Ci sarà pure un giudice a Berlino!

Massimo rispetto e fiducia nella magistratura. Si dice sempre, no? Ed è necessario e giusto dirlo se non altro per ricordare, da subito, l’impegno di tantissimi magistrati, fino al tributo di sangue pagato, e per evitare le solite disastrose generalizzazioni. I magistrati, come i politici, i giornalisti, gli idraulici e gli artisti, sono categorie sociali sui generis, con affinità, “costumi” ma anche individualità precise. Detto questo, considerando il fortissimo potere e il delicatissimo ruolo dei magistrati, si ha spesso l’impressione che qualche volta, qualche magistrato, in qualche occasione, mostri la vocazione narcisista di un politico, la tuttologia di un giornalista, la sensibilità di un idraulico e l’egocentrismo di un artista, non solo con sentenze che lasciano allibita l’opinione pubblica ma, ben più grave, orientando la politica, dettando l’agenda sociale con discutibili sentenze su medicina, fisica, adozioni, industria e ogni settore del vivere quotidiano, senza che la legittimità giuridica di queste decisioni (che in questo articolo non verrà minimamente messa in dubbio) si sposi con un’adeguata competenza “umanistica”, con una necessaria sensibilità sull’epoca in cui viviamo, sulle conseguenze importanti che spesso, come un domino, seguono tali sentenza.

Faccio alcuni esempi estremi, così chiarisco l’ambito della discussione

Un discreto elenco di casi discutibili (purtroppo non molto aggiornato) lo trovate QUI, mentre un lungo elenco di veri e propri errori potete consultarlo QUI ma stiamo, in quest’ultimo caso, scivolando su un altro argomento, quello dell’errore. Anche se in molti casi l’errore è clamoroso e fa dubitare della competenza e diligenza di un giudice, pure voglio considerare l’errare una componente umana alla quale neppure i giudici possono sottrarsi.

Al netto degli errori (discutibili, spiacevoli, certamente da limitare…) resta l’impressione del protagonismo di certi giudici, insensibili alla logica più elementare. I casi più clamorosi, a mio avviso, sono quelli legati alla cura Stamina e quello sul terremoto dell’Aquila a carico di sismologi che non avrebbero fatto il loro dovere in relazione alla previsione del sisma. In entrambi i casi i giudici applicarono discrezionalmente la legge ignorando completamente gli aspetti scientifici dell’oggetto delle loro sentenze che assunsero un aspetto inequivocabilmente populista. Sul processo ai sismologi rimando all’articolo che scrisse Enzo Boschi a suo tempo. Il caso Stamina è particolarmente idoneo: dopo la chiarissima condanna del falso metodo, nonché totale demolizione di Vannoni in quanto falsario e truffatore, ci sono giudici che continuano a imporre il metodo (si veda per esempio QUI e QUI).

Dobbiamo cercare di capire. Al di là – come detto – degli errori, perché mai un giudice si permette di obbligare il servizio pubblico ad applicare una cura dichiarata falsa dalla scienza e da precedenti sentenze? Credo che le spiegazioni vadano cercate in un mix di protagonismo personale di alcuni giudici, sopravvalutazione del proprio ruolo, monomaniacalità giuridica prodotta da un auto-confinamento nelle esclusive regole e logiche giuridiche (peraltro ampiamente interpretabili), sorde a qualunque necessario collegamento con la società reale. Ma credo anche che questo atteggiamento sia diventato possibile da una

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determinata epoca storica in poi, quella definita di Mani pulite. A distanza di 25 anni dall’avvio dello scandalo milanese e del successivo periodo di inchieste di Di Pietro, Colombo, Davigo e altri il giudizio non può più essere cristallino (se mai lo fu). Qui il ghiaccio è sottile. Bene l’indagine sul malaffare, benissimo il non guardare in faccia nessuno, specie i politici, per fare pulizia, e certamente nessun “complotto giustizialista” voluto e architettato consapevolmente da qualche oscuro potere. Semplicemente avvenne che le condizioni storiche (la caduta del muro e dei blocchi) liberarono energie in Italia, sotto forma di mancanza della necessità di permanenza di equilibri politici eterodiretti; successe che il popolo acclamò fortemente la stagione di Mani pulite e i suoi protagonisti, vedendo finalmente vendicati le ataviche ingiustizie che gli italiani, a torto o a ragione, imputano allo Stato, al Governo, alle istituzioni, ai politici tutti; successe che il sistema politico era, effettivamente, corrotto e stremato e non seppe dare una risposta politica al male che lo divorava. E quindi la risposta fu giudiziaria; prima casuale, poi organizzata, infine dilagante, tanto da segnare la fine di quella che chiamiamo (a mio avviso impropriamente) “Prima Repubblica”.

