in foto: Niccolò Matcovich

Nonostante gli ultimi fatti di cronaca, il teatro a Roma è vivo più che mai. Una forte testimonianza arriva dalla compagnia Habitas che, durante il mese di febbraio, è in giro per la città capitolina con ben due spettacoli: Surgelami, in scena al Teatro Studio Uno fino al 26, il cui racconto si focalizza sui rapporti di coppia e le tematiche che ne ruotano attorno, e Chatters, al Teatro Tor Bella Monaca dal 23 al 26, opera tragicomica di ciò che passa nella televisione italiana attuale. Con l'occasione, ho intervistato Niccolò Matcovich, fondatore, autore e regista della compagnia.

Partiamo da Surgelami. Nella sinossi, ho letto che non siamo più pronti ai rapporti di coppia, al lavoro, al futuro, alla fiducia. Perché stiamo vivendo questo momento storico?

«Non siamo certamente dei sociologi, ma cerchiamo di rispondere a questa domanda con l’esplorazione teatrale. Uno dei punti di forza della residenza (cioè la possibilità di usufruire del Teatro gratuitamente per un mese di prove) è proprio questo: lanciare delle domande per indagarle collettivamente. E una delle risposte è probabilmente la mancanza di punti di riferimento. Oggi è difficile “affidarsi a qualche santo”, in primis da un punto di vista lavorativo; ed essendo il lavoro il fondamento della società in cui viviamo, se già questo è difficile figuriamoci tutto ciò che gli ruota intorno, in primis una vita serena e, quindi, la possibilità di pensare all’altro, inteso anche come compagno di vita».

Te lo devo chiedere: come mai Surgelami?

«Il nome, e quindi l’idea del progetto, nasce da uno “scherzo d’amore” tra Niccolò e Livia, i due fondatori di Habitas, che la scorsa estate, in un periodo di particolare stress dovuto soprattutto ai tanti progetti teatrali da portare avanti, caricandosi tutto sulle proprie spalle, hanno pensato di surgelarsi per scongelarsi dopo 1500 anni, quando, chissà, la vita sarà più semplice (chissà…)».

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in foto: Una scena di "Surgelami"

In quest’opera utilizzate la drammaturgia scenica. Per i più profani, ci potete spiegare cos’è e come la state applicando al vostro spettacolo?

«La drammaturgia scenica, oltre ad essere un modo bello di lavorare, prevede che non si parta da un cosiddetto “testo fisso” (un copione pre-scritto, pronto per essere imparato dagli attori e messo in scena), bensì da una serie di spunti che vengono subito trasformati in materia teatrale ed esplorati direttamente in sala prove attraverso improvvisazioni guidate, esercizi, giochi. Tanti giochi. Lo step successivo è quello di far sì che il materiale prodotto durante questa fase venga poi elaborato e riorganizzato, per iniziare a stendere un testo (più che altro un canovaccio), che poi si porta nuovamente in sala e si continua ad esplorare ripartendo da lì. Un po’ come l’iter di legge Camera-Senato, solo che noi ci mettiamo molto di meno a mandare il copione al nostro Mattarella (il pubblico)».

Quali sono state le prime reazioni del pubblico e della critica?

«Una delle emozioni più grandi è vedere tanti spettatori tornare. Non è scontato che una persona vada due volte a vedere lo stesso spettacolo. Questo è dovuto senz’altro alla forma polimorfica e mai replicabile della struttura dello spettacolo, ma anche al coinvolgimento cui lo spettatore di Surgelami è chiamato. Lo spettacolo si sta trasformando molto proprio grazie al riscontro con il pubblico. Per fare un esempio, alla quarta replica abbiamo tagliato 20 minuti di lavoro, perché ci siamo accorti che non erano necessari, e anzi indebolivano la struttura, appesantendola. Stiamo ancora facendo grandi ragionamenti e confronti interni, per capire il taglio definitivo da dare. Ma non abbiamo fretta. Come ci diciamo spesso, ci sentiamo ancora in residenza; in una fase nuova, certo, perché adesso è il confronto con gli spettatori a tracciare le direzioni che lo spettacolo va assumendo. Della critica ci occupiamo e preoccupiamo meno. Siamo contenti che un paio di recensioni abbiano colto profondamente lo spirito del lavoro».

Dopo Roma, porterete Surgelami anche a Verona. Ci sono altre tappe in vista?

