Immagino sia capitato a tutti di leggere un articolo di stampa, accorgersi dell’assoluta incompetenza del redattore, ed esclamare: ma questo non sa nemmeno di cosa sta parlando. Ebbene oggi offrirò, a chi avrà la bontà di leggermi, questa concreta ed esilarante possibilità. Mi avventuro, infatti, a trattare un argomento che, come si evince dal titolo, ambirebbe parlare di moda. La tenzone è per vero ambiziosa stante la mia incompetenza in materia e ciò sarebbe il minimo. Non sono in grado nemmeno di distinguere un cotone qualità Giza da un Cotton Belt, una lana merinos da un’Angora, una vigogna da un’alpaca. E fosse solo questo! Posso pure carezzare per ore un taffetà, ma non lo distinguerei da una buona mussola; e non mi avventuro nella differenza (impercettibile) fra chiffon ed organza; tra cretonne e batista, poi, vado in tilt. Mi arrangio fra tartan, tweed, fustagno e gabardine, ma la riflessione sarebbe lunga ed angosciante. Nella scelta fra lampasso e broccatello, poi, il delirio mi avvincerebbe e mi lancerei supino su un cuscino di damasco o di velluto. Il velluto: che tenero, che liscio, che righe! la mia infanzia è trascorsa nel velluto; prima con i pantaloncini neri (inviatimi dalla zio d’America, e chi non aveva uno zio in America) negli anni 40 e 50. Poi con i calzoncini alla zuava, all’epoca del convitto dai padri Salesiani, quando era rigorosamente proibito vestire pantaloncini corti (forse già allora si tentava di limitare le tentazioni pedofile esplose in questi anni), poi il salto generazionale con i pantaloni lunghi di velluto e vigogna.

Se qualcuno dovesse intrattenermi a discettare di alamari, agoraio, di bandera, di chiacchierino, di cimossa, di filet o, peggio del peggio, di gugliata o jabot… m’invento che m’attende Sua Santità e mi dileguo. Di moda, pertanto, e di tutto ciò che intorno ad essa orbita, non ne capisco nulla, pur se le frequenti casuali “zippate” televisive mi fanno impattare, sovente, con le mille sfilate di moda che riempiono le serate di tanta “gente bene” che corre ad assistere a quelle angoscianti e penose sfilate umane che la vulgata chiama, molto impropriamente, “sfilate di moda”.

Ho voluto, pertanto, approfondire il problema per tentare di capire se le strepitosamente belle modelle che allietavano la vista e l’anima di noi tutti, negli anni passati, fossero definitivamente svanite con l’avvento di queste “quattro ossa”, in perenne anoressia, che simulano inciampi ad ogni piè sospinto sui lunghi tappeti. Mi son dedicato –per qualche triste ed interminabile ora – a visionare un centinaio di sfilate relative alla trascorsa stagione invernale che – come si sa – precedeva tutti i “lanci” estivi 2013. E non potevo farmi mancare gli altolocati appuntamenti con le ottime immagini e le scenografie fantastiche dei massimi appuntamenti d’alta moda: Londra, New York, Milano, Parigi Fashion Week 2013.

Ed ho puntato anche, (e scusate se è poco) ad ammirare le sfilate delle 7 più importanti e gettonate modelle oggi alle luci della ribalta internazionale. Ho iniziato dalla più pagata: Joan Smalls, venticinque anni, la più contesa fra tutte e prima in una classifica mondiale (non so da chi stilata). Poi mi son visto le “camminate” di Aymeline Valade, nota per “camminare altera e sicura” (è questo il suo pedigree). E’ stata poi la volta di Daphne Groeneveld, che gli addetti ai lavori reputano in possesso di un “mix particolare ed unico” (ma dovrebbero dirci qual è!). La sedicenne Daphne Groeneveld appariva come la più spontanea fra le tante (ma immagino che presto l’alterigia dell’incedere ghermirà anche lei. Poverina è ancora minorenne!). E non poteva mancare l’Olandese dagli occhi blu: Bette Franke che in una sola stagione di “sfilate” ha “marciato” per Bottega Veneta, Chloe Fragrance, Miu Miu, Max & Co, J. Mendel e Uterqüe, riuscendo ad arrivare indenne da inciampi (ma avete visto come camminano!) fino al risvolto estremo dei pericolosi tappeti.

