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Il Presepe tra tradizione e… pessima innovazione

Nuovi personaggi ne insidiano gli spazi.

Il Presepe tra tradizione e… pessima innovazione.

Quanno nascette Ninno a Bettalemme era nott’e pareva miezojuorno ma le stelle-lustre e belle se vedettono accossì…

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Si rinnova ogni anno, all’unisono con lo sfavillìo delle luminarie natalizie, la millenaria magia della più alta e corale tradizione cristiana che illuminata dalla stella cometa d’oriente, s’inchina alla nascita del Salvatore. Con preci, candele, giaculatorie, invocazioni, fioretti, lumini e vaghi propositi di una vita migliore, ci si appresta alle festività natalizie nel solco delle migliori tradizioni familiari.

Nel nostro Sud, ma specialmente a Napoli, il Natale assume, fra le molteplici forme che lo caratterizza, le sembianze del Presepe che, dopo i fasti del ‘700, in cui assunse dimensioni e notorietà europee, ha subìto, dagli anni sessanta in poi, una qualche flessione per l’invadenza del rito “nordico” dell’albero di Natale; che è usanza assolutamente lontana dalla nostra realtà sociofamiliare.

Resta, dunque, il presepe tradizionale che le famiglie napoletane traggono dalla cantina – di solito l’otto dicembre – per l’annuale riesumazione;con i pastori avvolti nella carta di giornale, ingiallita perché vecchia da decenni, le casette in sughero con il tetto scollato da restaurare, le lucette fulminate da sostituire, le cascate di stagnola da riattivare, le mani, i piedi ed i nasi da rincollare con gli untuosi saliconi odierni (in passato s’usava una puteolente colla di pesce che invadeva per giorni e giorni tutta la casa).

Come che sia, quindi, il presepe va fatto ! Si ! ma quale presepe ? Non sembri superflua la domanda; ché già da molti anni s’assiste, proprio a Napoli, che è terra natìa del presepe, ad innovazioni “pastorali” del tutto incomprensibili ed estranee all’autentica e secolare tradizione. La fama del presepe napoletano del ‘700, grazie all’illuminato mecenatismo dell’allora dominante monarchia borbonica, sotto il regno di Carlo di Borbone Re di Napoli dal 1734 al 1759, e di Ferdinando IV Re di Napoli dal 1759 al 1815, valicò i confini italiani per affermarsi, anche, nelle corti delle più acculturate città europee del secolo XVIII.

E da allora, e fino a qualche anno fa, la configurazione classica, sperimentata e consolidata, del presepe napoletano ha rigorosamente osservato immutati canoni costruttivi e rappresentativi: la grotta con la mangiatoia, la taverna, l’arrivo dei re magi, il corteo degli orientali, i pastori oranti, i ciechi, gli storpi e malformati giunti alla capanna d’ogni dove, gli angeli in gloria e la cometa con la sua lunga scia ad oriente sono stati, per vari secoli, gli elementi tipici, immutabili e distintivi del “nostro” presepe.

Poi, con la matta idea di ripopolare il nobile scoglio di sughero con le “figure” dell’attualità, la “tradizione” ha imboccato una pericolosa deriva. Suscita perplessità, infatti, la querelle, cui il Corriere del Mezzogiorno ha dato, in un recente passato, ampio risalto, a talune innovazioni presepiali realizzate, ed attivamente propagandate, da noti artigiani, fra cui annoveriamo i fratelli Scuotto che, già da alcuni anni, hanno popolato la scenografia presepiale di personaggi mai prima d’ora rappresentati; sostenuti, in questa personale innovazione, ardita quanto discutibile, da una personalità di elevato spicco culturale della Arcidiocesi partenopea: mons. Gennaro Matino, responsabile, per le “comunicazioni sociali”.

Il prelato, con un suo suadente intervento in merito, certamente permeato di “prudenza e temperanza” assolve la “scandalosa” rappresentazione presepiale “modernista” che pretende di esporre ed imporre, con dichiarato intento provocatorio, prostitute e femminielli fra gli odorosi effluvi del muschio e dei sugheri. E’ vero: Gesù ha affermato che “prostitute e pubblicani ci precederanno nel regno dei cieli”. Prego! viene spontaneo esclamare, si accomodino pure!

