In un dialogo tra intellettuali (già, si diceva così, anche se tra questi c'era Villaggio!) Giovanni Spadolini parla dei suoi due governi. Il primo, nato nel giugno del 1981 e terminato con la lite delle comari, nell'agosto del 1982. Il secondo nato subito dopo e durato ben 80 giorni. Uno può pensare: che fai in 80 giorni? Beh, per il giro del mondo possono bastare. Gli vengono poste domande sull'effettiva capacità dello Stato italiano di rispondere ai doveri di governo dei quali lo investe il popolo, cioè il sovrano. Siamo a metà degli anni '80, si discute di grande riforma o piccola riforma. Si discute di camere e leggi elettorali. Si discute di potere esecutivo (già allora dito in un occhio degli intellettuali). Tra le tante possibilità lui sceglie di vendersi alle oligarchie e, come dicono molti sostenitori del NO, sceglie JP Morgan!

Il governo italiano è un'istituzione troppo debole. Dura mediamente troppo poco e, come fa notare Alberto, non consente neppure di far stabilire rapporti tra i dirigenti ministeriali e i ministri. Spadolini spiega che in uno Stato moderno i tempi di esecuzione degli atti di governo debbono avere tempi certi: "la mia finanziaria è stata approvata in 11 mesi", dice, spiegando che la realtà delle cose chiede che sia approvata in tre, massimo quattro mesi. Si tratta di uno degli elementi che inducono l'attuale fronte del NO all'assurda critica di rischio di neo-bonapartismo (il paese cade nelle mani delle oligarchie in virtù di un Presidente del Consiglio che diventa "capo"). E continua…

L'esecutivo è troppo debole in Italia. Non esiste paese democratico dove l'esecutivo sia così debole
Giovanni Spadolini

Spadolini spiega perché: "la costituente fu quasi paralizzata dalla sindrome dell'autorirarismo fascista nel ridurre i poteri del governo". La sua idea è che serva un riequilibrio tra legislativo ed esecutivo. Chi governa deve avere la certezza dei tempi almeno su un insieme essenziale di provvedimenti che danno attuazione al programma (la votazione a "data certa" introdotta dalla riforma Boschi-Renzi). Inoltre chi governa non può essere sfiduciato con la facilità con cui accade in Italia. Propose la sfiducia costruttiva, che non ebbe successo, ma non era legato a una soluzione specifica. Quello che cercò di spiegare, anche con la legge sulla Presidenza del Consiglio, è che il potere esecutivo è troppo debole sia per gli aspetti legati alla stabilità (il principale parametro che adottava Bobbio nella valutazione dei governi), che per gli aspetti legati all'inefficacia dell'azione governativa causata dall'inefficienza del Parlamento (il principale parametro che adottava Bobbio nella valutazione delle assemblee legislative).