Fascinose, nulla da dire, le sfilate di Drome, Hermès, Miu Mui, Vionnet. Eleganti fino all’eccesso quelle di Chanel, Givenchy, Céline, Kenzo, Christian Dior. Scenograficamente ammirevoli i colori e le musiche di Balmain, Prada, N°21, Stella Mccartney, Shiatzychen, Luois Vuitton. Pesanti le coreografie di Alexander Mcqueen, Paul & Joe. Applauditi e scintillanti i soliti Valentino e Saint Lauren. Jean Charles De Castelbajac, Elie Saab ed Emanuel Ungaro hanno fatto incetta di applausi specie del pubblico più giovane (e danaroso). Dopo la sfilata di H & M gli occhi non hanno retto alla stanchezza e l’angoscia m’ha assalito.

E pure vi sarebbe da immaginare che una “sfilata” di moda, sinonimo di tripudio di colori, di musica, di giovinezza, di sapienza professionale, di bell’ambiente, di bella gente, di ricca gente, d’elegante gente, di magiche scenografie e geniali allestimenti debba riscaldare l’animo e rinfrescare la mente di chiunque vi partecipi, seppur nell’immobilità del proprio (costoso ed ambitissimo) posto a sedere in sala o a casa. Ed invece, dopo numerose ore trascorse a zippare da una sfilata all’altra, mi son ritrovato per nulla sereno e lieto per quanto visto e patito. I motivi di tanto stupore? presto detto: l’infinita, inesauribile tristezza che promanava dagli occhi e dagli sguardi di tutte (dico tutte) quelle giovani modelle.

Ma le avete mai viste? Vi siete mai soffermati, per un attimo, con lo sguardo più su dello svolazzare delle loro vesti, dell’oscillare dei loro esili fianchi, delle tremebonde caviglie, degli eterei polpacci, degli inesistenti lati B, delle scapole a “scelle” d’uccello? Immagino che abbiate notato tale tipologia umana di scheletri ondeggianti. Ma non è la patologica magrezza a meravigliare, non è l’incombente timore di un improvviso “sconocchiare” sulle ginocchia che ferma il sospiro in gola, non è quell’incedere assolutamente “paperesco” ed innaturale che sospinge a meste riflessioni, No! Non è tutto questo che deve stupire e meravigliare. Ciò che m’ha lasciato interdetto –dopo ore ed ore di attenta visione di un centinaio di sfilate – è stata l’infinita tristezza che prorompeva da tutti quei volti. So bene che le fameliche “agenzie di moda” vanno a caccia di giovanissime, meglio se anoressiche, e che –guarda caso – sono le più richieste dai famosi couturiers dell’alta moda (il parlamento svedese ha aperto un’inchiesta in merito a tale inammissibile “reclutamento”). Ma, pur considerando gli evidenti e deprecabili casi in cui sfila… l’anoressia… gran parte delle modelle non sembra afflitta da tale malattia. Ed allora? perché quegli sguardi perduti nel nulla? Quei volti dipinti di mestizia? Quegli occhi più spenti alla luce che seppelliti dal rimmel London? Cos’è che non va in quelle giovani ragazze che dovrebbero rappresentare un inno alla gioia, gridare lodi alla vita, sorridere gioiose ai fulgidi vent’anni, apparire giulive nell’incedere ondeggiante sotto gli sguardi ammirati di folle plaudenti?. Nulla di tutto ciò!

[quote|left]|Cos’è che non va in quel mondo che avvilisce così profondamente l’animo di quelle giovani protagoniste del mellifluo?[/quote]L’evidentemente perfido, falso, ingannevole, scintillosamente mesto mondo della moda non consente che le sue giovani vestali appaiano, come forse desidererebbero, donne normali; che sorridano al mondo, alla vita, agli applausi degli ammiratori, ai flash dei fotografi, ai misurati assensi delle “vecchie e danarose matrone” in prima fila, agli amici nascosti fra le quinte, alle mamme trepidanti a casa, agli innamorati gelosi e riottosi. Cos’è che non va in quel mondo che avvilisce così profondamente l’animo di quelle giovani protagoniste del mellifluo?

