Innanzitutto c'è un fatto: tutti si concentrano su "questo scempio" della riforma del Senato, che porterebbe a confusioni, pasticci e conflitti. Poi, in secondo luogo, oltre alla terribile riforma del Senato ci sarebbe l'enorme quantità di modifiche (delle quali nessuno considera i contenuti, ma solo il fatto che le modifiche sono molte). Siccome io credo nelle istituzioni e nel fatto che alla fine, nel lungo periodo, the better angel of our Nation will prevail, ho letto il dossier del Servizio Studi, Dipartimento Istituzioni, della Camera dei Deputati. Si tratta di un lavoro in tre parti abbastanza corposo e molto chiaro, che riporta il contenuto della riforma, la storia del dibattito e la ratio della sua evoluzione (prima parte, seconda parte, terza parte).

Con che spirito ho letto il dossier. Innanzitutto con rispetto per le istituzioni che detengono il potere legislativo e che sono state democraticamente elette (per chi non condivide questo assunto non ha proprio senso parlare dei contenuti della riforma). Poi con la fiducia nel fatto che due anni di dibattito in un contesto politico critico com'era quello di partenza abbiano prodotto quanto di meglio possibile. In terzo luogo, con gli occhi del cittadino qualunque (cioè quello che sono), convinto che la Costituzione vada giudicata per gli effetti che sortisce nella vita del paese, non rispetto ai canoni idealistici dei filosofi del diritto. Infine, con la cultura di chi non ha sostituito il mito dello Stato etico con il mito della Costituzione etica.
E questo è quello che ho capito.

La modifica principale è il superamento del bicameralismo perfetto. Indirizzo politico, fiducia e controllo del Governo rimangono alla sola Camera dei Deputati. Il Senato rappresenterà le istituzioni territoriali nel raccordo con lo Stato (una funzione che è mancata dopo l'approvazione del Titolo V). I membri del Senato vengono eletti al livello delle istituzioni locali, come accade in altri ordinamenti europei, mentre per l'attività legislativa la riforma definisce un numero limitato di temi ad approvazione bicamerale, lasciando il solo ruolo consultivo al Senato per il resto dei temi. Con questa riforma si supera un modello istituzionale del potere legislativo che non convinceva già nel 1948, criticatissimo per 70 anni da tutte le forze politiche e dalla maggior parte degli specialisti, inclusi quelli che maggiormente criticano la riforma. Il dossier non segnala particolari confusioni (come mi risulta che abbia fatto in altre epoche di fronte ad altre leggi).

Un'altra modifica è nel sistema delle fonti normative. Il conflitto Stato-Regioni, che ha tanto tediato i legislatori e i tribunali, viene completamente cancellato con l'eliminazione della legislazione concorrente, con la ridefinizione delle competenze e con l'introduzione della clausola di supremazia (su richiesta del Governo e con modalità legislativa rinforzata), che consente alla Camera di legiferare su materie di competenza regionale a tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica o dell’interesse nazionale. Questo mi sembra un importante punto sul quale da tempo si attendeva chiarezza. Ne esce un po' ridimensionato il ruolo delle Regioni, un fisiologico contraccolpo dopo le tante critiche che le Regioni hanno incassato negli ultimi quindici anni.

Ancora sulla produzione legislativa. La riforma introduce il contingentamento dei tempi di approvazione dei disegni di legge funzionali all'attuazione del programma di Governo. Allo stesso tempo la riforma introduce limiti nella decretazione d'urgenza, una vecchia storia dalla quale il sistema istituzionale non riusciva proprio a liberarsi (la mia memoria risale almeno al governo Prodi I, venti anni fa). Non mi sembra che mettere date certe su un'iniziativa che riguarda l'attività di Governo significhi potenziare la posizione del leadericchio, diciamo. E il fatto che la nomina del primo ministro e del governo non cambi, a meno della fiducia da una sola camera, dovrebbe metterci al sicuro anche rispetto ai timori di bonapartismo, come avrebbe detto Domenico Losurdo. A meno che l'ingovernabilità non venga vista con favore. Vedo anzi che vengono posti limiti all'arbitrarietà dell'esecutivo.

Un po' di EELL (Enti Locali). Delle Regioni si è detto: la riforma mira a risolvere gli effetti collaterali della precedente riforma del Titolo V. In molti lo chiedevano a gran voce. Poi le province: dopo le leggi ordinarie varate su spinta del Governo Renzi, la riforma le elimina dal nuovo testo. In questo modo esse perderanno lo status di enti di rango costituzionale e sarà possibile eliminarle davvero. C'è un noto giornalista del Sole 24 Ore, Alessandro Milan, che da anni conta le settimane decisive per l'abolizione delle Province. L'ultimo alert che trovo è di giugno: 163esima settimana decisiva. Speriamo che la conta possa perdere di significato al più presto.
Non è un ente locale ma (en passant) viene soppresso anche il CNEL.

