in foto: Nel giardino della Guastalla, Milano. Acquarello di Daniela Lorusso, 2010.

A cosa serve la bellezza? Intendo quella sensibile che emana da ciò che ci circonda: la natura, l’arte, la letteratura… le persone. Educarci al bello è un antidoto per sconfiggere il brutto che cerca di prendere il sopravvento.

La bellezza è però soggettiva, ognuno di noi ne percepisce una forma anche grazie a come siamo stati educati al bello, a coglierlo per poi riconoscerlo. Platone ci ha insegnato che la bellezza estetica è il gradino più basso, per il filosofo greco la bellezza sensibile è però parte indispensabile di un percorso per giungere alla Bellezza per definizione; la bellezza alta che lui fa coincidere con l’idea del Vero e del Bene. Per dirla con un linguaggio contemporaneo e soprattutto pratico, stiamo parlando della bellezza delle idee che la nostra mente crea, diffonde e applica alla vita quotidiana. Ma come si formano le idee? Con la cultura, la preparazione, l’educazione alla convivenza… tutte realtà che sembrano sempre più rare e lontane dal nostro vivere insieme nel mondo. Siamo in decadenza, si sentenzia ovunque, ma cosa si fa per invertire la rotta? Poco, a partire dal linguaggio e a come lo si lascia sgorgare dalle labbra; più che un pronunciare parole, esso è diventato “vomito velenoso urticante” dimentico del suo valore intimo, formativo della mente umana, mentre il piacere della garbata conversazione si è dissolto nel nulla o quasi. Giusto essere incisivi, a volte duri, quando c’è la necessità di affermare il proprio pensiero, ma è inaccettabile la violenza con cui ogni giorno e a tutti i livelli ci si esprime al solo fine di imporsi sull'Altro per dimostrare che si è i migliori. Spesso si è solo degli arroganti palloni gonfiati travestiti da detentori della verità. La verità: quanti abusi si commettono in suo nome! Chi si spaccia per detentore della verità assoluta è colui a cui sarebbe meglio stare alla larga perché nella migliore delle ipotesi è un millantatore.

La mia proposta concreta è questa: ripartiamo dalle nostre parole quotidiane. Ad esempio piuttosto di dire “che c. vuoi” ritorniamo a pronunciare semplicemente “cosa vuoi” e se la persona in questione è molesta oltre misura diciamole ”mi ha stufato” e non uno sbrigativo quanto rozzo “mi hai rotto i c.”. Proviamoci, non è poi così difficile. Bastano piccoli gesti per risalire la china e direi che sarebbe ora di ricominciare: ognuno di noi può realizzare il miracolo, che è un piccolo evento come dice la parola stessa, per disintossicarsi dal brutto che cerca di imporsi. Liberiamoci dalla sua trappola!

Maria Giovanna Farina ©Riproduzione riservata