Fabrizio Barca ha raccontato sul suo blog il percorso che lo ha condotto a farsi un'idea su cosa votare al referendum costituzionale per la riforma Boschi-Renzi. È un percorso razionale, che stima 5 indicatori per le due soluzioni possibili, vittoria del SÌ contro vittoria del NO. Nel giudizio di Barca la conta di vantaggi e svantaggi dell'una e dell'altra eventualità porterebbero a un sostanziale pareggio. Da qui la scelta di annullare la scheda, cioè di non schierarsi "da una parte". E la speranza di cogliere l'occasione per fare un'ulteriore riflessione sul day after. Come si ritroverà il paese con il NO e cosa bisognerà fare? Oppure, allo stesso modo, cosa accadrà con il SÌ e cosa servirà per dargli seguito?

Da questo racconto colgo un primo elemento: Barca sta sollevando il problema dell'attuazione. Non solo in termini di contromisure agli aspetti meno felici dell'una e dell'altra versione della costituzione, ma in senso del tutto generale, anche per gli aspetti buoni che sono rimasti lettera morta. Una costituzione, qualunque essa sia, non si attua da sola: una volta sul palcoscenico, la buona o la cattiva performance degli interpreti vale almeno quanto la buona scrittura del testo. E poi c'è anche l'aspettativa della platea, con la disponibilità ad accogliere l'innovazione artistica o a tollerare soltanto le sicurezze della tradizione.

Da qui la prima domanda. Attuare la costituzione (un impegno che va messo in cantiere sin d'ora) richiederà un processo di cambiamento, comunque vada il referendum. Perché se è vero che una costituzione nuova deteremina un cambiamento che passa proprio dalla sua inevitabile attuazione, buona o cattiva che sia, questo cambiamento va governato per bene. Ed è altrettanto vero che la costituzione del 1948, così come è stata finora attuata, è insoddisfacente per la stragrande maggioranza degli osservatori (inclusi moltissimi padri costituenti, già dai primi anni della repubblica). Cioè servirebbe un processo di cambiamento anche per attuare meglio quella che abbiamo già. Dunque la domanda è: se la spinta ad attuare la nuova costituzione è connaturata nella vittoria del Sì, dove trovare l'energia per dare spinta a una nuova e diversa attuazione della costituzione nel caso del NO? Temo che nel day after il SÌ ci darebbe un elefante in piedi mentre il NO ce lo consegnerebbe seduto, con uno sguardo distratto, che ci dice "dotto', alla Deàmicis avimm semp fatt accussì!".

La prima domanda ne fa nascere una seconda, questa volta di metodo. La riforma di una costituzione è un tentativo di avviare un processo di cambiamento. Barca usa 5 indicatori per valutarne l'effettivo potenziale rispetto allo stato delle cose. Egli non include tra gli indicatori da stimare il "potenziale di cambiamento", quello che in fisica chiameremmo energia potenziale, dell'uno e dell'altro esito possibile. Eppure dice di considerare necessario un cambiamento anche in caso di vittoria del NO. Secondo me, per esempio, a parità di vantaggi e svantaggi delle due costituzioni, il SÌ darebbe il beneficio di uno shock (il defibrillatore caricato dalla vittoria di un cambiamento, qualunque giudizio se ne abbia). Un beneficio che non vedo nel caso di vittoria del NO. Ovviamente questa è solo un'opinione, per questo mi chiedo se non sia opportuno arricchire il metodo con un indicatore che stimi se il giorno dopo, nell'uno e nell'altro scenario, l'elefante sarà in piedi o seduto?

Il secondo elemento che colgo dal racconto di Barca riguarda la messa a fuoco del problema. Vista la valutazione sulle due versioni di costituzione il problema, secondo lui, non è se votare SÌ o NO ma cosa farà il paese in caso di vittoria del SÌ e cosa nel caso contrario. Due situazioni che egli considera parimenti ricche di problemi. Da qui lo stato emotivo del paese, l'elefante, e il giudizio della ragione, il cavaliere. Se ho colto il tema che Barca voleva portare nel dibattito (lui solo tra mille fuochi di fila che sparano bordate su rischi di derive golpiste, tintinnio di sciabole e altre favole) debbo pensare che la sua scelta su come voterà dia un contributo irrisorio al dibattito.

Da qui la terza domanda. La metafora dell'elefante e del cavaliere può essere più o meno efficace ma non toglie sostanza al ragionamento, poiché al di là dei gusti è ben costruita. E spiegarla fa emergere il senso delle cose. Ma la dichiarazione sulla sua intenzione di voto toglie tanto, troppo. Perché ruba tutte le attenzioni. Non crede di aver sbagliato? È vero, la posizione neutra è l'annullamento della scheda, non la riservatezza sul voto. Ma vedo che tutti gli chiedono di ripensarci, di votare NO altrimenti rischia di diventare anemico, mentre in pochissimi si preoccupano di capire meglio e di farsi spiegare il problema.