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ITALIA: il Paese potenziale

L'Italia è "potenziale". In ogni settore, dallo sport, alla cultura, all'economia, l'Italia è un Paese "potenzialmente" grande; forse il più grande. Ma senza riuscire ad esserlo mai. Cullando piuttosto una retorica sciocca, tesa a mascherare le deficienze qualitative, organizzative, di onestà intellettuale e umiltà, proprie dei grandi davvero.

ITALIA: il Paese potenziale.

Lo so, è una cosa trita e ritrita il voler fare della nazionale di calcio una specie di metafora di vizi e virtù dell’Italia. Ma l’umiliante sconfitta contro la Spagna smaschera alcune caratteristiche proprie del nostro Paese, oggi più evidenti che mai, che mi rende difficile il non parlarne.

Chi ama il gioco del calcio non può non restare incantato di fronte alla perfezione tecnica della squadra spagnola che fonde tecnica sopraffina e fantasia latine e brasiliane con forza e precisione anglosassoni. Tenendo lontane  approssimazione, sciatteria, ricerca di colpi di fortuna, furbizia. Le quattro doti proprie invece della nostra nazionale e della nostra nazione. Un modo di essere.

Alcuni, a cui il gioco del calcio è oscuro sostengono che gli spagnoli sono noiosi e scontati. L’unica cosa scontata è che ti battono inesorabilmente. Ma ogni gol è un’opera d’arte, d’inventiva e tecnica calcistica sopraffina; in genere un’opera corale il cui bello sta nella sintesi di classe velocità, capacità di scattare senza palla e di toccarla nell’unico modo utile per farla entrare in rete. In una parola: il calcio. Fanno quello che devono fare con un autentico senso di rispetto per se stessi e per chi li guarda.

L’Italia, invece, è “potenziale”. In ogni settore, dallo sport, alla cultura, all’economia, l’Italia è un Paese “potenzialmente” grande; forse il più grande. Ma solo potenzialmente, senza riuscire ad esserlo mai. Cullando piuttosto una retorica sciocca, tesa a mascherare le deficienze qualitative, organizzative e di onestà intellettuale e umiltà, proprie dei grandi sul serio.

All’interno delle quattro “qualità” che ci contraddistinguono, una in particolare in questo periodo salta all’occhio come una trave: la mancanza di cultura della qualità come presupposto di base per affermarsi con serietà e onestà a fronte della ricerca della mediocrità come chiave che tutela implicitamente dalle figuracce e dall’assunzione del rischio, insita invece in chi punta sulla qualità.

La Spagna al di là della maestria tattica, schiera in campo il meglio che può offrire il calcio spagnolo, undici fuoriclasse in campo e undici fuoriclasse in panchina con qualche riserva ancora più forte dei titolari. Chi gioca o conosce il calcio sa che questo è un rischio, ma sa anche che chi se lo assume esprime, su tutte, due priorità: bel gioco e rispetto per il pubblico. Chi esprime questo come priorità assoluta ha già vinto ancora prima di scendere in campo perché questo atteggiamento mentale è un impegno morale superiore a quello di cercare di vincere ad ogni costo. La continuità di risultati senza precedenti nella storia del calcio confermano che non si tratta di un caso, ma di un preciso disegno sportivo e umano. Vincente di per sé.

|se a calcio sbagli 8 passaggi su dieci, hai la lingua di fuori dopo dieci minuti, non corri e non riesci a tirare in porta più di due volte in 90 minuti, non solo non hai dato il massimo, ma neanche il minimo

L’Italia invece tradizionalmente e storicamente allergica alla cultura della qualità (in senso ampio e sociale) si limita ad accontentare “la piazza” con soli quattro fuoriclasse veri (Buffon, De Rossi, Pirlo e Cassano; Balottelli forse lo sarà, ma non lo è ancora…) che signoreggiano inutili in mezzo a sette gregari di buona volontà e undici comprimari inutili e inutilizzati in panchina, lasciando a casa gli altri fuoriclasse veri che sarebbero titolari fissi e indiscussi in qualsiasi altra squadra del mondo. Un gioco di veti e poteri contrapposti, la cultura diffusa della mediocrità, la perenne paura di rischiare, il bel gioco che non  interessa proprio, creano le condizioni per avere sempre alibi plausibili per la sconfitta o far gridare al miracolo in caso di vittoria e far fare bella figura ai dirigenti gestori del potere distribuendo le responsabilità tra qualche singolo di poco conto, la sfortuna, la stanchezza, il valore dell’avversario. Come dire, come al solito, che siamo stati bravi e che se abbiamo perso non è stata colpa di nessuno.

Questa non è la storia della nazionale di calcio. Questa è la storia del nostro Paese, passata, recente, attuale.

La qualità, come la cultura, non conta. Contano gli equilibri politici in grado di creare un immagine che dia l’illusione di essere all’altezza degli altri con poco sforzo e senza sacrificare interessi politici, economici e di potere, dando la sensazione di avercela messa tutta attraverso un continuo esercizio di vuota retorica che dimentica che se a calcio sbagli 8 passaggi su dieci, hai la lingua di fuori dopo dieci minuti, non corri e non riesci a tirare in porta più di due volte in 90 minuti, non solo non hai dato il massimo, ma neanche il minimo.

|la qualità, come la cultura, non conta. Contano gli equilibri politici in grado di creare un immagine che dia l’illusione di essere all’altezza degli altri

Così come quando diciamo che Monti ha ottenuto risultati strepitosi e mentre lo diciamo notifichiamo il crollo di tutti i minimi parametri di benessere del Paese – continui e progressivi, anzi direttamente proporzionali ai “successi” del Governo – stiamo mentendo, perché nessuno di questi successi a cui vogliamo credere per disperazione, facendo finta di capirli, è in grado di essere spiegato, motivato e soprattutto vissuto da chicchessia. Anzi, si: dai mercati, che sbadato….Mercati che non hanno più nessuno che va a fare la spesa, ma che importa. L’importante è dare l’impressione e tirare avanti…

Approfondimenti: cultura, Curiosità, Italia, Luciano De Simone, social, sport

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