L’attentato di lunedì 21 luglio nella città di Suruc, nel Kurdistan della Turchia (Kurdistan del Nord), che dista soltanto 10 km dalla città martire di Kobane, nel Kurdistan siriano (Kurdistan dell’Est), è stato l’ennesimo attacco ai curdi. Infatti, 300 giovani, ragazzi e ragazze che erano giunti da varie città tra le quali Istanbul, Ankara, Smirne e Diyarbakir e si erano dati appuntamento sul posto prima di una missione di aiuto agli abitanti della vicina città curdo-siriana di Kobane, martoriata da mesi di conflitto con l’Isis, ed erano pronti a partire quando una donna kamikaze (si presume che sia stata una ragazza dell’età tra 18 e 20 anni) si è fatta esplodere nel giardino del centro culturale Amara uccidendo 30 persone e ferendone un centinaio, molti di loro sono in grave condizioni.
Ci si chiede come abbia potuto una donna kamikaze, carica di esplosivo, attraversare il confine blindato dell’esercito Turco: questa domanda come tante altre è destinata a rimanere senza risposta. Tuttavia è certo che l’attacco di lunedì scorso  sia stato diretto alla popolazione curda della Turchia e il loro desiderio di aiutare i loro fratelli al di là del confine, come pure è evidente che agli assassini dell’Isis non sia piaciuto il contatto tra i curdi della Turchia e dei curdi della Siria: non è piaciuto ai nazionalisti, ai kamalisti e agli islamisti di Erdogan, tanto che quest’ultimo alcune settimane fa aveva dichiarato che “La Turchia non permetterà la nascita di uno Stato curdo all’interno della Siria”, aggiungendo che “Dico alla comunità internazionale che qualunque sia il prezzo da pagare, noi non permetteremo mai la formazione di un nuovo stato nella nostra frontiera meridionale nel nord della Siria