Il 12 maggio è uscito il suo primo omonimo disco da solista, e con Semaforo ha voluto anticipare il suo nuovo percorso artistico: stiamo parlando di Lorenzo Ugolini, in arte Hugolini, che dopo aver militato dieci anni nei Martiniccia Boison, parte con un nuovo progetto, e lo fa mettendosi in gioco. In questi giorni, il cantautore è in giro per l'Italia, impegnato nell'apertura di alcune delle tappe del concerto di Francesco Gabbani. Ma il futuro si prospetta già ricco di novità.

Ciao Hugolini. Come sta andando la diffusione di Semaforo?

«Molto bene! L’uscita di questo primo disco con il singolo Semaforo ha creato una certa curiosità intorno al progetto di Hugolini e complice della grande professionalità delle persone che stanno lavorando con me, ne è risultata un’estate piena di concerti in tutta Italia. La cosa ovviamente mi riempie di gioia».

A quanto ho letto, hai definito questo brano un “luogo mentale fisico che ci fa fermare, permettendoci di fantasticare e perderci in un flusso libero e casuale di pensieri, immagini e parole”. A tuo avviso, nell’epoca in cui viviamo, dipendiamo molto da questi semafori?

«Credo che ci sia estrema necessità di luoghi fisici o mentali in cui è la mente che produce idee e immagini perché in quel momento non si è in presenza di nessun altro input esterno: nuotare, correre, pattinare, scrivere canzoni e fantasticare ai semafori rossi rappresenta per me un modo per stabilire un contatto con me stesso. Evviva quindi il rosso del Semaforo».

Il brano anticipa Hugolini, il tuo disco d’esordio da solista. È ancora presto per poter parlare di risultati, ma quali sono stati i primi riscontri che hai ricevuto riguardo l’album?

«Una delle cose che sento dire più spesso da chi ha ascoltato il disco è che mette bene. È bello sentire che le persone quando sono tristi oppure hanno bisogno di una botta di energia o di ottimismo mettono il tuo disco! Anche gli addetti ai lavori, attraverso alcune recensioni, hanno percepito una certa leggerezza nell’affrontare e nel fotografare la realtà: la chiamerei. Questo è uno degli ingredienti del mio modo di scrivere».

Se in futuro ci fosse la possibilità di collaborare con qualche artista, avresti già in mente a chi chiedere?

«A Firenze ci sono tante band di amici che stimo moltissimo tra queste I Piaceri Proletari, Celluloid Jam, Millelemmi, Street Clerks, Bowland, Fanfara Station: con loro mi piacerebbe collaborare. Con Lorenzo Kruger dei Nobraino abbiamo in cantiere una canzone scritta a 4 mani, forse un giorno la pubblicheremo. Se invece vogliamo fare sogni di Rock and Roll, mi piacerebbe collaborare con Damon Albarn!».

So che sei nell’apertura di alcuni concerti del tour di Francesco Gabbani. Come ti stai trovando a lavorare con il vincitore di Sanremo 2017?

«Mi sto trovando davvero molto bene! Francesco e tutti i membri della sua band sono ragazzi davvero disponibili che si meritano tutte le belle cose che gli stanno capitando. Quando sono arrivato dietro il palco la prima volta per il sound check, c’è stata estrema gentilezza nell’accoglierci, nonostante si possa immaginare quanto i tempi siano sempre strettissimi».

Facciamo un piccolo passo indietro. Per dieci anni sei stato fondatore e componente del gruppo Martinicca Boison, con il quale hai pubblicato ben quattro album. Cosa ti ha spinto a cambiare progetto e prendere la strada da solista?

«Con i Martinicca Boison abbiamo suonato insieme per dieci anni pubblicando 4 cd: ad un certo punto abbiamo sentito il desiderio di provare altre esperienze musicali. Io volevo arrangiare le mie canzoni in modo più elettronico e meno folk, una band più piccola e componibile, e mi sarebbe piaciuto unire l’esperienza del live con quella del djing. I miei desideri si sono esauditi perché Hugolini suona pop,elettronico e tropicale ed è accompagnato da una band di 2 musicisti, Frank Cusumano ed Orchestrale Mariani e un dj, Ghiaccioli e Branzini al le programmazioni».

Dagli inizi a oggi: com’è cambiato Hugolini?

«Il mio modo di scrivere si è molto semplificato: adesso cerco con sincerità e spontaneità di raccontare e fotografare delle storie con ironia e un pizzico di disincanto. Quando ho iniziato a scrivere invece, per somigliare a Battiato, utilizzavo degli arzigogoli a volte un po’ troppo presuntuosi per uscire dalla bocca di un adolescente».

Tu rientri nella categoria dei cantautori. A tuo avviso, questa figura è cambiata nel sistema musicale attuale?

«Come dicevo, penso che i giovani cantautori debbano ricercare semplicità e poca pretenziosità nel loro modo di scrivere, puntando dritto alla loro voglia di comunicare qualcosa con le loro parole, senza perdersi in retoriche antiche o in futili e momentanee mode, tanto queste onde cambiano a ritmo sempre più sostenuto».

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Capitolo musica emergente: c’è qualche nuovo arrivato che segui con particolare interesse? Più in generale, secondo te, che stagione sta vivendo il vivaio musicale italiano?

«Seguo con interesse la scena indipendente italiana: mi piacciono gli Jang Senato, i Nobraino, Cosmo, Lucio Corsi e Giovanni Truppi, Gli Orage, Sandro Joyeux e tutta la musica fiorentina di cui si è parlato sopra. Credo che per la musica italiana sia un buon momento: l’importante è che non si perda in mille campanilismi inutili, noiosi dibattiti sulla differenza tra mainstream e musica di nicchia. La differenza è tra musica bella e musica brutta…».

Negli ultimi anni, la musica ha trovato un posto di rilievo all’interno dei format televisivi. Per te, è un bene o un male?

«Non sono mai stato interessato a quel tipo di percorso: qualche anno fa, con i Martinicca Boison, ci chiamarono per fare un provino a X-factor, ma declinammo l’invito. Nonostante questo credo che ognuno debba serenamente scegliere la propria strada che, nel caso, può tranquillamente passare pure da un talent show, anche se il pericolo di essere risucchiati dal televisore è abbastanza alto! E poi è così bello macinare chilometri e vedere crescere il proprio pubblico, concerto dopo concerto, che è un peccato essere catapultati su grandi palchi senza essere mai passati da quelli piccoli!».

Domanda secca: SIAE o soundreef?

«Io sono iscritto alla SIAE, ma credo che la possibilità di scegliere per un musicista rappresenti per tutti un valido motivo per non adagiarsi sugli allori e per migliorare tutte quelle procedure che fino ad oggi sono state lente, complicate e poco vantaggiose per chi fa musica. Mi sembra però che le cose stiano lentamente cambiando».

Alla fine dei tuoi impegni estivi, tornerai a scrivere oppure hai già del materiale da registrare?

«Ho già pronte tante canzoni che sto scrivendo e contemporaneamente registrando con un piccolo studio mobile che porto sempre in giro con me, ma ho una voglia pazza di viaggiare e di fare tanti concerti prima di fermarmi di nuovo!».

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