La penultima esternazione di Vito Crimi, neostatista a cinque stelle che (formalmente) presiede il gruppo del movimento di Grillo al Senato, è di quelle destinate a fare storia. Storia di bazzecole e di piccolo cabotaggio, ovviamente.

Se Bersani firma la lettera che gli abbiamo proposto dal blog di Grillo – ha dichiarato il Nostro – di rinuncia ai rimborsi elettorali, allora dico: parliamone. È una provocazione. Non lo farà mai. Nel caso lo facesse sarebbe il primo atto di un cambiamento vero, reale, provato”.

Si, avete letto bene: per i rivoluzionari del M5S il vero, grande, discrimine per partecipare alla formazione di un governo targato Pd sarebbe stato la rinuncia, da parte di quest’ultimo, ai rimborsi elettorali!

In un passaggio così delicato per l’Italia, segnato da una drammatica crisi economica, con cifre sulla disoccupazione, la precarietà  e la povertà da far tremar le vene e i polsi, per dirla col Poeta,  di cosa sono preoccupati i cittadini più cittadini degli altri? Dei rimborsi elettorali.

Devo ammetterlo: questa richiesta del cittadino Crimi mi ha proprio spiazzato. Da inguaribile ingenuo quale sono, ero convinto che i novelli sanculotti del Movimento 5 Stelle avrebbero risposto  ai corteggiamenti del Partito democratico con proposte dirompenti, dissacranti, in tema di lavoro, diritti, scuola, ambiente, lotta alla povertà, rinegoziazione del nostro rapporto con l’Europa, roba forte insomma. E invece no. Hanno chiesto la rinuncia ai rimborsi elettorali.

Povera Italia! Non bastava una politica da operetta, ecco pure l’antipolitica da operetta. Sono arrivati a Roma, questi volenterosi cittadini a 5 stelle, sospinti da un vento di cambiamento fortissimo, e appena varcata la soglia del parlamento cosa hanno fatto? Alla prima votazione hanno perso il senso dell’orientamento, poi hanno iniziato a chiedere posti di questore, di segretario, e presidenze di commissione.

E come se Lenin, per fare un esempio, rientrato in Russia dopo il suo esilio in Svizzera a seguito della Rivoluzione di Febbraio, anziché lanciare le famose Tesi d’Aprile, nelle quali era condensato il suo programma rivoluzionario per una democrazia dei soviet, si fosse limitato a chiedere al governo provvisorio un posticino di segretario-questore alla Duma di Stato.

Può costituire un rimedio il fatto che lo stesso Crimi, dopo un’oretta da quella dichiarazione, abbia  ribadito che loro la fiducia ad un esecutivo “dei partiti” non la daranno né adesso né mai? No, semmai costituisce un’aggravante, anche il segno della sciatteria che caratterizza questo movimento.

Ma sì, questo partito di Grillo è un grande bluff. Almeno per quanto riguarda le promesse di cambiamento fatte in campagna elettorale.

Comincio a pensare seriamente, allora, che l’unico modo per smascherarne l’inconsistenza, l’intrinseco profilo cialtronesco, sia quello di trascinarlo rapidamente verso nuove elezioni. Ormai è chiaro: Grillo e soci stanno pregando notte e giorno affinché si costituisca un governo di larghe intese. Vogliono che a governare siano Pdl e Pd, così loro possono continuare a gridare contro la casta, gli inciuci, i privilegi, la politica, i partiti.

In parlamento non c’è una maggioranza per formare un nuovo governo, a meno che non si formi una grosse koalition, quello che i grillini auspicano ardentemente. E’ evidente che un governo di questo tipo non serve al paese, ma potrebbe essere molto utile a Grillo per stravincere le prossime elezioni.

Grillo con la maggioranza piena in entrambe le Camere? Qui si aprirebbe un altro capitolo, che non può non tenere conto delle idee che il comico di Genova ha sempre manifestato in tema di democrazia, rappresentanza, partiti, partecipazione alla vita pubblica. Qual è il vero disegno di costui, e del suo socio Casaleggio, non è facile discernerlo. Ma certe parole, alcuni concetti, pesano come pietre.

In un simile scenario non è difficile immaginare che il clima da operetta possa degenerare subitamente in qualcos’altro. Non la dittatura degli stivaloni, beninteso, ma quello che Grillo stesso ha sempre prospettato: una sorta di plebiscitarismo digitale, una democrazia del click, dove il cittadino – elettore, solo davanti allo schermo del suo Pc, sarebbe chiamato di volta in volta a pronunciare, e nemmeno verbalmente ma premendo un tasto sulla sua tastiera, un si o no su quesiti formulati da ineffabili entità a lui sovraordinate.

Uno scenario da incubo, evidentemente. Ma non tutti l’hanno capito, anche nei santuari della cultura democratica e progressista. Ma tant’è. L’Italia è il paese dell’operetta, ma anche del conformismo. Dobbiamo farcene una ragione?