«Non ancora, ma la lunga tenitura sta permettendo a diversi operatori di vedere il lavoro. Sono nati diversi confronti e si sono aperte delle porte: ad esempio un ragazzo di Livorno che ci ha lasciato i contatti della sorella che gestisce uno spazio in Toscana alla quale, parola sua, raccomanderà calorosamente lo spettacolo. E poi, una volta che sarà pronto tutto il materiale (rassegna stampa, foto, video, trailer…), sarà nostra premura inviarlo ai vari teatri e spazi in Italia, nonché a bandi, concorsi, festival, ecc…».

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in foto: Una scena di "Chatters"

Passiamo a Chatters, secondo me uno spettacolo attualissimo. Quale chiave utilizzerete per parlare della spettacolarizzazione televisiva del dolore e della morte?

«È uno spettacolo grottesco, tragicomico. C’è tanta ironia e altrettanta amarezza. C’è sarcasmo. E poi c’è la musica, un violoncello live, che è l’oggettivazione dell’anima di Andrea, il ragazzo suicida “protagonista” della vicenda. La spettacolarizzazione televisiva è resa attraverso l’esasperazione di ciò che vediamo tutti i giorni sdraiati sul divano. I personaggi sono “bestie di un circo”, la conduttrice un’abile e spietata “domatrice”. Abbiamo anche lavorato pensando lo studio televisivo come il laboratorio di una strega (la conduttrice, appunto), i cui ingredienti da mischiare a proprio piacere (per aumentare lo share) sono proprio gli ospiti della puntata. Il tutto esplode poi negli esilaranti e allo stesso tempo conturbanti momenti di pubblicità, nei quali si buca ogni parvenza di realismo per sfociare nel parossistico e nel surreale».

L’opera è la puntata zero di E invece io ne parlo, che – anche qui – affronta gli orrori della televisione in chiave tragicomica. A vostro avviso, è necessario ironizzare su queste tematiche?

«È necessario se l’ironia non è fine a se stessa. Con Chatters non vogliamo farci beffa della televisione, ma aprire una riflessione. Per questo non ci limitiamo alla “commedia”, anzi partiamo dall’inventare un fatto tragico, come il suicidio di un ragazzo di 27 anni, e su quello ricamiamo una serie di situazioni e personaggi che, come detto sopra, fanno sorridere ma con grande amarezza».

Più in generale, quanto il pubblico italiano ha bisogno di ridere?

«Di ridere c’è sempre bisogno. La questione è cercare di capire di che tipo di risata si tratti. Ormai siamo abituati alle risate registrate che vanno in sottofondo ad alcuni programmi di Canale 5 (tanto per fare un esempio), e quelle diventano il nostro codice, il nostro standard. Il punto di riferimento. L’obiettivo alto, forse un po’ sfacciato, che ci poniamo con Chatters è anche questo, una sorta di “chiamata alla risata consapevole”, ovviamente sincera, genuina, non pilotata e non indotta dai registratori televisivi».

Ma cosa sta diventando la televisione italiana?

«Sicuramente un’amica intima della bolletta dell’energia elettrica».

Cosa ne pensate della creazione di una miniserie sui fatti di Rigopiano?

«Non ne sappiamo nulla, e senza sapere non giudichiamo. Magari ne nascerà il sequel di Chatters, puntata 1 di E invece io ne parlo».

Noi, fruitori, come ci stiamo ponendo di fronte a questa evoluzione (o involuzione) culturale?

«L’importante è non avere un atteggiamento passivo. Non c’è nessuna involuzione, se non quella che creiamo noi stessi non agendo. Bisogna essere curiosi, sempre. Noi è così che abbiamo iniziato a fare Teatro, con la curiosità. Scoprire, conoscere, intrufolarsi. Per meravigliarsi. Bisogna essere fanciulli, all’inizio. Poi col tempo imparare, capire, scegliere. Scegliere è importantissimo. La non-scelta fa sì che i Teatri a Roma siano vuoti. Se poi uno sceglie incosapevolmente di guardarsi L’isola dei famosi, beh, a quel punto non possiamo farci proprio niente».

Domanda generale. Il teatro sta realmente morendo?

