Un articolo a firma di Richard Martin, senior editor per la sezione Energy della MIT Technology Review, riflette sulle implicazioni della Brexit sulle politiche energetiche dell'Unione. Lo sviluppo delle rinnovabili nel continente e nel Regno Unito, le sorti dell'industria dell'energia, il perfezionamento della power grid: tutte queste linee di sviluppo industriale ed economico subiranno conseguenze di qualche genere.

Pochi giorni prima del referendum l'amministratore delegato di Enel, Francesco Starace, ha rilasciato un'intervista a Bloomberg in cui dice che Enel non ha un business operativo diretto in Gran Bretagna, dunque un ragionamento superficiale potrebbe portarlo a non preoccuparsene. Invece spiega che non è così, perché Enel ha una posizione importantissima in Europa. Gli investitori extra-europei osservano un'area che ha problemi di difficile comprensione, con un futuro oscuro e, in ogni caso, in profondo mutamento. Così saranno tentati di portar via i loro capitali. Se vincerà la Brexit (Starace ha rilasciato l'intervista prima del referendum) questa dovrà essere considerata un fatto terribile per l'Europa.

La francese EDF non cambia i piani per il Regno Unito: i 25 miliardi di dollari di investimenti per la realizzazione di impianti nucleari non subiranno effetti dall'esito del referendum sulla Brexit. Lo ha spiegato l'amministratore delegato Jean-Bernard Levy alla stampa subito dopo l'esito del voto. Levy ha detto che in Gran Bretagna entrambi gli schieramenti nel dibattito sull'energia sostengono le politiche pro-nucleari rispetto al carbone, incluso l'impianto di Hinkley Point nel quale è impegnata EDF. Il Ministro dell'Energia Andrea Leadsom, uno dei sostenitori della Brexit, a maggio in Parlamento ha dichiarato che l'energia prodotta nell'impianto di Hinkley sarebbe più conveniente rispetto a quella prodotta dalle rinnovabili.

La Siemens si è schierata subito e con decisione contro la Brexit. Con un comunicato pre-elettorale ha spiegato che considera l'appartenenza all'Unione Europea una cosa buona per il lavoro e il benessere e che nutriva preoccupazioni per l'eventuale uscita. L'accesso tax-free al più grande mercato export, la normativa unificata che riduce il costo del business, il legame con le università e gli istituti di ricerca (su questo c'è anche un articolo che esprimeva i timori del mondo scientifico). Tutte cose, dice il comunicato, che rendono migliore la Gran Bretagna, non solo Siemens. Poi c'è il periodo di incertezza, molto lungo, che comprometterebbe importanti investimenti nel paese.

Siemens believes that being part of the EU is good for UK jobs and prosperity and we have concerns about the possible effects of a vote to leave.

Il comunicato di Siemens spiegava anche che in ogni caso, viste le dimensioni globali della multinazionale, le ricadute sull'azienda non ne avrebbero pregiudicato in modo significativo le performance, tanto meno la stabilità. Il fatto poi che Siemens sia presente in Gran Bretagna da 170 anni e abbia oggi 13 siti e 14.000 dipendenti, spiega come l'interesse e l'impegno nel mercato britannico sarebbero rimasti immutati. Insomma, come confermato in un comunicato post-referendum, Siemens considerava la permanenza nell'Unione Europea la scelta migliore per la Gran Bretagna, fermo restando che la scelta sta al popolo britannico e che l'impegno nel paese da parte dell'azienda non verrà meno.

Di seguito alcuni passaggi più significativi dell'articolo della MIT Technology Review.

La decisione degli elettori britannici di uscire dall'Unione Europea ha prodotto onde d'urto che si sono subito propagate sui mercati, anche nel settore dell'energia. Tra i decisori pubblici, gli analisti e i sostenitori delle energie pulite c'è unanimità di giudizio: se la Brexit non distoglierà completamente l'Unione Europea dall'impegno per la riduzione delle emissioni dei gas climalteranti, metterà sicuramente i bastoni tra le ruote ai lavori. Sotto la guida del PM David Cameron e dei suoi predecessori, la Gran Bretagna è stata leader nelle politiche energetiche e nel sostegno all'introduzione delle rinnovabili. Molte caratteristiche delle attuali politiche energetiche che negli ultimi decenni hanno caratterizzato l'area dell'Unione, incluso il superamento dei monopoli di controllo di produzione, trasmissione e distribuzione, si sono ispirate al modello legislativo britannico.

Di recente, però, il governo britannico ha ridotto il proprio sostegno alle rinnovabili, con importanti tagli agli incentivi per le installazioni solari (sia piccole che grandi). Un rapporto pubblicato all'inizio di quest'anno dalla Renewable Energy Association ha rilevato che "i ripetuti interventi del governo stanno danneggiando la posizione di leader globale del Regno Unito, rallentando i tassi di crescita, e stanno aumentando la probabilità che gli obiettivi giuridicamente vincolanti del 2020 sull'energia rinnovabile… non vengano raggiunti". Libero dagli obblighi previsti dai trattati e dagli accordi europei, un nuovo governo del Regno Unito potrebbe continuare con il voltafaccia alle rinnovabili. Molti credono che quegli obiettivi erano lontani già prima del voto al referendum, l'uscita dall'UE li potrebbe rendere irraggiungibili.

Un report di marzo di Vivid Economics, commissionato dal gestore inglese National Grid, ha valutato che l'abbandono dell'UE potrebbe costare mezzo miliardo di sterline all'anno (circa 700 milioni di dollari) negli anni 2020 a causa dell'incertezza rispetto agli investimenti energetici e climatici. Rachel Kyte, che dirige la United Nations Sustainable Energy for All initiative, dopo aver conosciuto l'esito del referendum sulla Brexit ha pubblicato un tweet di una sola parola: "pianto".

In questo momento la Gran Bretagna ha la più grande e più avanzata industria dell'eolico offshore. Molti di questi progetti, però, sono stati finanziati dall'Unione Europea e dalle grandi utilities continentali e il destino di questi accordi è tutto da vedere. Il gigante tedesco dell'industria Siemens, che sta costruendo un hub manifatturiero per turbine eoliche ad Hull, è stato uno dei maggiori oppositori della Brexit.

Ancora più importante, forse, è il fatto che questo risultato potrebbe mettere in dubbio lo sviluppo del mercato unico europeo dell'energia. Per quasi due decenni l'UE ha lavorato all'unificazione del mercato, con la costruzione di linee di trasmissione internazionali e l'approvazione di norme per la liberalizzazione della produzione nell'area dell'Unione Europea. Una power grid di livello continentale è fondamentale per l'integrazione di grandi quantità di energia rinnovabile nel sistema. Le principali interconnessioni sottomarine ad alta tensione tra la Scandinavia, l'Europa del Nord, e il Regno Unito sono grandi componenti del progetto. Ma senza la seconda più grande economia europea (e terzo produttore di energia) questo processo d'integrazione potrebbe entrare in una fase di stallo.