Un vuoto nel petto, un pianto di bambino e una valigia rossa. Questo è tutto quello che possedeva Pietro all’età di quattro anni quando è stato spedito nel brefotrofio di Bergamo, luogo imponente e austero dove trovavano un tetto tutti i bambini senza famiglia. Il libro comincia con un breve lampo nel presente per poi immergersi in un flashback quasi fino alla fine del libro. Si tratta di storie di trovatelli, di bimbi messi al mondo e abbandonati al loro destino. Pietro è uno di loro, ma rappresenta tutti quei bambini di quel tempo che non avevano una famiglia e che venivano assegnati nomi e cognomi senza batter ciglio, per comodità dando stessa iniziale, o la stessa lettera dell’alfabeto per i nati nello stesso anno. Siamo in una Bergamo del dopoguerra desolata, senza macchine, senza tram, con le sirene in continua scansione, tapparelle bucate, portoni consumati, marciapiedi divelti. Con gli occhi attenti di un bambino l’autrice descrive e affronta tematiche importanti come l’abbandono, la guerra, il fascismo, l’arrivo degli Alleati e la rinascita. Descrive in modo molto secco e pungente dove Pietro ha passato la sua infanzia, il brefotrofio, dove ogni giorno echeggiavano urla, lamenti e pianti di bambini disperati. Fa vivere al lettore l’atmosfera che si respirava al brefotrofio, chi c’era, come passavano le giornate. Dai neonati alle balìe, dai bimbi alle suore, dalle ragazzine alle lavandaie quello era un posto di tristezza e solitudine. Ogni trovatello portava con sé il fardello di vita con tranquilla rassegnazione. Sara Stefanini