Ma da credente e da cultore delle tradizioni della raffinata arte presepiale che, specialmente nel ‘700 napoletano, è assurta a sublimi forme d’arte, ancor oggi insuperate, non si può condividere l’idea che nell’agreste paesaggio di grotte, ruscelli, prati, fontane, stelle cadenti, brillio dei doni dei Re Magi, volti emaciati e mesti, mendicanti in brandelli, questuanti, guerci, zoppi e lavandaie siano rappresentati, anche, personaggi “speciali” tratti da una dilagante “diversità” che va, si, accettata, a condizione che sia odiosamente ostentata.

Pieno diritto, quindi, all’affermazione del “diverso” ovunque men che nel religioso contesto di una realtà presepiale che tutt’altra attenzione e misticismo suggerisce ed invoca. Non vi è traccia, pur nella vastissima letteratura presepistica1, di nudi femminei esposti en plen air, né di femminielli e camorristi a seguito dei Magi.

Le espressioni più tristi e truci che troviamo rappresentate sugli “scogli” (termine tecnico che designa la scenografia del presepe) sono quelle dei poveri, degli storpi, dei ciechi, delle contadinelle scalze, dei trovatelli laceri ed affamati. Personaggi, cioè, che nella plastica rappresentazione della povertà campagnola, che tipizza ogni impianto presepiale settecentesco, appaiono in assoluta sintonia umana e spirituale con la Sacra rappresentazione che vuole ricordare a tutti, credenti e non, il mistero di quella stellata notte di Natale di duemila anni fa.

Contaminare il più evidente segno della nostra intima tradizione natalizia con “figure” ad essa estranee non sembra connotare di nobiltà l’intera narrazione storica rievocativa che ogni presepe si prefigge di realizzare col vivificare, ogni anno, la leggenda del Divin Bambino. Non v’è dubbio che i valori storici ed artistici del presepe siano andati, viepiù, in conflitto con lo scadimento delle originarie motivazioni devozionali per assumere un più marcato valore collezionistico ed economico. Roberto De Simone in un suo preziosissimo saggio sul “presepe popolare napoletano”2 ricorda che la maggior parte dei simboli e delle figure presepiali “discendono dall’antica cabala napoletana che, raffigurata in preziosi disegni del 1789, ispirò moltissime figure pastorali” diffusamente rappresentate sia nelle maestose realizzazioni presepiali regali sia in quelle più popolari.

Il famoso presepe allestito nella reggia di Caserta, alla cui costruzione pose mano personalmente re Carlo III di Borbone, al pari di tant’altre costruzioni presepiali delle più prestigiose raccolte (ricordiamo quelle di Angelo De Vivo, di Domenico Antonio Vaccaro, di Francesco Celebrano, di Giuseppe Sammartino, di Lorenzo Mosca del principe e della Principessa d’Ischitella), era costituito da numerose centinaia di figure: pastori in giubbe di pelo e uose di panno, pastorelle in gonna rossa e corpetto turchino, mendicanti, storpi, cacciatori e musicanti, re Magi e vignaioli, ma non v’è traccia in nessuna delle famose collezioni surricordate, di prostitute e femminielli considerati, evidentemente, assolutamente estranei alla mistica del messaggio che la Sacra rappresentazione intende esprimere.

Un forte impulso, alla riscoperta di un’autentica tradizione presepiale, lo dette Sua Santità Papa Giovanni Paolo II, oggi Beato, allorché, in occasione di una delle sue ultime apparizioni pubbliche del Dicembre 2004, volle esprimere sentimenti di rinnovata attenzione per la devozione presepiale che “ è famiglia, é ricordo è devozione, è riflessione verso un Mistero che affascina grandi e piccini da secoli e secoli”. Se poi abili e fantasiosi artigiani propongono, imponendola, una rinnovazione della tradizione presepiale, con figure tratte dalle bizzarrie della vita quotidiana che nulla hanno in comune, né mai potranno avere, con il dolce mito del presepe tradizionale, è affar loro.

Ritengo, infatti, che i veri cultori della tradizione restino fortemente scandalizzati dal degrado con cui fin troppi artigiani stravolgono la genuina concezione storico presepistica.Il maestro De Simone ricorda che le figure pastorali con le loro posture, con i loro gesti “ ribadiscono il significato della rappresentazione presepiale, con la quale si indica la sospensione del tempo quotidiano” per proiettare tutti, credenti e non credenti, almeno nel breve volgere di ogni àlgido Dicembre, ad una riflessione sul significato di quel Natale che cambiò le sorti del mondo.

