“Mi sento un po’ come il bancomat dello Stato. (…)Perché dobbiamo restare qui a farci spremere?” 

Così Massimo Santinelli, imprenditore e fondatore di BioLab, si sfoga in una lettera  pubblicata dal Corriere della Sera mettendo in luce il dubbio amletico che ormai da anni affligge piccoli, medi e grandi imprenditori italiani: restare o scappare?

L’uomo quarantanovenne di Gorizia ha fondato la società nel lontano 1991 ma, con la crescita del settore biologico, è solo negli ultimi anni che ha visto aumentare a dismisura il fatturato (dai 900mia euro del 2009 ai circa 6milioni di quest’anno) e con questo il numero di dipendenti (da 15 del 2008 agli attuali 48). Una risorsa importante per l’Italia che andrebbe tutelata.

Amara invece è stata la sorpresa per l’imprenditore che vedendo il saldo di novembre ha scoperto che fra tasse e anticipi deve allo Stato circa il 70% del guadagnato. Una tassazione pesantissima che l’ha spinto a guardarsi intorno alla ricerca di altre soluzioni, una delle quali in realtà si troverebbe a meno di mezzo chilometro dalla sede della società dove c’è il valico di Salcano; il trasferimento dell’azienda in Slovenia comporterebbe una riduzione delle tasse fino a circa il 20%.

Cos’ha spinto l’imprenditore a restare in Italia?

“Non so nemmeno io cosa: forse gli ideali che stanno alla base di BioLab, e cioè il rispetto e la cura per la terra, per la salute. O forse il fatto che sono convinto che lavorare nel proprio Paese è l’unico modo per far cambiare davvero le cose”

Ma fino a quando gli ideali possono vincere sul dio denaro?

Destino diverso ha avuto infatti la Firem, azienda di Modena produttrice di resistenze elettriche salita alla ribalta della cronaca per aver trasferito la fabbrica -letteralmente, macchinari e tutto- in Polonia durante la pausa estiva, avvisando i 42 dipendenti in ferie soltanto tramite lettera. Ovviamente le proteste e gli interventi non sono tardati ad arrivare e il pericolo del trasferimento è stato scongiurato non senza un cospicuo sacrificio per le casse dello Stato che ha comunque attivato ammortizzatori sociali per i dipendenti.

Ma di casi simili ce ne sono parecchi e il fenomeno della delocalizzazione in Italia è assai diffuso: sono 27mila le imprese che dal 2000 hanno deciso di trasferire all’estero l’attività produttiva (dati della Cgia di Mestre).

Fiat, Dainese, Geox, Bialetti, Omsa, Rossignol, Ducati Energia, Benetton, Calzedonia, Stefanel, Telecom Italia, Wind e Sky Italia sono alcune tra le aziende più note che hanno deciso di trasferire completamente o in parte la loro produzione  e i loro uffici.

Gli imprenditori italiani dal canto loro puntano il dito su tre fattori: burocrazia, fisco e costo del lavoro. Tutti i torti effettivamente non li hanno. Infatti secondo uno studio di Confindustria-Deloitte l’onere fiscale (comprendente oltre alle imposte sul reddito anche imposte locali sugli affari, imposte sugli immobili, imposte di solidarietà e simili) in Italia è del 58% del reddito imponibile, nettamente superiore rispetto a Germania (43%), Regno Unito (40%) e Spagna (29%). In Europa solo in Francia il carico è maggiore (60%).

Grazie alla nostra burocrazia asfissiante, che complica la vita alle aziende con tempi biblici e mille cavilli che rallentano la produzione, al costo del lavoro (di cui il salario è bene precisare rappresenta solo un terzo), all’inefficienza della pubblica amministrazione e alla tassazione sopracitata, l’Italia ha perso 1600000 posti di lavoro e speso circa 15miliardi solo per ammortizzatori sociali.

Senza contare che gli investitori stranieri non sono di certo invogliati a fare impresa nel Belpaese. Lo stesso Raffaele Fabozzi, noto avvocato e consulente legale per aziende private, in diverse occasioni, ha rivelato di essersi trovato in imbarazzo dovendo spiegare ad aziende straniere la situazione giuridica e burocratica italiana.

Fa male pensare a quante occasioni abbia potuto perdere l’Italia, un Paese succube dello Stato che non disdegna di stringere il collare ad un cane che molto presto si stancherà di essere maltrattato e potrebbe rivoltarsi contro. Attenzione, perché il cane morde.