Mani pulite segna l’avvento del populismo giudiziario. Carlo Nordio, magistrato che si è anche occupato di tranche di Mani pulite, scrive

Bastò poco per far crollare un edifico già marcio. Una modesta tangente scoperta da un procuratore; un sistema di indagini e di carcerazioni condotte in modo spietato; un'organizzazione giudiziaria che moltiplicava in poche ore, e in modo esponenziale, il numero degli indagati, dei collaboratori, e dei nuovi arrestati; un'opinione pubblica esasperata e rivoltosa, eccitata da una stampa unanimemente giacobina.

Tutto questo, e altro, demolì in pochi mesi un "ancien regime" mantenuto per quasi mezzo secolo. Si voleva dimostrare che la giustizia non si fermava alle soglie dei cosiddetti poveri cristi, e che neanche le cariche più alte erano affrancate dai rigori della legge. E soprattutto si ritenne che l'aria nuova giovasse a una nuova classe dirigente più giovane, più duttile e meno ideologizzata per trainare l'Italia nella nuova dimensione Europea.

Ma il prezzo pagato fu altissimo. Prima di tutto, un'ubriacatura giustizialista che a tratti avvilì i più elementari diritti civili. Basti pensare alle centinaia di persone incarcerate e assolte, e a quelle ancor più numerose "sputtanate" da una sapiente divulgazione di intercettazioni teoricamente coperte dal segreto. […]

Sono pochi venticinque anni per offrire un'analisi e un giudizio su Tangentopoli, anche perché molti protagonisti, da una parte e dall'altra, sono ancora in scena. Noi siamo sempre stati convinti che la vera storia di quegli anni sia quella "non scritta", quella coperta da tonnellate di dubbi su troppe cose, quella fatta di indizi, guarda caso mai trasformati in prove. Sia chiaro, qui non si tratta di negare l'anomalia di una politica nostrana vastamente permeata di malaffare, disonestà e malcostume, si tratta di rispondere ai troppi perché rimasti orfani.

Insomma, che piaccia o no, la sensazione che in quegli anni il diritto sia stato in parte una linea verticale piuttosto che orizzontale, è grande e costante. Oltretutto il concetto che allora si cercò di far passare di una magistratura deputata a moralizzare, purificare, redimere il Paese, è quanto di più sbagliato e pericoloso nella logica democratica. […]

Sia come sia una cosa è certa, se per volontà, per fortuna, oppure semplicemente per caso, un pezzo del male viene salvato e la fa franca, la recidiva è sicura e lo vediamo. Insomma, non c'è molto da festeggiare nel ricordo di quel periodo, non solo per quello che è apparso, ma per i tanti, troppi drammi che lo hanno accompagnato. Suicidi, drammi umani, fallimenti, vite devastate in processi finiti in troppi casi con assoluzioni, proscioglimenti e conferme d'innocenza.

L'uso costante delle manette, della gogna mediatica, del cappio in piazza, della vergogna delle monetine, ha poco da spartire con la nobiltà del diritto e del rispetto umano. Alla Camera dei deputati quando " un parlamentare" con un grande discorso invitò chiunque si sentisse puro ad alzarsi in piedi per affermarlo, restarono tutti, proprio tutti, inchiodati alla poltrona, questa è la politica, questa è la verità.

Questa lunga citazione di Nordio esprime bene, e dall’interno, una riflessione che occorre fare non tanto per leggere quegli anni, ma per capire questi. Lo spirito giustizialista di Mani pulite ha molto di improvvisazione cattiva, di persecuzione irriguardosa e cinica, con incarcerazioni immotivate, sospetti trasformati in prove, suicidi e fallimenti di persone non sempre colpevoli e, qualora lo fossero state, immeritevoli di un trattamento di quel livello (si legga Crippa, sul Foglio). Giovanni Fiandaca, professore di diritto penale, area PD (lo scrivo solo per evitare dietrologie), nell’intervista a Giulia Merlo dice

Una tendenza – quella del populismo penale – che porta, sul versante politico, alla strumentalizzazione del diritto penale, con l’impiego della punizione come medicina per ogni malattia sociale; su quello giudiziario alla pretesa del magistrato di assumere il ruolo di autentico interprete delle aspettative di giustizia del popolo […].