«Tutt’altro! Roma sta rinascendo da un periodo di oscurantismo e miseria. È ricchissima: nascono moltissime realtà teatrali che scalciano e smaniano; forse inizia a nascere anche il mutualismo, quello reale, che ti fa dire con un po’ di retorica “aiutiamoci reciprocamente perché così è più facile e bello”. Il problema è che tutto questo movimento manca ancora di un referente che lo accolga. C’è una grandissima proposta, adesso bisogna creare la risposta».

Secondo me, la crisi teatrale deriva molto dal “crollo” dei teatri fisici. Pensiamo, ad esempio, al caso del Teatro dell’Orologio. Perché sta accadendo questo?

«Perché le istituzioni se la prendono con le realtà più “deboli”, o meglio più piccole, con poca forza di contrasto. Ma ha senso, in una città come Roma, dove i problemi sono infiniti e infinitamente più grandi, accanirsi contro gli spazi culturali, che per definizione generano non solo bellezza ma anche lavoro? Ovviamente è una domanda retorica. Noi siamo amareggiati e allibiti dal sequestro dell’Orologio. Ci siamo detti disponibili con i ragazzi che lo gestiscono a qualsiasi forma di sostegno, a proposito del mutualismo cui accennavamo sopra. La mancanza dell’uscita di sicurezza, che rende lo spazio non a norma di legge e quindi “pericoloso” per chi lo frequenta, è sicuramente un problema reale, ma in quello spazio l’uscita di sicurezza manca da quando ha aperto i battenti. Perché adesso? E soprattutto, perché in piena stagione teatrale, quando mari e monti si erano mossi per creare una programmazione che venisse incontro alle esigenze del pubblico? Perché in quel modo? E adesso che è stato chiuso un Teatro, quanti spazi dovrebbero o dovranno chiudere perché non a norma di legge? Un saggio diceva che per ogni Teatro che chiude, apre un sushi take-away. E a quel saggio non piaceva la cucina giapponese».

Com’è possibile risollevare questa situazione?

«Con l’interesse reale. Con l’attivismo. Ognuno nel proprio campo e con le proprie energie. L’importante è non far finta che sia crollato il mondo e il giorno dopo dimenticare tutto. La chiusura dell’Orologio è la dimostrazione di una grave “distrazione” politica. È una mossa sbagliata e deprimente. Ma non bisogna pensare chisciottescamente di combattere i mulini a vento. Noi stiamo portando avanti una battaglia, piccola, non così rumorosa (non ci riusciamo), per l’auditorium di via Albergotti a Cornelia: una storia drammatica che non abbiamo spazio di raccontarvi (ma su internet è tutto [mal] documentato). Una struttura culturale preziosissima, che avrebbe dovuto aprire i battenti alla cittadinanza dopo 13 anni di costruzione e che, durante l’ultimazione dei lavori, ha preso fuoco fino a sbriciolarsi (un errore di un operaio, come hanno riportato i giornali?). Adesso l’auditorium è lì, da mesi, con la pancia di cemento e la testa abbrustolita, fiero della sua inutile bruttezza. E nessuno fa niente. Noi, invece, ogni volta che ci passiamo davanti disperiamo. E intanto cerchiamo delle piccole strategie quanto meno per rendere nota la vicenda».

La speranza però è l’ultima a morire. Quale sarà il futuro del teatro?

«Trasformare la speranza in presenza».

Ultima domanda: la compagnia Habitas sta già preparando qualche nuovo spettacolo e/o evento?

«Oltre ai due appuntamenti in contemporanea di Surgelami allo Studio Uno e Chatters al Tor Bella Monaca dal 23 al 26 febbraio, il 13 e 14 marzo saremo al Teatro Marconi, all’interno della rassegna Quinta armata, con la ripresa di Quel noioso giorno d’estate, spettacolo del 2015 che prende spunto da un fatto di cronaca nera statunitense in cui tre ragazzi minorenni hanno ucciso un jogger negli Stati Uniti “per noia”, “per gusto” e “per divertimento”. A fine marzo riprenderemo poi il lavoro su Froci!, corto teatrale con quattro attori interamente basato su una partitura ritmica vocale e fisica, giocata sul sync sia delle parole che dei movimenti. Poi avremo le trasferte con “Surgelami” ad aprile a Verona e con L’imbroglietto – Variazioni sul tema a maggio a Bologna. In cantiere, un grande progetto sull’ex Presidente dell’Uruguay Pepe Mujica e una grande festa di autofinanziamento a tema La morte dei padri. Speriamo di arrivare all’estate… per annoiarci un po’!».