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Il tema delle pensioni torna di tanto in tanto di attualità.

Anche in questi giorni se ne parla a seguito dei messaggi allarmanti lanciati dal Presidente dell’INPS Tito Boeri in merito all’incerto futuro, per i più giovani, su questo versante, riproponendo, un secondo dopo, lo schema al quale siamo ormai abituati: da un lato il Governo, in continuità con tutti quelli che negli ultimi anni si sono succeduti (Berlusconi, Monti, Letta e lo stesso Renzi), che ribadisce la necessità di tenere alta l’età di uscita dal mondo del lavoro per esigenze legate sostanzialmente alla tenuta dei conti pubblici, dall’altra chi, con crescente forza e convinzione, cerca comunque di richiedere un abbassamento dei criteri ed una revisione dell’ormai famigerata legge Monti-Fornero.

A ben guardare, tuttavia, ciò che sta sotto a questo dibattito è la visione stessa della società che ciascuna delle due parti mette in gioco; i conti pubblici, perennemente in rosso, costituiscono infatti un utile ma artificioso argomento per chi sostiene il forte innalzamento, in vigore da anni,  dell’età pensionabile.

Questo per almeno 2 motivi, evidenti quanto importanti.

Il primo risiede nel fatto che, quando si è voluto, improvvisamente, spendere miliardi di euro, sotto forma di sgravi contributivi a favore delle aziende, col fine di far aumentare nell’immediato l’occupazione facendo ricadere strumentalmente i meriti sul Jobs Act, che invece sopprime i diritti senza un reale contributo, lo si è fatto senza agitare lo spettro della tenuta dei conti pubblici e del mostruoso debito che pesa come un macigno sull’Italia.

E non si è trattato assolutamente di cifre ridotte a carico dello Stato: 1,8 miliardi spesi nel 2015, circa 5 miliardi stanziati per il 2016 e altrettanti per il 2017, per finire con 3 nel 2018.

Totale: quasi 15 miliardi di euro!

L’enorme spesa pubblica messa in campo, in tal caso, è stata funzionale alla logica neo-liberista, di aiuto indiscriminato alle imprese, che hanno finalmente potuto ricevere, in cambio di pochi posti di lavoro in più (tra l’altro anche in diminuzione al calare degli sgravi per ogni assunzione) la tanto desiderata libertà di licenziamento, promessa da Berlusconi anni fa e realizzata da Matteo Renzi.

Il secondo motivo, ancor più grande, sta nel concetto stesso di spesa pubblica e dei diritti fondamentali dei cittadini.

Facciamo un esempio: la sanità costa tanto ma, almeno fino ad ora, in Italia resiste il principio secondo cui lo Stato deve garantire sempre e comunque le cure a tutti i cittadini. È un pilastro dello stato sociale che, seppur a fatica (specialmente al sud), si cerca di mantenere, pur sapendo che questo grava sulla spesa pubblica in modo pesante.

Idee di privatizzazione sono state, almeno per adesso, respinte nelle loro forme più esplicite.

Se la salute è un bene primario ed irrinunciabile, così come l’istruzione o altri settori, chi può negare che non lo sia anche il benessere raggiunto dopo decine e decine di anni in cui si è lavorato non solo per se e per la propria famiglia, ma anche indirettamente per la collettività?

Aver allungato l’età pensionabile oltre ogni ragionevole misura ha avuto l’effetto di rendere questo pilastro sempre più sottile, con crepe talmente evidenti da minacciarne la stabilità.

Riflettiamoci ancora un attimo.

La vita di una persona è scandita sostanzialmente da 3 fasi principali: quella dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui si apprende dalla famiglia e dalla scuola quanto serve per vivere, quella del lavoro, in cui si mette in pratica quanto appreso apportando il proprio contributo sociale ed economico, e infine quella della cosiddetta “terza età”, in cui ci si dedica a se e ai propri cari, contando su quanto prodotto con gli anni di lavoro.