Il “populismo giudiziario”, quale specifica forma di manifestazione del populismo penale sul versante della giurisdizione, è un fenomeno che ricorre tutte le volte in cui il magistrato pretende di assumere il ruolo di autentico rappresentante o interprete dei veri interessi e delle aspettative di giustizia del popolo ( o della cosiddetta gente), e ciò in una logica di concorrenza- supplenza, e in alcuni casi di aperto conflitto con il potere politico ufficiale. Questa sorta di magistratotribuno, che pretende di entrare in rapporto diretto con i cittadini, finisce col far derivare la principale fonte di legittimazione del proprio operato, piuttosto che dal vincolo alle leggi scritte così come prodotte dalla politica, dal consenso e dall’appoggio popolare. Esemplificazioni concrete d’un tale populismo giudiziario non è difficile rinvenirne, ieri come oggi. E’ fin troppo facile individuarne un modello prototipico nell’Antonio Di Pietro protagonista di “Mani pulite”. Anzi, direi che proprio Di Pietro ha acceso la miccia di un populismo destinato, successivamente, a proliferare in forme anche più direttamente politiche. […] La cosiddetta rivoluzione giudiziaria realizzata dal pool milanese non avrebbe potuto vedere la luce se i pubblici ministeri non si fossero accollati la missione di ripulire la vita pubblica e moralizzare la politica, credendo di assolvere così una sorta di mandato popolare neppure tanto tacito.

(Di Fiondaca si può leggere questo più lungo testo).

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Perché tutta questa riflessione ci aiuta a capire l’attualità? Perché dal populismo giudiziario sono derivate molte conseguenze tragiche: a posteriori, il futile inseguimento operato dalla sinistra a Berlusconi proprio sul terreno giudiziario, e non su quello politico, ha rappresentato lo scivolamento populista-giustizialista proprio del partito uscito indenne da Mani pulite, e quindi l’abdicazione a una funzione di “guida morale” che avrebbe potuto reclamare (probabilmente impropriamente…). Poi: il ruolo di supplenza che i magistrati iniziarono ad assumersi rispetto all’incapacità politica di riformarsi, fa da specchio all’analogo ruolo di supplenza dei sindacati sul piano della governabilità, col ruolo di veto-player, nell’epoca della concertazione (ne abbiamo parlato QUI e QUI) ma anche quelli di alcuni Presidenti della Repubblica. Poi: l’idea della politica ladrona, tutti a casa, il popolo contro la casta, è qui che nasce o, meglio, trova una legittimazione e un indirizzo che troverà linfa nei movimenti populisti che oggi infettano la democrazia italiana. Infine: i casi di dubbia capacità di magistrati indicati all’inizio sono epifenomeni di questo periodo: la centralità del magistrato, la sua volontà di inserirsi nei meccanismi politici (allora) e sociali (oggi) a partire da una presunta legittimazione non dai Codici ma dall’acclamazione popolare, come dice Fiondaca; fino al grande passo dell’ingresso in politica di cui, per carità di patria, non parlerò qui, rimandando all’ottimo e recente Paolo Mieli.

A distanza di molti anni il bilancio è negativo. Ci resta una politica incapace e da oltre due decenni supplita da altri poteri; e quindi altri poteri (come la magistratura) che scivolando su terreni e modalità operative impropri li consolida, li cristallizza, li rende quasi una legittima aspettativa da parte del popolo, educato in conseguenza alla delega legale, al magistrato ex machina, alla decisione pubblica non mediata dalla politica, alla fuga di notizie come strumento di ricatto, al processo mediatico. Molta della deteriore incultura civica e politica italiana deriva da questi terribili decenni di sonno della politica. Mani pulite, spero sia chiaro, non è stata una consapevole volontà populista (almeno all’inizio) ma semplicemente l’avvio di un colossale domino che ha raso al suolo propensione al bene comune, visione politica, slancio riformista, avviando un declino che al momento non pare avere conclusione.