Lo scorso settembre, il vicepresidente della Commissione europea e responsabile per le politiche economiche, Olli Rehn, aveva affermato durante una conferenza stampa svoltasi a Roma che «l’Italia è come la Ferrari: ha talento, ma non basta». Qualche settimana fa, invece, Bruxelles ha comunicato il suo giudizio negativo sull’ultima manovra finanziaria che il governo Letta ha presentato e per la quale intende incassare la fiducia del Parlamento. Due eventi distinti nel tempo, ma entrambi carichi di significato e, soprattutto, di conseguenze. C’è chi pensa, infatti, che certe critiche siano ingiustificate, poiché non tengono conto degli sforzi che l’Italia ha sopportato e sta tuttora sostenendo per fuoriuscire dalla crisi economica. Qualcun altro, al contrario, le ritiene più che fondate, in ragione dei gravi ritardi che il nostro paese manifesta in termini di politiche non soltanto economiche, ma anche sociali, energetiche e infrastrutturali rispetto al resto dei paesi europei. Per capirci qualcosa, però, è opportuno fare un salto nel passato e ripercorrere i passi compiuti dall’Italia per entrare a far parte dell’Unione europea.

Le ragioni di una scelta. Come già in altre occasioni, il governo italiano scelse di aderire, nel 1951, alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio per interesse. Infatti, fino ai primi anni ’50 l’attenzione dell’Italia si era, prevalentemente, concentrata verso il Mediterraneo, nella speranza di poter conservare il controllo sulle antiche colonie nordafricane. Di fronte i ripetuti inviti a partecipare a un’unione di stati europei occidentali in chiave anti-sovietica, l’Italia aveva sempre reagito con un rifiuto, scegliendo di coltivare il mito della “quarta sponda” e di perseguire la via del neutralismo. Solo in seguito, con l’abbandono delle colonie africane e l’adesione alla Nato, il governo presieduto da Alcide De Gasperi scioglierà ogni riserva e inaugurerà una politica estera fortemente europeista. Nel tempo, la scelta degasperiana si rivelerà vincente: l’adesione alla Ceca, infatti, permetterà all’Italia di rilanciare il settore nazionale della siderurgia e di godere del miracolo economico – il famoso “boom” – che si manifesterà, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, in tutto il Vecchio continente.

Altiero Spinelli
in foto: Altiero Spinelli

Europeisti per caso? Considerare la politica e il ruolo esercitato dall’Italia in Europa sotto la luce del puro interesse economico non sarebbe corretto, soprattutto in ragione del contributo donato da molti italiani allo sviluppo del pensiero europeista. Basterebbe pensare, ad esempio, che nel 1941 sull’isola di Ventotene un gruppo di esuli antifascisti – Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni – elaborò il manifesto che ispirò i Trattati di Roma del 1957, ai quali si deve la nascita della Comunità Economica Europea. L’impegno dell’Italia in materia di politiche europee crebbe poi durante gli anni dei governi Craxi, grazie all’iniziativa del premier socialista in favore di una riforma delle istituzioni comunitarie. É anche grazie all’Italia se nel 1986, vinte le resistenze britanniche, fu approvato l’Atto unico europeo, il documento che fissava l'obiettivo dell' unificazione economica e monetaria. In sostanza, anche se la scelta del governo italiano di aderire al progetto europeista risultò, inizialmente, dettata dal timore di restare fuori dal “concerto” delle potenze europee, col tempo l’europeismo diventò in misura sempre maggiore una costante della politica estera italiana.

L’anello debole della catena. Nonostante l’Italia continuasse a giocare ruolo decisivo per lo sviluppo del processo d’integrazione, il rapporto con gli altri stati membri continuava a essere percorso da forti tensioni. Le preoccupazioni di paesi come la Francia, il Regno Unito e la Germania riguardavano la nostra affidabilità: fino a che punto era giusto concedere fiducia a un paese che, nonostante le buone intenzioni, si caratterizzava per una forte instabilità politica e una scarsa governabilità? Questa era la domanda che si ponevano francesi, inglesi e tedeschi, guardando all’Italia come a un possibile “cavallo di Troia”, portatore di grandi opportunità, ma anche di gravi rischi. Questa paura assunse dei toni preoccupanti all’inizio degli anni ’90, quando, in concomitanza con gli scandali di Tangentopoli e la recessione economica, l’Italia si trovò costretta a rispettare i doveri assunti con il Trattato di Maastricht del 1992. In quel periodo, il governo italiano ricorse a tutti i mezzi possibili – compresa una politica fiscale di “lacrime e sangue” – per non restare escluso dal processo di unificazione europea e nonostante le previsioni degli altri stati, alla fine, l’Italia riuscì a superare quella che all’inizio era apparsa come una prova impossibile.

