro i suoi soldati.