Dallo smartphone esce fuori una voce tranquilla, rilassata e gentile. Lui, appena 25enne, come tanti altri suoi coetanei, si affaccia a un mondo strano, veloce, rapido, frenetico, interconnesso e dalle poche certezze. Temi proposti nel suo ultimo impegno sul grande schermo (nel quale già vanta già un percorso cinematografico di tutto rispetto: basti pensare a Viva l'Italia, Smetto quando voglio, L'estate addosso). Dal 23 febbraio, infatti, Guglielmo Poggi è al cinema con Beata Ignoranza, pellicola di Massimiliano Bruno, in cui interpreta Binetti, personaggio chiave della storia. Insieme a Alessandro Gassman e Marco Giallini, Poggi consegna una commedia dallo spaccato dolce-amaro, dove i social network diventano padroni delle nostre vite – spesso, a nostra insaputa – e noi, spettatori di questo fenomeno, siamo costretti a cavalcare le onde delle conseguenze. E con il giovane artista parlo proprio di questo.

Iniziamo però partendo dal tuo personaggio, Binetti.

«Come dico sempre, è un personaggio dalle dubbie abitudini igieniche, e anche dal dubbio gusto estetico [ride]. È un ripetente di tre anni che passa la giornata, finita la scuola, appiccicato a uno schermo, che sia di un computer che sia della Playstation. È uno di quei personaggi che rientra nella categoria dei fan della tecnologia, come poi Filippo – Alessandro Gassman.  E porterà il buon Ernesto – Marco Giallini – verso la sua sponda, diciamo. E quindi ha un ruolo di iniziatore nella vicenda, perché mette il video del litigio tra i due insegnanti su Youtube che diventa virale. Da lì, avrà un rapporto personale con entrambi gli insegnanti che porterà fino alla fine del film».

La pellicola c'entra la storia sul ruolo attuale dei social network, appunto. Tu, personalmente, come vivi il rapporto con i social e com'è stato interpretare il ruolo di un ragazzo in cui si parla proprio di questa tematica?

«A me piacciono, nel senso che li uso molto per ciò che riguarda il lavoro, perché ho dei miei progetti che posso portare avanti solo utilizzando i social network, ho la possibilità di rimanere in contatto con persone a me molto care che vivono all'estero e sapere anche cosa pensano del mondo, le notizie che postano. Mi sono fatto un'informazione completa vedendo sia i telegiornali, leggendo i giornali e ciò che postano i miei amici. Premesso questo, che è il lato positivo, i social network li ritengo la prima causa dell'inaridirsi dei rapporti personali e sociali, sia per ciò che riguarda i 6 mila stimoli che provengono da persone che vedi la vita che loro ti vogliono far vedere che vivono, sia per ciò che riguarda spesso la tua: per esempio, parlo del mio contesto attoriale, rimanere sempre aggiornato su quello che fai, mettere sempre una foto che possa ricorda al mondo che esisti. Questo, purtroppo, ti viene anche chiesto di farlo e non ce ne dovrebbe essere bisogno in un mondo diverso. E funziona in maniera trascendentale, sia in Italia sia a Hollywood, ovunque, diventa sempre più importante l'impatto che ha un artista sui social, quindi bisogna prepararsi perché questo è il futuro».

Torniamo al film: quali sono state le prime reazioni del pubblico?

«Per quello che so, ha avuto un buon successo e credo anche meritato, ma non perché ci siamo dentro noi, ma perché è un film necessario. Quello che ho potuto sapere da amici, da persone che continuano ad andare, è che si ridi e che comunque se ne continua a parlare fuori, e per il regista e per gli attori è la cosa più importante. Poi sai, se il film finisce lì è stata una bella esperienza di due ore, invece secondo me i film dovrebbero durare due ore più i giorni a seguire, rimanerti nel Dna come è successo con tanti grandi film. Io credo che Massimiliano faccia dei grandi film, e quindi spero che questo avvenga, come mi è stato detto qua e là che avveniva».

 Non è la prima volta che lavori con Massimiliano Bruno.

«No, è la seconda. Con Max ho lavorato un'altra volta a Viva L'Italia, che è stato poi effettivamente il mio primo film – tra l'altro lavoravo sempre con Gassman. In questi giorni stiamo sulla rassegna di ShortLab, che è un bellissimo concorso che Max ha organizzato. Anche se più di un concorso, si tratta di una famiglia di artisti, attori, scrittori che si mettono a presentare dei corti teatrali. E Massimiliano è esattamente questo, uno a cui esce un film ma che si occupa anche di nuova drammaturgia, e manda avanti giovani talenti. È molto probabilmente uno degli artisti più illuminati che abbiamo da questo punto di vista, perché a fronte della non appariscenza di regie iperestetiche o autoriali o che vogliano strizzare l'occhio all'intelligentia, è uno che continua a proporre nuovi attori di talento. E non parlo di me, ma di miei compagni come Emanuela Fanelli, Malvina Ruggiano, Giuseppe Aragone, Teresa Romagnoli. Ha un occhio particolare per i giovani, per le realtà giovani, e credo che sia uno che si ricorda esattamente di cos'era il gruppo, perché quando lui è nato, insieme a Paola Cortellesi e tanti altri, quello che faceva era esattamente questo. E lo dimostra nei suoi film, sono sempre film corali con grandissimi artisti, e che infatti, non a caso, hanno anche il successo che si meritano, perché poi una persona che fa una cosa di questo genere, in un panorama desolante come quello italiano, secondo me è un artista illuminato».

