Dopo la recente trasmissione sugli schermi della Rai dell’ottimo documentario “Robinù”, imperniato sulle cruente e maledette storie dei boss ragazzini napoletani, il dibattito mai sopito sull’intima essenza del capoluogo partenopeo è destinato inevitabilmente a riaccendersi: è giusto raccontare a più riprese la Napoli criminale e violenta, come fanno Roberto Saviano e (da ultimo) Michele Santoro, o è più corretto affermare che Napoli non è riducibile a quello ma è tanto altro di più e di bello, come dice il Sindaco Luigi De Magistris?

La domanda, apparentemente semplice e su cui in molti credono che occorrerebbe schierarsi, è, a mio parere, mal posta per un motivo fondamentale, anch’esso molto semplice: entrambe le posizioni sono giuste e oggettivamente vere.

Napoli è la città violenta dominata nei suoi interessi da una camorra spietata e paurosa ma è anche, allo stesso tempo, un vero gioiello, in termini di storia, cultura, arte e pensiero.

Opere come Robinù o Gomorra, sia nella sua versione letteraria che cinematografica (unico appunto: la serie TV potrebbe forse fermarsi qui avendo esaurito le principali argomentazioni) sono utili a comprendere meglio realtà che anche gli stessi napoletani, spesso, ignorano o conoscono limitatamente. Il loro approfondimento aiuta a comprendere la dimensione del fenomeno criminale, la sua radicalità, la sua forte capacità di generare ricchezza materiale in grado di arricchire incredibilmente i suoi personaggi, tuttavia destinati a morte sicura o ad anni di carcere.

Servono infine, tra le altre, a dare un volto ai protagonisti delle tante storie che leggiamo sui giornali o che, purtroppo, si è costretti a vivere in prima persona in qualità di vittime inermi. Attraverso quel volto e quelle parole è capire dunque l’origine pseudo-culturale o talvolta tribale che anima le mosse di persone pronte a trasformarsi in tremendi mostri senza scrupoli, pur in tenera età.

D’altro canto, pensare di ridurre plasticamente a racconto di scontri tra bande un’antica città di tale calibro, protagonista nel mondo in importanti filoni di filosofia, scienza, pittura, musica e tanto altro è scorretto e insensato. Università grandi e prestigiose, musei di livello mondiale, chiese e palazzi antichi, nonché centinaia di migliaia di onesti cittadini, che studiano o lavorano con profitto non sono certo un dettaglio ma un sicuro pilastro della sua essenza.

Schierarsi dunque con Roberto Saviano e Michele Santoro o appoggiare culturalmente la posizione del Sindaco non solo è difficile ma forse anche troppo superficiale e, alla fine, sbagliato.

Napoli è entrambe le cose, inseparabili come due face della stessa medaglia.

A mio parere, invece, una domanda più interessante che tutti dovremmo porci è questa: perché gli intellettuali di Napoli amano raccontare più dei loro omologhi di altre città le vicissitudini della propria terra natale?

Perché, ad esempio, un regista, uno scrittore, un giornalista romano oppure milanese non parla con la stessa frequenza della malavita della sua città, che, autoctona o importata, pur esiste e fa affari, delinque e inquina pesantemente il tessuto sociale in cui si manifesta?

Rispondere non è semplice, anche qui, ma la domanda, stavolta, è ben posta e impone una riflessione a questo punto definitiva.

Il responso, probabilmente, sta nelle statistiche, che con i loro freddi dati non si lasciano turbare dalle passioni. A tal proposito ci viene in aiuto una ricerca condotta dall’Università Federico II, che ha l’anno scorso analizzato il periodo dal 2004 al 2013.

A Napoli il numero complessivo dei reati (rapportato alla popolazione) è sostanzialmente nella media nazionale; tuttavia, se si escludono quelli “meno gravi” (furti, borseggi, truffe, lesioni alle persone), in cui a volte la città sta anche meglio di altre insospettabili (Milano, ad esempio), ad essere molto sopra la media, purtroppo, sono invece i reati gravi: rapine, estorsioni, tentati omicidi ed omicidi intenzionali. Il peso della camorra si sente tutto!

In poche parole: mediamente si delinque come altrove ma, se si contano solo i reati più gravi, la situazione di pericolosità è senza paragoni.

La preoccupazione, in alcuni casi anticamera della paura, dei suoi cittadini per bene è quindi superiore alla norma e, probabilmente, la necessità interiore degli intellettuali napoletani di occuparsi di questa inquietudine di massa è anch’essa, per osmosi, superiore rispetto a quella di loro omologhi di altre città d'Italia.

Tutto qui. Punto.

Il discorso, tuttavia, non potrebbe concludersi senza un’ultima riflessione, che merita di essere citata per amore della verità: da diversi anni, sia che se ne condivida l’azione politica o che la si critichi fortemente, chi rappresenta Napoli sul piano istituzionale, cioè il Sindaco Luigi De Magistris e la sua Giunta comunale, è oggettivamente più limpido e immune dai vizi della brutta politica di chi guida altre metropoli nazionali.

Piaccia o no, infatti, nessuno scandalo e nessuna inchiesta ha coinvolto il Primo Cittadino, a differenza di quanto avvenuto a Roma, Milano o Venezia, dove inchieste, arresti, tangenti e ruberie varie hanno caratterizzato tristemente la cronaca quasi quotidiana.

Sia chi l’ha votato sia chi ha preferito altre proposte, poi sconfitte due volte nelle urne, può percepire a Palazzo San Giacomo, da sei anni a questa parte, un’aria sana, fatta di legalità praticata e non solo promessa, il che non è per nulla poco nel contesto descritto proprio da opere come Gomorra e Robinù, le cui gravi denunce la rendono per questo ancor più eccezionale e degno di nota.

Per dirla in modo ancora più franco: in una città dove il tessuto criminale è quello descritto, il Comune e il suo massimo rappresentante appaiono oggi un forte argine e non, fortunatamente, lo specchio rappresentativo.

Se si aggiunge poi che la lotta alla criminalità non la fa direttamente il Sindaco ma il Governo attraverso il Ministero dell’Interno e le sue dirette emanazioni in Questura e Prefettura, si può allora comprendere (senza tuttavia giustificare pienamente), sul piano personale più che politico ed istituzionale, la sostanziale buona fede delle critiche talvolta avanzate da De Magistris quando si parla con molta frequenza di queste tematiche, preferite al racconto dell’altra Napoli, quella bella ed imponente, che, senza trascurare la precedente, meriterebbe analoghi momenti di ribalta.