Una nuova voce si unisce all'insieme della musica emergente italiana. Grazie al suo omonimo disco di debutto, Myale (nome d'arte di Alessio Peruzzi) fa la sua comparsa sulle scene musicali del Bel paese, avvalendosi delle armonie e dei ritmi tipici dell'indie pop nostrano. Dalla sua prima opera è stato estratto Ci provo sempre…, brano da un passato significativo quanto importante per l'inizio della carriera artistica del giovane fiorentino.

Partiamo dal tuo singolo. Puoi raccontarcene la genesi?

«Ho sempre fatto musica in casa da più di 20 anni, solo che non avevo mai registrato niente. Credo due anni fa di essermi scontrato con l'amore più importante della mia vita (almeno fino ad ora) e, come accade a molti che perdono qualcuno, la mia parte emotiva voleva fare di tutto per riconquistarla, e Ci provo Sempre… ne è il frutto, ovvero un tentativo di fare il tutto per tutto per riaverla indietro. Le parole sono semplici e immediate, con qualche riferimento a noi, e alle piccole cose di tutti i giorni che abbiamo vissuto insieme, il tutto condito dal mio modo di essere sempre scanzonato. Ovviamente questo sforzo non ha fatto fare dietrofront a lei, ma registrando questa canzone la gente l'ha sentita ed io ho deciso di diventare “cantautore”. Mi è sembrato un segno del destino».

In generale, pensi che tutti abbiamo bisogno di provarci sempre (e di ridere)?

«Non credo che provarci sempre sempre sia la panacea ideale per tutto. Molto più spesso succede che “ci provi” ma per come stanno le cose in quel momento magari non riuscirai a raggiungere i tuoi scopi, e quindi magari è meglio allontanarsi un attimo dall'obiettivo e riorganizzare le idee. Io sono un combattente e davvero non mi arrendo mai, però ci sono momenti in cui devi defilarti da una battaglia perché in quel momento la perderai sicuramente, in favore di una speranza di vittoria futura. Il mondo ha bisogno di ruotare, le cose devono accadere, le persone hanno bisogno di sentire le mancanze per valutare i legami con altre persone, e il destino ha bisogno di tempo per svilupparsi».

Quali sono i primi riscontri ricevuti dal lancio di questa tua opera?

«L'apprezzamento da parte della gente, il parere che i musicisti che conosco chiedono considerandomi un “musicista” è già un appagamento importante. La mia musica piace, è immediata e attuale. Già essere al passo coi tempi è una conferma importante».

Il brano è contenuto nell’album Myale. Cosa racconti attraverso il disco? Ogni singolo ha una storia a sé oppure c'è un filo logico conduttore?

«A dire la verità, a parte il primo brano e l'ultimo (che avevo scritto 6 anni fa), il resto delle canzoni le ho scritte e arrangiate in tre mesi, quindi non ho avuto materialmente il tempo di esprimere un “concept”. Posso dire che li dentro c'è un po' di tutto, il mio modo di essere, il mio modo di pensare, i miei pensieri, ma soprattutto le mie emozioni. Oltre ogni cosa materiale su questa terra l'unica risorsa limitata che abbiamo è il tempo. Dobbiamo usarlo al meglio. Questo è il messaggio più importante che voglio trasmettere con il disco».

Con la pubblicazione di quest’opera, quali obiettivi ti sei prefissato?

«Devo essere sincerò? Non ho sogni materiali da realizzare. Ho idee, voglie, sensazioni ed emozioni da provare, ma non mi importa di diventare famoso. Mi piace il riscontro che alla gente piaccia la mia musica, e questa sensazione mi fa dire a me stesso che non importa niente del resto. Voglio solo continuare a fare musica e a suonare in giro».

Tu fai parte della categoria “musica emergente”. A tuo avviso, che stagione sta vivendo il vivaio italiano?

«Credo che in Italia, salvo rare mosche bianche che precorrono i tempi o esplorano direzioni alternative, viviamo una sensazione di stallo. La musica di massa è movimentata dai talent. Ogni giorno nasce un bravo interprete e i major producers confezionano qualcosa di ad hoc per loro da dare in pasto ad un pubblico onnivoro. Si copia dagli stili già “arrivati-tornati di moda” in europa da diversi anni. In questa ultima frase colloco anche me e la mia musica, in quanto io mi ispiro molto alla musica degli anni '80 e oramai sono parecchi anni che sentiamo queste atmosfere nelle radio straniere. Da questo punto potrei dire che prendendo ispirazione dalla musica “avant-garde” internazionale e portandola in Italia, potremmo essere addirittura in anticipo di alcuni anni».

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Tra le tue influenze musicali, c'è anche quella del cantautorato. Senti di appartenere a questa categoria? E come vedi il cantautore moderno?

«Sono un cantautore perché canto, scrivo e arrangio la mia roba, ma per lo stile che spero di esprimere voglio prendere le distanze da questa definizione. Mi piacciono alcuni cantautori italiani, anche se a loro preferisco gli stranieri. Il cantautore in Italia ha assunto una connotazione parecchio popolare e abbastanza ristagnante, e la cosa non mi identifica, tanto più che alcuni cantautori fanno dischi popolari (con testi molto belli tra l'altro) ma per portare a casa la pagnotta fanno anche il singolo “bomba” da passare in radio e dunque meno “popolare”. Quindi sono ancora popolari o sono diventati mainstream?».

Che rapporto hai con il tuo pubblico?

«Sono una persona umile per quanto riguarda la visione di me stesso. Prendo i complimenti autoironizzando sempre! Ma ringraziando di cuore e facendo tesoro degli apprezzamenti e delle critiche. Per ora non ho un “pubblico” ma qualcuno in giro ogni tanto mi saluta».

Se potessi scegliere, con quale artista o gruppo vorresti collaborare?

«Gente che stimo a livello italiano ce n'è: tra le donne Levante, tra gli uomini Brunori Sas, poi Baustelle. Mi piacerebbe fare un featuring con Marracash, liricamente nel suo genere lo stimo molto. Ma mi piacciono i featuring in generale».

Domanda secca: SIAE o soundreef?

«Soundreef a vita, anche perché per la maggior parte degli artisti è solo un costo annuo. La musica di nuova generazione deve mantenere il suo “autore” ma un'artista spesso guadagna di più dalla pubblicità che gli fa una playlist sparata in cassa in una sagra paesana più che la percentuale che gli arriva da un borderot. Questo controllo spasmodico del diritto di autore da parte di SIAE è pura dittatura».

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Altra domanda secca: talento show, sì o no?

«Alcuni amici mi vorrebbero spingere a farlo, ma io non sono il tipo, primo perché non li guardo e non mi interessano, secondo perché in quei posti ci va chi ha doti lampanti. Le mie doti, se ne ho, sono sicuramente qualcosa che devi entrare un po' più dentro per vederle».

Programmi futuri? Sarai in giro con un tour estivo?

«Sto organizzando concerti da qui a fine anno. Sto preparando un altro disco per il 2018. Mi prendo un po' più tempo per fare un (speriamo) buon lavoro».

Ah, ma com’è nato il tuo nome d’arte?

«MY-ALE (il mio Ale) è sempre stato un qualcosa dentro di me. Una parte di me. Prima l'ho messo come titolo dell'album e poi sono diventato io Myale. Poi questo gioco di parole con l'animale. Notasi che alle elementari il mio primo gruppo musicale (di cui gli altri amici non sapevano niente) l'avevo chiamato Pig Floyd. Tutto torna insomma».

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