di Shorsh Surme

Sono passati due anni dall’omicidio di tre donne attiviste curde nel cuore di Parigi, un atto simile a quello recentemente accaduto alla redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, ed i loro assassini ancora non sono stati identificati.
Ogni volta che si tenta di trovare una soluzione pacifica alla questione curda in Turchia, puntualmente succede qualche cosa che ostacola la trattativa di pace.
Infatti l’esecuzione a sangue freddo di tre attiviste curde a Parigi in un edificio in Rue Lafayette è stato un colpo duro per le trattative di pace che allora erano appena cominciate tra il governo di Tayyip Erdogan e i parlamentari curdi da una parte e Abdullah Ocalan dall’altra. Il leader curdo era stato condannato alla pena capitale per impiccagione con l’accusa di “terrorismo”, sentenza confermata nel 1999 dalla Cassazione turca, poi commutata in carcere a vita su istanza dell’Unione Europea e di molte organizzazioni internazionali sui diritti umani. Ocalan attualmente sta scontando la sua pena nel carcere sull’isola di Imrali.
Negli ultimi trent’anni, sono cambiati più di una dozzina di governi e sono nati e morti una miriade di piccoli e grandi partiti nella realtà politica turca, ma uno dei problemi principali del paese è che la questione curda non è mai stata risolta. Il conflitto armato tra lo stato turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), cominciato nel 1984, fino ad ora ha provocato più di 40.000 morti ed ha costretto più di 6 milioni di curdi a lasciare i loro villaggi per paura della guerra, riversandosi nelle grandi metropoli turche come la città di Istanbul. La maggior parte di questi vivono nei sobborghi, facendo i lavori più umili per mantenere le loro famiglie.
Il destino del processo di pace, del movimento curdo e del partito islamico di Erdogan sembrano in questo momento molto intrecciati tra loro, anche se quest’ultimo non pare esserne sufficientemente consapevole e continua ad illudersi di poter normalizzare il conflitto con concessioni unilaterali dall’alto.
Si sperava che il martirio di queste tre donne al Centro d’informazione curda di Parigi potesse accelerare il negoziato, chiudendo la strada ai tanti che cercano di ostacolare il dialogo, sia in Turchia che nei paesi limitrofi, per arrivare finalmente ad una soluzione definitiva ad un problema che riguarda 18 milioni di curdi.