Prostitute, femminielli e pubblicani li ritroveremo, certamente, in un altro mondo, nostri compagni di sventura; ma non hanno, né potranno mai avere, diritto di cittadinanza nella “nostra” autentica tradizione presepiale. Da qualche anno,invece, ogni limite alla decenza sembra essere stato superato e la gran parte degli “artigiani” del presepe, dimentichi delle più nobili tradizioni sedimentate in numerosi decenni di operoso ed appassionato lavoro dei loro avi3, sono ben presto riconvertiti in mediocri propagandisti dei falsi miti della contingente “notorietà”.

E’ così che sulle “bancarelle” della più famosa strada del mondo dedicata al “presepe”, la stretta, e maltenuta San Gregorio Armeno,i commerciati di presepi, piuttosto scortesi con le migliaia di turisti e visitatori quando questi s’attardano nei loro polverosi magazzini per scattare qualche foto, espongono statuette improponibili e che degradano, fino a mortificarla, la tradizione presepistica napoletana. Accanto ai busti del principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, in arte Totò ed a quella del mitico “Eduardo”, che il pur generoso animo partenopeo non può tollerare in una scenografia presepiale, sono apparsi, in quest’infausto dicembre 2011, anche le “figurine” in terracotta di Steve Jobs, Marek Hamsik, Ezequiel Lavezzi, Angela Merkel,Nicolas Sarkozy e, ancor in umida terracotta, Mario Monti.

Bene ! se c’è un modo per contribuire,efficacemente,a distruggere una secolare tradizione si può ben affermare che molti degli insensibili “commercianti” di S. Gregorio Armeno ce la mettono tutta, con la loro insipiente “modernità”, per demolire un mito in nome di una troppo facile e contingente pubblicità; foriera, peraltro, di modestissimi quanto immeritati ed incerti guadagni. Non a caso, attenti e sensibili funzionari della Compagnia delle Opere, mossi da un concreto intento culturale e promozionale giunsero da Torino a Napoli nel dicembre del 2007 per un incontro in S. Lorenzo Maggiore con il sindaco Iervolino per proporre seri interventi di “protezione” della secolare attività presepiale.

La delegazione piemontese, nel libero dibattito che seguì alle loro prospettazioni, pienamente condividendo una mia personale proposta, convennero nella opportunità di dar vita ad un “marchio registrato” che connotasse solo le vere opere presepiali/pastorali che – rigorosamente fabbricate a Napoli- rispettassero dimensioni forme e costumi che la tradizione aveva, nei secoli, consolidato. La possibilità di adottare il prescritto “marchio”, avrebbe, in tal modo, interdetto la vendita di tutte quelle realizzazioni presepiali in terracotta (cioè i pastori) che non avessero rispettato i criteri costruttivi della tradizione settecentesca. Alte e vibrate furono le proteste dei numerosi commercianti intervenuti al convegno che per nulla gradirono l’idea del “marchio registrato”; ed il trambusto che ne conseguì fu tale da turbare perfino le spoglie di Caterina d’Austria custodite nel monumentale sepolcro lì di presso.

Perplesso dall’inattesa scomposta reazione dei commercianti lì presenti mi fu tutto subito chiaro allorché uno del “mestiere” si lasciò sfuggire :” … la metà della produzione, oggi, è dei cinesi…”. Avvilisce, quindi, considerare che l’arte presepiale di intere generazioni di artigiani valenti e famosi, e cito per tutti l’indimenticabile Giuseppe Ferrigno, la cui famiglia, dal 1836, ha fabbricato ed esposto i suoi mitici presepi in tutto il mondo, sia stata così male ereditata da molti “artigiani” contemporanei che osano affiancare alla sacralità delle “figure” presepiali della tradizione, le effimere figurine di personaggi contemporanei che non valgono neppure i pochi grammi della creta che li rappresenta.

[1] Dalla prolusione di F.Noto del 3 gennaio 1889, all’opera di F.Mancini “Il presepe napoletano” del 1986; al Pastore  delle Meraviglie” di Mons. G. Matino ed.S. Paolo 2007.
[2] Einaudi 1998.
[3] e vogliamo qui ricordare: Matteo Bottiglieri, Nicola Somma, Camillo Celebrano, Angelo Viva, Mosca Lorenzo e tant’altri.

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