in foto: Foto Roberto Monaldo / LaPresse11–12–2016 RomaPoliticaQuirinale – Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

La crisi di Governo sembra ormai arrivata all’epilogo dopo appena una settimana dal voto referendario, che ha segnato l’uscita di scena del premier Renzi e l’incarico di formare un nuovo esecutivo affidato all’ex ministro degli esteri Paolo Gentiloni.

E’ doveroso fare alcune considerazioni su questo primo passaggio critico gestito da Sergio Mattarella nelle sue attuali vesti di Capo dello Stato.

Prima ci permettiamo soltanto un’ulteriore, breve, riflessione su Matteo Renzi, di cui ho già scritto ampiamente, in forma critica, negli scorsi due anni.

L’ormai ex premier sta sbandierando ai quattro venti la sua decisione di lasciare la guida del Governo; facciamo sommessamente notare che una decisione del genere (già assunta analogamente, ad esempio, da Massimo D’Alema dopo aver perso delle elezioni regionali dell’epoca), per quanto non obbligata, in assenza di sfiducie parlamentari o di un voto per il rinnovo del Parlamento stesso, è del tutto normale alla luce della personalizzazione fatta da lui stesso sul Referendum.

Tra l’altro si tratta di una volontà ampiamente annunciata in campagna elettorale e perciò fortemente attesa.

Semmai, occorre registrare una pesante marcia indietro sull’iniziale e altrettanto proclamata volontà di ritirarsi dalla vita politica oltre che da Palazzo Chigi, manifestando invece un vigoroso desiderio di rivincita personale, operato restando alla guida del PD e, nelle ore successive alle dimissioni, arrivando ad invocare, in modo spregiudicato e irresponsabile, un rapido ritorno alle urne, sapientemente stoppato da Mattarella, ovviamente preoccupato di un inutile voto in grado di produrre una sicura ingovernabilità (a fronte di due leggi elettorali diverse tra Camera e Senato).

Infine, per un giovane politico che ha sempre rimarcato (con toni spesso populistici) la sua “diversità” dal ceto pre-esistente, esaltare il suo passo indietro appare francamente spropositato se si pensa che si tratta di un qualcosa del tutto normale nelle altre democrazie occidentali.

Veniamo ora a Sergio Mattarella.

La sua volontà di esorcizzare un rapido scioglimento delle Camere e creare le condizioni per la formazione di un nuovo Governo è senza dubbio positiva e ineccepibile.

È infatti chiaro a tutti che andare alle elezioni con due leggi elettorali diverse, l’Italicum (tra l’altro sotto giudizio della Corte Costituzionale) alla Camera e un “sostanziale” proporzionale al Senato (il vecchio “porcellum” corretto dalla sentenza della Costituzionale) è una pura follia: si tratterebbe di sancire l’ingovernabilità e proporre al paese maggioranze diverse nei due rami del Parlamento.

Di qui, dunque, discende la necessità di avere un Governo che gestisca l’ordinaria amministrazione nonché le emergenze interne ed internazionali, lasciando il tempo necessario al Parlamento di varare, anche in pochi mesi, una nuova legge elettorale, uniforme tra le due camere.

Un Governo, cioè, che senza avere come obiettivo quello di arrivare alla fine naturale della legislatura, attenda soprattutto quel passaggio prima di dimettersi e agevolare le elezioni anticipate .

Se questo è vero, dall’altro lato c’è da registrare, purtroppo, un’oggettiva incomprensione (o peggio ancora, sottovalutazione) del voto referendario di domenica scorsa.

Come già scritto, il 60% degli italiani ha votato per bocciare le riforme proposte da Renzi ma anche per punire severamente, da differenti e non assimilabili punti di vista, la sua esperienza di governo.

Il segnale, omogeneo su tutto il territorio nazionale e dalle percentuali inaspettate, è un grande e “rumoroso” faro che avrebbe dovuto agevolmente illuminare la strada per uscire dalla crisi.

Per seguirlo, il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto dimostrare maggiore indipendenza da Matteo Renzi, vero sponsor di Paolo Gentiloni e attivissimo in questi giorni nelle sue “consultazioni parallele”, interessate a garantire la nascita di un Governo molto vicino ai suoi interessi, costituito forse in maggioranza dagli stessi ministri uscenti, e soprattutto, predisposto a lasciare quando la volontà di tornare al voto sarà percepita da Renzi stesso come non più rinviabile.

Mattarella avrebbe al contrario potuto, forse dovuto, tentare di affidare la guida del nuovo Governo ad una personalità più coerente al risultato del voto referendario.

Per farlo, tre elementi sarebbero stati necessari

  • scegliere qualcuno che non avesse partecipato al fronte del “SI”, risultato pesantemente sconfitto
  • individuare un candidato all’esterno della squadra dei ministri del Governo precedente, risultato anch’esso, politicamente, tra i bocciati al voto
  • proporre un nuovo premier proveniente comunque dall’area del PD, dovendo doverosamente tener conto della schiacciante maggioranza relativa che questo partito detiene in questo Parlamento.

Sarebbe stato possibile?

A ben guardare una via c’era, stretta ma forse perseguibile con un po’ di coraggio e autonomia, soprattutto di fronte ad uno scenario in cui nessuno avrebbe potuto avanzare forti pretese (né Renzi, grande sconfitto, né il fronte del NO, variegato al suo interno e incapace di offrire una proposta alternativa di governo).

Questa via, senza giri di parole, aveva un nome e un cognome: Piero Grasso.

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse07–12–2016 RomaSenato. Voto di Fiducia sulla Legge di BilancioNella foto Pietro Grassoin foto: Foto Fabio Cimaglia / LaPresse07–12–2016 RomaSenato. Voto di Fiducia sulla Legge di BilancioNella foto Pietro Grasso

E’ Presidente del Senato e per questo naturale ed autorevole candidato di un possibile esecutivo “istituzionale”.

Pur non avendo fatto campagna per il NO, si espresse molto criticamente all’inizio dell’iter parlamentare della riforma Boschi (e per questo fu attaccato da Renzi) e avrebbe ben rappresentato quantomeno il NO alla proposta di modifica “renziana” della Costituzione.

Fu eletto al Parlamento, dopo una brillante carriera da magistrato, in quota PD ma non è assimilabile alle pattuglie di deputati che sono passati, per mero interesse personale, nelle “truppe” dell’attuale leader del partito, abbandonando (senza troppo pudore) il vecchio segretario Bersani, che pure avevano appoggiato in precedenza.

Insomma, la scelta di un possibile Presidente del Consiglio come Piero Grasso avrebbe garantito gli attuali equilibri parlamentari ma, allo stesso tempo, anche il rispetto del messaggio politico del voto referendario, che chiedeva una svolta rispetto al renzismo.

Così non è stato.

Staremo a vedere che tipo di governo proporrà Paolo Gentiloni, quali obiettivi cercherà di proseguire e quali ministri suggerirà per questa nuova fase.

L’impressione, tuttavia, è quella di assistere alla nascita di un “governo fotocopia”, renziano senza Renzi, portatore di quei valori già messi in discussione da milioni e milioni di italiani.

Italia, paese del Gattopardo; tutto cambia ma tutto resta, allo stesso tempo, inesorabilmente immutato.