Immagino che per te, come giovane attore, lavorare con questi pezzi grossi sia un motivo di crescita esponenziale.

«Assolutamente, perché si impara tantissimo. Oltre ad imparare, però, c'è un altro discorso che non è secondario: con quelli bravi, si recita meglio. Questo culto di oggi che bisogna scavalcare il prossimo, questa competizione così scoordinata ed esagerata, che viene da un culto americanoide della recitazione, che tra l'altro non ci appartiene, è esattamente il contrario di quello che serve. Non a caso i grandi del passato, vedi il padre di Alessandro, Vittorio Gassman, si vedevano con Maccari, Age e Scarpelli e passavano serate a bere e creare. Perché in quel modo tu fai le cose migliori. E questo arriva tutto. In Alessandro non so se arriva dal Dna o se per sua passione, ma si sente tutto. Perché comunque con quelli bravi si recita bene. L'unica cosa che devi fare è guardarli, stare in connessione con quello che fanno loro e inevitabilmente sei portato da una bravura e un'esperienza e un talento verso una performance che è la migliore che puoi fare. Per questo bisogna sperare di essere in tanti bravi, non voler superare i colleghi, perché non può funzionare: siamo destinati ad essere una categoria che in Italia non funziona».

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in foto: Guglielmo Poggi

Anche un po' bisfrattata.

«Eh, ma è giusto. Se è quello che ho visto in alcuni colleghi – non in tutti, anzi ci sono un sacco di persone perbene che si impegnano tanto e sono generose e ti vengono a vedere sempre -, ci sono quelli che non vedono l'ora che tu cada. Io avevo questa tentazione anni fa, perché poi nelle scuole di recitazione inevitabilmente, essendo tantissimi, ti portano un po' ad avere questa sensazione di "Oddio siamo troppi, come farò? Non vedo l'ora che gli altri cadano". Poi quando ti rendi conto di che stupidaggine è, allora fai un passo indietro su tutto e dici "Questa è grandissima presunzione". Invece bisognerebbe lottare tutti insieme per un obiettivo comune, quello di diventare più bravi degli altri. Perché siamo meno bravi degli americani, dei francesi, degli inglesi, e non perché non ci siano le persone e i registi, ma perché non collaboriamo, siamo tutti separati, tutti iperindividualisti e poi i risultati si vedono perché a fare i ruoli importanti ci sono sempre quei quattro/cinque, che evidentemente tra di loro si sono aiutati».

A tuo avviso, la soluzione starebbe nella collettivizzazione dei vari artisti?

«Si, partendo da una cosa molto semplice, dal fatto che le idee se condivise, e non rubate – se ci fosse un diritto d'autore etico -, costruirebbe un ambiente molto più creativo, ricco e divertente. Quando vai a fare una rassegna, quando vai a fare uno spettacolo, vai dove ci sono teatranti o attori di cinema, o feste, posti di questo genere, tu entri  in una roba di cupezza – ora so che mi sto giocando la carriera e le amicizie [ride] -, in un'atmosfera cura di sguardi, di sorrisi finti, come se fossimo già adulti e affamati di "Come farò a sopravvivere?". Non può essere così, il nostro è un mondo divertente, dove si dovrebbero guardare gli altri e dire "Ammazza, quanto è bravo questo, come avrei voglia di lavorarci, come avrei voglia di rubargli questa cosa", e andarglielo a dire, "Te la voglio rubare", e lui ti dice "No, falla a modo tuo" e tu devi trovare il modo tuo per farla. Questo è essere creativi. Ti ripeto: il grande cinema italiano, quello vero, si è fatto così, con serate a base di alcool e anche di qualche donnina dove c'erano tutti i grandi, sceneggiatori e registi che si parlavano dei film. E non è che si rubavano le idee, si davano le idee. Erano contenti. Secondo me, nella mia testa, Scola non avrebbe mai potuto essere Scola se non avesse incontrato Monicelli e i grandi registi del suo tempo, perché è così che si innesta poi il pensiero creativo: ascoltando e guardando gli altri. E noi, te lo posso giurare, gli altri non li guardiamo mai. Guardiamo gli americani, le grandi serie tv che vengono da fuori, e pensiamo che quella sia la nostra lingua, il nostro sistema e il nostro modo di recitare. Non è così, è una fregnaccia. Noi siamo un'altra roba, dobbiamo essere trattati come altra roba e dobbiamo essere più bravi di loro nel nostro modo di essere. Questo è, secondo me, il grande obiettivo che dovrebbe avere la generazione di attori miei coetanei che si affaccia al mondo. Credo che non sarà possibile ma, per quello che posso fare io, continuerà quello che posso fare in questa direzione».

