in foto: Salernitana–Nocerina, la farsa

[quote|left]|Il calcio italiano è diventato tutto quel che di negativo ha prodotto la società postmoderna in Italia [/quote]Che cosa è diventato il calcio italiano? Oltre ad essere uno sport e una forma divertente di intrattenimento per il pubblico, il calcio già da anni si è trasformato in molte altre cose: in un business irrazionale che non ha come scopo la produzione di ricchezza ma lo spreco di risorse; in un’attività sportiva nella  quale conta di più la capacità di influenzare arbitri e opinione pubblica, piuttosto che la qualità atletica; in uno spettacolo televisivo che non diffonde l’abitudine all’attività fisica, come dovrebbe, ma il tifo più becero; in un produttore di cattivi esempi per i giovani italiani che sognano di ottenere, attraverso il calcio, successo, denaro facile e fanciulle disponibili. Si è trasformato in tutto quel che di negativo ha generato la società post moderna nel nostro paese; il calcio non è più uno sport sano.

Dico questo con rammarico e malinconia. E voglio fare anche il rompiscatole paternalista, perciò ripenso a quando ero ragazzino e si giocava su campi di calcio improvvisati (sagrati delle chiese, piazzette di paese, strade periferiche, terreni non ancora riempiti da palazzi e supermercati), usando come pali della porta due mattoni e come immaginarie linee del campo gli alberi, il bordo del marciapiede, il fosso… Nessuno veniva a giocare con tenute calcistiche. Le partite, anche le più organizzate, erano disputate da ragazzotti vestiti con abiti atletici di fortuna: un paio di calzoni corti, scarpe rovinate, una t-shirt di qualsiasi colore. I più fortunati sfoggiavano una maglia di qualche squadra, avuta come regalo in occasione della cresima. Si giocava, ci si divertiva e si imparavano tante cose: a tenere la lingua a freno, se non si voleva rimediare un cazzotto; a dosare le energie, se si voleva tener dietro a quel diavolo di attaccante avversario; a rispettare ogni decisione presa sul campo; a cavarsela da soli, senza la protezione sindacale di genitori e parenti.

Oggi nulla è rimasto di quell’epoca eroica. Tutto è organizzato e divorato da società sportive disumane che prima ancora di insegnare il divertimento onesto impartiscono ai giovani lezioni di competitività, dosi massicce di agonismo, espliciti riferimenti alla “cattiveria in campo”. E tutti, genitori compresi, sarebbero disposti ad uccidere pur di vedere la propria squadra o il proprio ragazzo trionfare in un miserrimo campionato di terza categoria.

Un'altra immagine della farsain foto: Un'altra immagine della farsa

Il calcio (ma la stessa cosa potrei dire di altri sport) è messo sotto scacco fin dalle prime esperienze giovanili da esigenze che nulla hanno a che vedere con la pratica sportiva, con il piacere della sfida, con il fair play nei confronti dell’avversario. Genitori assatanati, società sportive incapaci di educare, pubblici ignoranti, già nelle categorie giovanili impediscono di raggiungere l’obiettivo dichiarato da tutti questi attori: avviare i giovani allo sport, insegnare loro la lealtà, il sacrificio, la fatica.  Nelle serie più elevate, poi, domina l’interesse economico, che si aggiunge a questo plafond di disvalori e di distorsioni. Ci stupiamo allora di quel che accade in serie A, in B o in Lega Pro? È evidente che con generazioni di atleti, allenatori, dirigenti sportivi disposti a cedere ai ricatti delle famiglie, delle esigenze di mercato, del pubblico, si finisce per diventare ostaggi dei fanatici ultras della curva.

