Basta che ci sei è l'ultimo singolo de La Base, estratto dall'omonimo EP assieme a Resti qui e Il senso. Si tratta di un progetto molto particolare, non solo per le sonorità variegate proposta, ma anche per l'elevato numero di membri nella crew, che oltretutto spaziano in diversi ambiti musicali: Massimo Cantisani (ex concorrente di The Voice) e Kenzie alla voce, Francesco Fioravanti alla chitarra, Benjamin Ventura alle tastiere, Guerino Rondolone e Dario Giacovelli che si alternano al basso e Davide Savarese alla batteria. Ho fatto due chiacchiere con la band per scoprire qualcosa sulla realtà de La Base.

Come è nata l’idea di fondare La Base?

«L’idea è venuta circa due anni fa al chitarrista, Francesco: assieme ad altri musicisti, poi fuorusciti dalla band, ha composto e registrato le strumentali che sono poi andate a formare il nostro EP d'esordio. Dopodiché sono stati contattati Kenzie e Massimo, ai quali è stato chiesto di prestare le loro voci al progetto: sentiti i beat, si sono subito innamorati del progetto e messi a lavoro nella scrittura dei testi e delle parti cantate. Dopo un anno di produzione è uscito il primo singolo Resti Qui, seguito a febbraio di quest'anno dall'intero EP e il singolo Il Senso».

La vostra formazione propone un tipo di musica che guarda molto alla tradizione musicale americana, con le armonie jazz e il beat dell’hip hop. Ritenete il vostro un esperimento riuscito, o lo considerate più di un semplice esperimento?

«Non lo definiremmo esattamente un esperimento: l'hihop suonato esiste da più di 20 anni e le commistioni col soul fin dalla sua nascita, quando i primi dj campionarono dischi soul, funk e jazz. Il nostro è solo un tentativo, riuscito o meno non sta a noi dirlo, di fare lo stesso in lingua italiana».

Trovo il vostro lavoro interessante e curato nei dettagli. Unite due generi musicali che, in Italia, stanno vivendo altrettanti momenti contrastati: da una parte il jazz/soul, ancora definito “di nicchia”; dall’altra il rap e l’hiphop, cultura che sta prendendo sempre più piede anche nelle radio, anche se con qualche contaminazione commerciale. A vostro avviso, ci potrà essere un ulteriore cambiamento per tutto questo?

«Grazie per il complimento! Ricollegandoci alla domanda precedente, stiamo facendo quello che ormai è pratica comune all'estero, in primis negli USA, dove esiste ormai una vera e propria scena musicale a riguardo: musicisti jazz che fanno dischi hiphop, artisti rap che chiamano musicisti jazz nei propri dischi, cantanti soul che fanno featuring in dischi hiphop e jazz. In Italia da qualche anno qualcosa si sta muovendo in tal senso, e ci sono diversi progetti che stanno attirando l’attenzione del pubblico verso questo genere: non possiamo che esserne felici e sperare che il fenomeno diventi sempre più grande».

Siete veramente tanti all’interno della crew. Come fate a conciliare tutte queste teste pensanti?

«Sì, siamo tanti, ma fortunatamente siamo molto amici e, soprattutto, siamo tutte persone piuttosto ragionevoli, quindi non è troppo difficile trovare un punto di accordo».

Domanda per Kenzie. A mio avviso, nella scrittura di un pezzo, è molto importante la libertà artistica, e il rap dimostra ampiamente questo concetto. Ma è mai capitato di arrivare al punto di autocensurarti?

«Autocensurarsi sarebbe un controsenso perché il rap è l'esatto opposto. Semmai bisogna sempre prestare attenzione a come si dicono le cose per far arrivare il messaggio giusto nel modo giusto».

Domanda per Francesco Fioravanti. Alla fine dei giochi, unire il sound soul con il beat dell’hiphop è più congeniale di quanto possa sembrare?

«Secondo me assolutamente sì. È dalla loro nascita che l'hiphop, il soul e il jazz si rincorrono e si corteggiano: se si conoscono i rispettivi linguaggi non è affatto complicato unire le due cose. Ma questo è solo l'aspetto ‘tecnico': da lì a scrivere una bella canzone la strada è lunga e il talento e l'ispirazione non conoscono generi!».

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Il vostro percorso inizia con La Base, l’omonimo EP d’esordio. Avete già ottenuto qualche riscontro in merito? Cosa avete racchiuso in questa vostra opera?

«Qualche riscontro c’è stato e siamo molto soddisfatti sia del lavoro che delle impressioni che ha suscitato. Con questa prima opera abbiamo voluto racchiudere un assaggio di quella che è la nostra estetica: sia a livello musicale che di testi non ci siamo dati regole e abbiamo suonato e parlato di ciò che che siamo realmente, senza concentrarci su di un particolare argomento».

