Adoro Android, sia come sviluppatore che come utente. Rispetto ad iOS, il S.O. di Mountain View offre una libertà non indifferente nella gestione del dispositivo, ed è forse questo il motivo per cui molte persone preferiscono ad oggi un terminale Android ad uno Apple. Per non parlare poi della possibilità di installare versioni personalizzate del firmware (es.: Cyanogenmod).

Nel mio “Discover Android” (mi piace chiamarlo così questo “viaggio”), c’è solamente una cosa che mi fa rimpiangere veramente tanto un iPhone ed è anche il motivo per cui diffido da qualunque tablet che non sia un iPad: l’offerta delle applicazioni e la qualità di quest’ultime.

[quote|left]|C’è solamente una cosa che mi fa rimpiangere veramente tanto un iPhone […]: l’offerta delle applicazioni e la qualità di quest’ultime.[/quote]

Intendiamoci: negli ultimi due anni, il numero di applicativi all’interno del Google Play Store ha sorpassato quello dell’App Store. Il che è sicuramente un segno positivo, in quanto gli sviluppatori stanno cominciando ad interessarsi anche a questa piattaforma. Il problema è proprio qui, ovvero: ma questi programmi, come vengono ammessi all’interno di ogni Store? Per farla molto semplice: mentre Google permette la pubblicazione del proprio lavoro in meno di 24h, grazie ad un controllo automatizzato che cerca solamente la presenza o meno di codice malevolo (leggasi virus), Apple ha un vero e proprio team fisico che controlla qualunque applicazione venga mandata e i tempi di attesa variano da una settimana a più di venti giorni. Un arco di tempo che può risultare molto snervante, ma che assicura un quality check molto accurato.

Nonostante questo, una buona parte degli sviluppatori continua a scegliere iOS come prima piattaforma per rilasciare le loro applicazioni, per poi uscire in un secondo momento su Android. L’esempio, in questo caso, è portato dal mondo dei videogiochi: Square-Enix, una nota software house giapponese, rilascia sempre i suoi giochi prima su App Store e poi approda su Play Store, mentre ChAIR Entertainment (una branca di Epic Games), pubblica Infinity Blade solo ed esclusivamente sullo Store Apple.

L’esempio più lampante però, e qui ci allacciamo immediatamente al secondo punto del problema, è dato dalla Tapbots e da Pixiapps, che hanno rispettivamente creato Tweetbot ed Ecoute.

Sul Play Store non ho trovato una (e dico una, non è che ne stia pretendendo diecimila) applicazione che riesca a soddisfarmi con l’UI proposta. Al giorno d’oggi, almeno io credo, un altro aspetto da non sottovalutare è anche l’offerta e la qualità delle app presenti in ogni store (oltre alla batteria, come già detto qui): per l’utente medio non è molto importante la potenza del terminale, ma le applicazioni.

Se Tweetbot ed Ecoute sono il massimo che si può avere su iOS per l’UI, rispettivamente, in un client Twitter ed un lettore musicale, è praticamente impossibile trovare le relative controparti su Android. L’unica che forse si può salvare è n7player, che ha una grafica veramente niente male ed anche funzioni interessanti. Ma il resto è tutta fuffa. E vi assicuro, da grande appassionato di musica che sono, che ci ho speso i miliardi su app per riprodurre musica.

Situazione ancora peggiore per quanto riguarda il versante Twitter: degli amici mi avevano parlato piuttosto bene di Falcon Pro, un client che è definito come il “Tweetbot per Android”. Incuriosito, l’ho scaricato. Effettivamente la UI è sicuramente migliore rispetto ad altre proposte sul Play Store ma anche qui, niente per cui strapparsi i capelli.

E questi sono solamente due esempi di due categorie che uso praticamente ogni giorno.

Morale della favola? Android potrà essere open quanto si voglia, ma iOS continua a vincere 10 a 0 sia su offerta che qualità delle app proposte.