La democrazia diretta, questa sconosciuta. Cambia il quorum del referendum abrogativo nel caso in cui il referendum venga richiesto da più di 800.000 firme: non più il 50%+1 ma la maggioranza del numero di votanti nelle ultime elezioni della Camera. Per la promozione di leggi di iniziativa popolare non basteranno più 50.000 firme ma ne serviranno 150.000. In compenso ne sarà garantito l'esame e la deliberazione in tempi che saranno definiti dai regolamenti parlamentari. Beppe Grillo avrebbe potuto vedere l'esito della sua proposta, quella che portò di persona a Romano Prodi durante il suo secondo governo. Mi sembra una cosa buona, non so perché ma mi sembra una cosa buona.

Non ho capito perché sia stato cambiato il quorum per l'elezione del Presidente della Repubblica ma per rispondere a uno che mi trollava su twitter mi sono studiato la regola. Non ci trovo nulla di male perché mi sembra che voglia indurre a una forte partecipazione al voto in tutte le votazioni. Magari sbaglio, non so.

Sono abbastanza scettico sul fatto che la qualità della politica dipenda dalla legge elettorale. Nel 1993, quando si è modificato il sistema elettorale proporzionale introducendo il “Mattarellum”, si pensava che cambiando la legge elettorale si sarebbe cambiata la politica.

Poiché siamo in un sistema di bicameralismo perfetto, se le due camere hanno maggioranze diverse, l’attività legislativa rischia di essere bloccata. Idem per la formazione del Governo che deve ottenere la fiducia dalle due camere. Tra i vizi, secondo me il peggiore è quest’ultimo. E lo dimostrano le ultime elezioni: i premi di maggioranza assegnati al senato su base regionale hanno fatto sì che la coalizione che ha vinto alla Camera (il centrosinistra) non avesse la maggioranza al Senato.

Penso che l'Italicum faticherà parecchio ad arrivare in porto. Il rischio che non se ne faccia nulla è elevato. È chiaro che Matteo Renzi sulla legge elettorale, sulla riforma del Senato e sulla cancellazione delle Province si sta giocando tutto. Ma bisogna vedere se il partito, i deputati e i senatori lo seguono. Nel Pd c’è un certo malcontento e c’è il timore, una volta passata la legge elettorale, che si vada alle elezioni e le si perda. Sarebbe la fine del Pd. Il rischio quindi è che non se ne faccia nulla. Chiaro che a quel punto resterebbe in piedi la legge elettorale disegnata dalla sentenza della Corte Costituzionale, con un sistema proporzionale puro; si tratterebbe di un ritorno al 1948.

Gustavo Zagrebelsky, Intervista a La Valsusa del 10 febbraio 2014

Come è successo che proprio Gustavo Zagrebelsky mi ha convinto a votare SÌ. Le tre citazioni precedenti provengono da un'intervista del 10 febbraio del 2014, quattro giorni prima delle dimissioni Enrico Letta. La prima citazione mi fa pensare che non è dall'Italicum che dipende la qualità della politica, mentre la terza mi dice che senza Italicum andremmo al Consultellum, cioè torneremmo al 1948. Ecco, per esempio, io non voglio tornare al 1948. La seconda citazione descrive uno scenario politico complicato che Renzi è riuscito a risolvere e governare. Non credo che con un NO al referendum ci sarebbero le condizioni per una nuova riforma, così come mi sembra difficile che possano ritrovarsi nella prossima legislatura se dovesse nascere nelle condizioni del 1948, cioè con il Consultellum e ancora nel bicameralismo perfetto che (seconda citazione) ha una serie di vizi, tra i quali l'ingovernabilità, che hanno frenato il progresso del paese.

Allora mi metto un attimo nei panni delle maggioranze parlamentari che hanno approvato la riforma e guardo a quelli che la contestano per via della trasformazione del Senato (che avrebbero voluto soppresso e invece è rimasto a fare la camera delle Regioni). Fossi in loro gli direi: mi dite che non dobbiamo fare inciuci con la destra, sono d'accordo con voi. Il M5S non vuole accordi con nessuno, ne ha diritto e facoltà. Con il Consultellum e due camere paritarie ci ritroveremmo tre coalizioni tra il 20% e il 30% che l'opinione diffusa non vuole mettere insieme. Praticamente se vince il NO sono assicurati l'ingovernabilità e il definitivo crollo di popolarità dei partiti storici (che ovviamente, per la terza volta in tre legislature, dovrebbero trovare un accordo nel quale il M5S mai si sporcherebbe la faccia). Com'è possibile che questo vi faccia meno schifo di un normalissimo Senato delle Autonomie? Se proprio vi fa tanto schifo, sapete almeno cosa voglia dire soluzione sub-ottima?
Non è un fatto di essere renziani, io non apprezzo affatto i #ciaone e trovo sgradevoli anche altre cose. Ma la tempesta non è finita, questo va ricordato.