Verrebbe da dire, semplificando grossolanamente il discorso, che dovrebbe valere una sorta di “regola del 33%”, secondo la quale ciascuna fase dovrebbe occupare, infatti, un terzo dell’esistenza di una persona. Ipotizzando una vita media pari a quella attuale, 80 anni per gli uomini (e 85 per le donne), siamo intorno ai 27 anni.

Dunque, continuando a seguire un ragionamento molto semplificato ma non lontano dal principio assoluto e arrotondando “benevolmente” a 30 il valore relativo al numero di anni da lavorare, si potrebbe concludere che, accedendo mediamente al mercato del lavoro tra i 18-20 anni oppure tra i 23-25 anni (a seconda se gli studi si fermino al diploma o alla laurea) , la regola intuitiva imporrebbe un’uscita dallo stesso ben prima dei 60 anni: 48-50 oppure 53-55 nei due casi.

Come si arriva dunque ai 67/70 anni attuali per andare in pensione, come prescrive la legge Fornero?

Semplice, tenendo conto dell’allungamento dell’età di vita rispetto a qualche decennio fa e all’impossibilità di pagare le pensioni per un numero superiore di anni con le tasse di chi oggi lavora.

È un ragionamento aritmeticamente valido, ma con un limite molto forte: scarica totalmente l’aumento di vita media su quella lavorativa. E’ giusto?

Dipende da quanto si creda nell’idea di progresso umano e da quanto si sia, letteralmente, “progressisti”. Progredire dovrebbe significare vivere meglio di prima, più liberamente e con maggiore possibilità di ricercare la propria felicità.

Quale futuro è stato invece assegnato alla generazione dei trentenni e quarantenni di oggi?

Vivere di più dei propri genitori o dei propri nonni ma sostanzialmente per lavorare di più, ad un ritmo più frenetico, senza i vecchi diritti e godendo della pensione solo quando ormai saranno tanto vecchi da non potersela godere?

No, diciamocelo con franchezza: il progresso non può essere questo!

Certo, i numeri sono numeri e l’aumento di vita media si deve inevitabilmente riflettere, in misura proporzionale, su un aumento della vita lavorativa; tuttavia, adottando come regola empirica quella del 33% vista sopra (circa 27 anni per fase di vita), siamo andati troppo oltre: 40 anni di lavoro e 10 di pensione rappresentano uno squilibrio evidente che equivale all’abbattimento sostanziale della pensione stessa come pilastro dello stato sociale.

Se l’Italia degli anni ’70 e ’80 mandava in pensione allegramente e vergognosamente dopo 18 anni, 6 mesi e 1 giorno di lavoro, oggi si è passati agli altrettanti vergognosi 40 anni, più del doppio, pur non essendo raddoppiata certo l’aspettativa di vita!

Cosa fare dunque?

Nell’immediato sarebbe auspicabile porre rimedio trovando finalmente le risorse economiche utili a garantire un’uscita anticipata dal mondo del lavoro; come detto, se la volontà politica c’è, i soldi si trovano.

Nel medio-lungo periodo, invece, sarebbe saggio ripensare al modello di società che sogniamo, in cui il lavoro continui a rappresentare l’elemento di dignità di una persona ma non diventi l’unico e solo obiettivo di vita, con la soppressione forzata di tutto il resto.

In questa ricerca ideale, non solo una pensione ad un’età giusta sarebbe indispensabile, ma anche una riduzione dell’orario di lavoro, non più ancorata alle famose e ormai antiquate 40 ore settimanali, garantirebbe un rapporto più equilibrato con la vita privata e probabilmente una migliore redistribuzione del lavoro stesso, abbattendo realmente il vertiginoso tasso di disoccupazione.

Il vecchio slogan “lavorare per vivere” contrapposto al “vivere per lavorare” diventa dunque sempre più centrale nel mondo dominato dal pensiero unico neo-liberista, che, a ben guardare, ha generato persone e lavoratori mediamente più insoddisfatti che realmente ricchi.