In merito ai singoli estratti, abbiamo Il senso, Resti qui e Basta che ci sei. Cosa raccontano questi pezzi e come mai far uscire proprio questi pezzi dal vostro EP?

«Resti Qui è stato il nostro primo singolo, che ha anticipato di sei mesi l’uscita dell’EP. È stato scelto perché l'armonia, il mood rilassato, il giusto equilibrio di rap e cantato, il testo che esprime bene quel senso di incertezza che ci segue, ci sembrava che ci rappresentassero al meglio. Il Senso è invece, probabilmente, la nostra canzone preferita: non poteva che essere il secondo singolo estratto. Con Basta Che Ci sei, invece, il motivo è stato diverso: volevamo fare un video live e, semplicemente, ci piace molto suonare quella canzone così groovy, ‘leggera' e dal mood così diverso dai singoli precedenti».

A quanto ho potuto capire, i vostri testi riguardano i trentenni di oggi. Ecco, come inquadrate questa sfera umana, collocata in un limbo tra un passato definito “vintage” ma pieno di emozioni e un futuro fatto sempre più di espansione della propria immagine e del proprio ego online, a discapito delle relazioni reali?

«Purtroppo non sappiamo rispondere e se lo sapessimo non avremmo scritto una canzone come Il Senso, il cui ritornello sembra fatto apposta per questa domanda: ‘Io non mi sento più completo da tempo, per restar calmo bevo dieci caffè. È il risultato di quel che abbiamo scelto, per la tranquillità oggi si paga il cachet. Vorrei star fermo ad ascoltare il silenzio, ma adesso troppa gente in giro parla di me. Basterebbe solo trovare un senso. Se lo sai tu, ti chiedo, dimmi qual è'».

A proposito di online: com’è il vostro rapporto con i social network? Pensate che siano ottimi strumenti di comunicazione per espandere un progetto musicale, o alla lunga possono diventare deleteri?

«Sicuramente sono e saranno sempre più un potente mezzo di diffusione. Il problema è che, ormai, è diventato difficile emergere anche lì: tra pagine Facebook, suggerimenti, nuovi artisti, pubblicità, album e videoclip che escono in continuazione… persino da ascoltatori e fan è difficile stare al passo, figurarsi come può essere lo stare dalla parte degli artisti! Forse ciò che fa la differenza, oltre ovviamente alla musica proposta, è avere anche in ambito promozionale le idee giuste e, in un periodo in cui le storie instagram fanno più views di un videoclip, sfruttare i social come mezzo e non come obiettivo».

Il vostro è un gruppo nato da poco. In merito a questo, cosa ne pensate dei progetti musicali emergenti? Seguite qualche artista del vivaio italiano? E, in generale, viviamo in tempi propizi per chi inizia un percorso musicale?

«Non è facile proporre la propria musica di questi tempi e bisogna investire tanta energia, tempo e anche denaro. In primis per poter offrire un prodotto che sia attraente, in secondo luogo per riuscire a emergere in un periodo in cui, come detto sopra, il web è intasato di proposte musicali. Ad ogni modo seguiamo e siamo amici di tanti emergenti, dal rap al soul al cantautorato: Davide Shorty, Ainè, Moder, Concerto etc etc».

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Roma è una delle città italiane più in fermento per quanto riguarda la musica. Come si fa a emergere da questo mucchio?

«Probabilmente chiunque viva a Roma si pone questa domanda. Ci piace pensare che il primo ingrediente sia fare buona musica, poi crederci e investire tutto sé stessi».

Se ne aveste la possibilità, vi piacerebbe collaborare con qualche grande nome della scena nazionale e/o internazionale?

«Ovviamente! Se ne avessimo la possibilità la lista sarebbe lunghissima, ma nella top 5 mettiamo: Anderson .Paak, D’Angelo, Kendrick Lamar, Method Man e Al Green».

C’è invece qualche artista da cui prendete ispirazione?

«Sono tantissimi gli artisti che ci piacciono e ai quali ci ispiriamo, ma nessuno in particolare che abbiamo preso come modello».

Domanda secca: SIAE o soundreef?

«Attualmente siamo soci SIAE, ma in futuro chissà».

Futuro: cosa succederà?

«Stiamo lavorando a nuove canzoni, nuovi beat e a definire sempre più un sound personale e riconoscibile. Sicuramente non ci fermeremo all’Ep e, appena ci sentiremo pronti, ci saranno nuove uscite. E poi speriamo di incrementare sempre più l’attività live».

Ah, ultimissima domanda: perché LA BASE?

«La scelta del nome è stata una delle più difficili della nostra storia! Dopo centinaia di proposte, alla fine ha vinto quella di Massimo, ma non vi è un particolare motivo, se non che ci è subito piaciuto il suono».