Difficile un’analisi che sia, possibilmente, veritiera. Si può tentare d’individuare qualche nascosto motivo d’insofferenza: potrebbe trattarsi di eccesso di antagonismo: la competizione, per agguantare una sfilata con una grande “firma” immagino sia spietata. Mille e più candidate per non più di una quarantina di “posti” in passerella sono un problema non di poco. L’ambizione a voler essere la più “magra” (che coincide con l’essere anche la più facile a “vestire”; con gran sollievo per la sartoria). L’incertezza del lavoro, saltuario più che stagionale. Il timore di superare il peso e, quindi, uscire dalla “taglia 38”. Il non essere la “preferita” del capo sarto. Il non riuscire a sfilare per “prima”. Il timore di non riuscire ad essere nemmeno quella che “chiude”.

Sono troppi gli imperscrutabili motivi che attanagliano queste professioniste dello “svolazzo”. I compensi, certo, sono pur essi un motivo di forte preoccupazione per tutte le miriadi di modelle attuali che affollano gli infiniti cataloghi di predisposti dalle “agenzie” che piazzano le candidate alle sfilate. I talent scout delle case di moda sfogliano album con centinaia di immagini (e di “misure”) e pescano ciò che reputano meglio. Ma siamo ben lontani dalle grazie prorompenti delle modelle anni ’70: Carol Alt, Pavlína Pořízková, Elle Macpherson e Cindy Crawford. Il salto di qualità, in termini di fama, di bellezza e di altissimi compensi fu registrato nei successivi anni ’80 con la prorompente apparizione sulle patinate e sugli schermi di tutto il mondo, delle indimenticabili top – model: Claudia Schiffer, Cindy Crawford, Kate Moss, Linda Evangelista, Naomi Campbell e Christy Turlington; non a caso ribattezzate "The Big Six".

Immaginate quanto sia dirompente, per le mille e mille giovani modelle di oggi, considerare che non saranno mai agli apici di gloria, di successo e di “cachet” di quei miti di donne e di modelle. E’ ovvio che la mestizia debba tracimare dall’animo ed affiorare funerea sui volti, che il sorriso svanisce dall’orizzonte dei loro occhi, che la (incomprensibile) severità dei loro sguardi debba rifulgere su quegli zigomi troppo smunti e deperiti.

Vivono, povere loro, in un mondo che più falso, incerto, erratico e svolazzante non potrebbe essere: sempre a portata di cellulare in attesa di una “convocazione”, valigie pronte al piede, prenotazioni aeree e ferroviarie in continuo “aggiornamento”, alberghi prenotati e “sprenotati”, incontri fissati e disdetti, compensi promessi e non onorati, pasti… quando capita… sonni se… capita. E poi c’è la baraonda di “ dietro le quinte”: una confusione indescrivibile nella quale le poverine sono solo oggettini da collocare qui e lì, ora prede del parrucchiere, ora del visagista, ora del sarto, ora del truccatore, il tutto, sovente, in contemporanea, perché il “cambio d’abito” deve avvenire in men che 20 secondi… perché la passerella “chiama” ed un’uscita ritardata rispetto alle previsioni sarebbe inaccettabile.

[quote|right]|Vivono, povere loro, in un mondo che più falso, incerto, erratico e svolazzante non potrebbe essere[/quote]Questo, più o meno, il mondo ruinoso, etereo, instabile fatto di paillettes e lustrini, mascara e fondo tinta, aghi e ricami, piume e svolazzi, ciondoli e strass, in cui sono chiamate a vivere, le “ragazze copertina” di oggi. Come vogliamo che sorrida chi debba vivere in tali forti instabilità emotive, personali, economiche, esistenziali? Forse è già tanto che riescano a non inciampare ad ogni passetto che fanno in quella loro “camminata” innaturale e goffa, che chissà da qual’altra mente malata di “stilista à la page” fu partorita. Se almeno camminassero (sfilassero) come noialtr’umani, potremmo apprezzarle ancor più e sperare che, finalmente, il loro “PRÊT à PORTER” (che significa: subito da indossare ) fosse un sorriso, uno sguardo giulivo e disteso, il riflesso di un animo in pace, un incedere sereno… senza rischio d’inciampo.