Silvio Berlusconi e Romano Prodi
in foto: Silvio Berlusconi e Romano Prodi

Trionfi e insuccessi. La politica di risanamento del deficit pubblico iniziata durante i primi anni ’90 viene proseguita da Romano Prodi che, nel 1996, diventa presidente del Consiglio e decide di spostare l’asse della politica estera italiana in direzione dell’Europa: il suo obiettivo è permettere al paese di adottare, entro il 1999, la moneta unica europea, ossia l’Euro. L’atteggiamento di Bruxelles verso Roma diventa meno diffidente e più fiducioso e, così, mentre gli italiani ingoiano la pillola amara dell’eurotassa, Italia ed Europa sperimentano una sorta di “luna di miele” destinata, però, a durare poco. Le elezioni del 2001 segnano, infatti, il successo di Silvio Berlusconi, percepito all’estero come un personaggio politico discutibile e, tendenzialmente, euroscettico. Giunto a Palazzo Chigi, infatti, il nuovo premier accentua il carattere filo-atlantico della diplomazia italiana, a scapito dell’intesa con i partner europei. Eppure sarà proprio il governo Berlusconi a dover fronteggiare, seppure con una certa superficialità, l’arrivo in Italia dell’Euro e le sue ripercussioni. Nonostante la breve parentesi di un secondo governo Prodi, nel 2006, l’Italia comincia ad assumere nell’ambito del contesto europeo un ruolo sempre più marginale, anche a causa dello stile del tutto personale con il quale Berlusconi, tornato al potere nel 2008, conduce la politica estera del paese.

Un futuro incerto. L’inizio della crisi economica e le continue fibrillazioni all’interno della maggioranza di centro-destra conducono, infine, alla nascita, nel novembre del 2011, di un governo tecnico presieduto da Mario Monti. Attraverso il governo Monti, durante il 2012, l’Italia sembra tornare a esercitare una politica di maggiore spessore in Europa. Eppure, proprio mentre il paese recupera credibilità agli occhi degli altri stati membri, gli italiani maturano nei confronti delle istituzioni comunitarie un senso di distacco sempre più profondo. Si tratta di una forma di risentimento verso un’Europa che, di fronte il dramma della crisi economica e il fenomeno dell’immigrazione clandestina, si rivela spesso incapace di agire. Tra le pieghe di questo risentimento crescono le tendenze antieuropeiste di partiti e movimenti politici, che strumentalizzano il desiderio irrazionale degli italiani di risolvere tutti i loro problemi fuoriuscendo dall’Unione europea. Parallelamente, aumentano la sfiducia nei confronti della politica e l’incertezza per il futuro. Il senso di smarrimento dell’opinione pubblica italiana è tale da riflettersi in modo chiaro nei risultati delle elezioni dell’aprile 2013, che ci offrono un quadro politico altamente frammentato e teso.

La distanza può accorciarsi. Il distacco tra i cittadini italiani e le istituzioni europee non nasce dal nulla, ma dalla percezione che in molti oggi hanno dell’Europa come un ostacolo per la ripresa economica. Tale visione sembra trovare conferma nella tenacia con la quale Bruxelles persegue una politica del rigore assoluto, senza che s’intravedano segnali realmente positivi nei paesi più colpiti dalla crisi. Il rischio, però, è quello di premiare gli stati virtuosi lasciando per strada quelli che versano in condizioni peggiori, come l’Italia. Se non ci sarà un’inversione di marcia, come auspicato dallo stesso governo Letta, difficilmente la distanza tra Roma e Bruxelles potrà accorciarsi in futuro. D’altra parte, anche l’Italia dovrà rinunciare a certe abitudini del passato, prima fra tutte la tendenza a considerare l’Europa come la risposta a ogni problema: lo spazio europeo, infatti, costituisce un’opportunità perché ci permette di mostrare al meglio le nostre capacità in quanto sistema-paese, non perché offre la cura a ogni male.