[quote|left]|Il calcio è diventato il surrogato dell’odio contro il nemico[/quote]Quel che è accaduto domenica  in Lega Pro (si veda qui la cronaca dei fatti) è solo un esempio ulteriore di quanto ho detto. Una squadra e un’intera società sportiva (la Nocerina, in questo caso) incapaci di reagire e di opporsi, con la schiena eretta, alle minacce dei fondamentalisti della tifoseria dimostrano che il calcio, almeno in Italia, non esiste più. Esiste un’altra cosa, una cosa da aggiungere all’elenco che ho stilato all’inizio: il calcio italiano è ormai diventato il surrogato dell’odio nei confronti del nemico. Dobbiamo prendere coscienza  del fatto che in Italia una parte della società (purtroppo molto numerosa) dà senso alla propria esistenza sfogando rabbia e frustrazioni contro chiunque venga percepito come nemico. Le ideologie del Novecento hanno cessato da decenni di convogliare questa rabbia verso impossibili o pericolose rivoluzioni, strade senza ritorno verso la dittatura; le istituzioni scolastiche hanno abdicato al ruolo di conservazione e di divulgazione della cultura,  compito che da sé genera rispetto e decoro, e si sono trasformate in centri sociali di accoglienza e tutela di plebi ignoranti; le famiglie hanno ceduto le armi di fronte alle richieste sempre più consumistiche che provengono dalla società e sono diventate agenzie dispensatrici di servizi. Chi si occupa, allora, dell’educazione di quella parte della società italiana di cui prima dicevo? Chi fornisce ai suoi componenti ideali e valori positivi in cui riconoscersi? Due sole organizzazioni: il mercato delle mode e quello dello sport. E in quest’ultimo domina il calcio.

Lo striscione degli ultras della Nocerinain foto: Lo striscione degli ultras della Nocerina

Così, la partita di calcio per molti nostri connazionali è “il momento dell’odio”: si odiano il giocatore e il tifoso avversari, ma anche i propri atleti, se questo serve a difendere la propria identità. Domenica a Salerno i tifosi ultras della Nocerina hanno pagato un aereo perché sorvolasse lo stadio, al termine della farsa andata in scena, con uno striscione su cui era scritto: “Rispetto per Nocera e per i suoi tifosi”. Ricordiamo che all’origine di questo caso vi era il divieto per i tifosi della Nocerina di entrare allo stadio, divieto disposto dal Prefetto e dalla Questura di Salerno per motivi di ordine pubblico. Quindi i tifosi della Nocerina si sono sentiti offesi perché un’autorità pubblica ha imposto loro un altolà, dati i precedenti tra le due tifoserie, per evitare di trasformare la città in un campo di battaglia. Così hanno intimato ai giocatori della propria squadra, con tanto di minaccia di morte, di non scendere in campo. Tifosi che, evidentemente, non si sentono italiani, non si sentono obbligati a rispettare le leggi della propria nazione e ritengono che il calcio debba godere del diritto dell’extraterritorialità: come se su tutto ciò che lo riguarda non ricada sotto la giurisdizione delle leggi dello Stato italiano. Che qualche centinaio di ultras la pensi così non mi stupisce: da quanto tempo le maggiori società calcistiche italiane godono di privilegi normativi e fiscali, che non sono di certo  riconosciuti a imprese e cittadini comuni?

[quote|left]|Le società sportive hanno pensato per troppo tempo che i calciatori fossero semidivinità[/quote]Così siamo arrivati al punto. Il calcio italiano è morto perché le società sportive, con la complicità della politica e dei tifosi, per troppo tempo hanno pensato che i calciatori fossero semidivinità, che i presidenti delle società fossero principi capricciosi legittimati a dilapidare patrimoni pur di farsi osannare da folle di inebetiti fedeli. Il calcio, insomma, ha creduto per troppo tempo di essere al di sopra della legge, della morale, degli obblighi. È ora di finirla; e la soluzione c’è: disputare un campionato (in parte o per intero) a porte chiuse. Il passo successivo potrebbe essere vietare la vendita dei diritti televisivi, ma capisco che questo sarebbe troppo. Chiudiamo gli stadi, allora, e obblighiamo il pubblico degli ultras a darsi una calmata una volta per tutte.

Ovviamente per realizzare un’operazione del genere servirebbero la solidarietà del mondo della politica, la collaborazione di tutte le istituzioni, anche di quelle locali, la comprensione dei mass media e, soprattutto, il sostegno delle società calcistiche, da quelle iscritte ai campionati giovanili a quelle delle serie maggiori. So bene che queste non accetteranno mai una simile soluzione; so bene che nessun ministro riuscirebbe ad imporla; so bene, infine, che nessun tifoso acconsentirebbe senza prima aver brandito spranga e coltello ed essersi recato a sbraitare sotto le finestre della Prefettura. Ma se le cose stanno così non facciamo gli ipocriti, per favore: quel che è accaduto ieri a Salerno accadrà ancora e nessuno potrà farci nulla. Se le cose stanno così, il calcio semplice, metafora della vita, fonte e palestra di valori, il calcio in cui ho creduto quando era giovane, è morto e sepolto. Nessuno, purtroppo, potrà resuscitarlo.