Obiettivamente, ieri è andata come doveva andare. È andat

a come tutti gli amanti del calcio, eccetto i giustificati napoletani e (forse) laziali, avrebbero sperato. La Roma che vince, nell'ultima di Totti. Però, poi, c’è Pietro Pellegri. Che è un classe 2001 e a sedici anni segna il suo primo gol in Serie A, firmando quindi un record personale. Ma a Pietro questo non basta. Non gli basta un gol storico, non gli basta esser stato più di una comparsa in un match così significativo. E allora nell'intervallo deve dire la sua. E la spara grossa. Premessa: nessuno si aspettava che il Genoa andasse all'Olimpico a regalare il secondo posto alla Roma. Tutti avremmo preferito vincere sul campo, come difatti è stato. Nella sofferenza, quella di sempre. Mentre a Genova mancava solo la musichetta dello show di Benny Hill, a Roma, giustamente, i grifoni facevano la loro partita. Ma Pietro Pellegri, 16 anni, ha la sfacciataggine di dire che il Genoa vuole vincere per impedire la festa alla Roma. "Perchè non è la festa del Genoa". E da queste poche parole si capisce che Pietro, della partita di ieri, non ha capito nulla. Avrebbe potuto dire qualsiasi cosa. Che voleva vincere perché nessuno vuole perdere. Che voleva vincere per chiudere in bellezza il campionato. Che voleva vincere perché tifa Lazio. O Napoli. E invece no. Lui non vuole che la Roma vinca perché non vuole che ottantamila e passa persone festeggino l’addio di Francesco Totti con una vittoria. Con il secondo posto. Pellegri, nato tre mesi prima dell’ultimo scudetto della Roma, vuole fare un dispetto alla Roma praticamente. A Pellegri, tre presenze ed un gol inutile ai fini del risultato in serie A, nato otto anni dopo l’esordio di Totti, piace così. Ripeto, non vuole vincere per la vittoria in sé, peraltro insignificante per il Genoa. Vuole vincere per impedire la festa alla Roma. Che poi, e qui si conferma che Pietro non ha proprio idea di ciò che rappresenti Totti, quella di ieri è stata tutt'altro che una festa. Sia per i romanisti, che per gli appassionati di calcio. Per nessuna di queste due categorie è stata una festa. Te lo assicuro, Pietro. Ieri è stato il dolore. Ieri sono state le lacrime. Ieri è stata la fine di un’era. La fine di una delle pagine più belle della storia del calcio. Ieri è stato un fenomeno sociale e antropologico, oltre che sportivo. E tu, Pietro, hai avuto l’onore di essere lì. L’onore di mettere il tuo nome sul tabellino dei marcatori di una partita storica, e nell'album dei record della Serie A. Ma hai peccato di tracotanza. Di iubris. Tu che non hai idea di cosa sia, per il calcio, Francesco Totti. E, insieme a lui, non saprai neanche chi sono Del Piero, Maldini, Zanetti e tutte le altre bandiere del nostro calcio. Non hai idea di chi sia Bergomi, che in diretta TV racconta come anche lui abbia giocato sei anni contro Totti. Per sottolineare quanto Totti sia una parte della vita di tutti. Tu, che avevi cinque anni nel 2006. Però, Pietro, io ti auguro una carriera come quella di Francesco. Ti auguro, a 40 anni passati, di chiudere la tua carriera calcistica, ricca di record, nello stadio della tua città, con la maglia della squadra che tifi, davanti ai tuoi tifosi. Lottando per l’ultimo obiettivo del tuo campionato. E all'intervallo arriverà il sedicenne di turno, che senza apparente motivo, dice di volerti rovinare la festa. Forse, quel giorno, capirai che dire semplicemente di non voler perdere sarebbe stato meglio. Capirai cosa significa Francesco Totti per il calcio.