Una direzione che ti ha portato anche a essere il protagonista maschile nel videoclip Straniero, brano dei Liftiba. È la prima volta che ti trovi in questa realtà?

«Si, e mi è piaciuto tantissimo. I videoclip non li conoscevo, è un recitare molto estremo sia perché giri a più fotogrammi al secondo, rallenti tutto, e quindi le tue espressioni non possono essere troppo interiori ma sono più esteriorizzate. In generale, ti si richiedono proprio azioni al massimo della loro potenza, quindi per me è stata una bellissima esperienza, tra l'altro educativa, perché ero parecchio fuori luogo quando ho iniziato a fare le riprese, perché io non sono abituato, mentre sono abituato a parlare e a fare le azioni più piccole possibili. Anche nella più estrema, devi essere molto cadenzato. E invece nel videoclip puoi andarci più duro, ed è stata una grande esperienza per me».

Cambiamo argomento: cosa pensi delle web series? Hai mai pensato di prendere parte a questo fenomeno?

«Da non esterofilo, come avrai capito, io ho una battaglia aperta con le web series italiane perché ho visto quelle straniere. Tranne per i fenomeni come i The Jackal, i The Pills, gli Actual – che in questo momento sto frequentando in maniera esterna per via di Ludovico di Martino, il loro regista, che è stato anche il mio regista per tanto tempo -, credo che le web series siano diventate dei tentativi di fare una cosa a metà tra il cortometraggio, una serie televisiva vera, eccetera, perché con pochi soldi, mettendosi effettivamente su un computer, alla fine te la cavi. Però non è questo una web series. E poi, secondo me, la grande novità introdotta dalle web series è la multimedialità, il fatto che tu sei su internet, e che quindi quella roba lì dovrebbe aprire una serie di file e una serie di mondi che non puoi fare con la televisione. La cosa bella di stare davanti ad un computer e di stare connesso dovrebbe essere l'interattività, che in Italia non c'è. Tranne qualche tentativo, non c'è: tu vedi delle serie web ben realizzate e molto divertenti, però che in fondo non è che hanno un proseguo, se ci pensi. Sono quel fenomeno lì che chi l'ha visto l'ha visto, se gli è piaciuto gli è piaciuto, gli è costato poco, lo possono aver fatto, fine. E invece, secondo me, no. Dovrebbe essere un bel fenomeno che apre la possibilità a giovani attori e giovani registi di fare una roba che però diventa veramente virale, perché si attivano una grande quantità di link che ti portano dappertutto, e allora veramente hai fatto una web series. Se no, hai fatto dei corti che costavano poco, dove non hai avuto bisogno di fare tanto cinema, e l'hai messi online».

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in foto: Gassman e Giallini

Ultima domanda, tornando al film: quant'è importante questa beata ignoranza?

«Di recente ho scritto una cosa che reciterò con mia mamma nella rassegna di ShortLab, dove facciamo madre e figlio e, ad un certo punto, in una tirata dico "Se sei ignaro, sei felice". Concetto che, tra l'altro, non l'ho tirato fuori io, c'è dai tempi prima della preistoria. Essendo così vasta l'informazione – che poi è il motivo per il quale nel film Giallini sbatte la cartella e dice "Beata ignoranza, è bene non sapere che cos'è ‘sta roba, ‘sti telefoni, ‘sto schifo"-, farsi una propria visione etica, una propria visione del mondo è molto complicato. In un certo senso, io le invidio le persone che non si interrogano, non empatizzano, non si informano su certe cose. Le invidio perché vedo che per loro c'è una sottospecie di sfogo generale sulle cose, e non pensano che la realtà sia complessa, pensano che sia semplice e che invece ci sia qualcuno che la sta rendendo complessa. Per me, è esattamente il contrario. La realtà è molto complessa e le risposte sono molto semplici: non è un'epoca facile, per niente. I primi ad accorgersene siamo noi, ma penso anche la tua categoria, che lavoriamo sulla cultura generale. Non sai che risposte dare, non sai a volte come prenderle certe cose. Io ho appena fatto un cortometraggio che ho inviato a Cannes – vedremo come andrà – sui due ragazzini che si erano ammazzati live su Periscope in Russia, ed ero convinto di aver trovato una notizia sconvolgente. Ieri [3 marzo 2017, nda] apro Facebook e leggo di questo fenomeno della Balena Blu, che sono questo 130 adolescenti finora che si sono suicidati passando 50 giorni in condizioni naturali estreme, e l'ultimo giorno buttandosi dal palazzo più alto della città per dare un segnale al mondo sulla generazione morta. La quantità d'informazione che ti arriva ti fa pensare che la cosa che hai vissuto prima, per quanto sconvolgente sia, non lo sia abbastanza. E quindi, in un certo senso, la beata ignoranza purtroppo diventa una risposta anche al disagio empatico che provi, perché ad un certo punto non ce la fai più a tenere tutti i pezzi e a dire "Allora che cos'è che mi fa veramente male, solo quello che mi riguarda o solo la notizia che mi fa peggio?". Tutte le persone che vivono nella loro beata ignoranza un po' le invidio e un po' penso anche che un giorno si sveglieranno e sarà più facile per tutti uscirne».