Stanotte, ho fatto un sogno di cui sento la necessità di parlare.

Sognavo un mondo privo di parole superflue. Ridondanti. Frasi fatte, rifatte. Copiate e incollate sul display del nostro smartphone. Perché noi abbiamo uno smartphone. Sognavo un mondo senza gemiti. Lamenti sterili. Pressappochismo. Senza greggi di pecore che scorrazzino con i loro campanelli assordanti, confusi, asincroni.

Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla, bla, bla. E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore”. Jep Gambardella, quanta ragione in poche parole. Il nostro Oscar a La Grande Bellezza. Ma, tanto, le cose belle le fanno solo gli altri, vero? Dei centonovantasei Stati sovrani del mondo, noi siamo il centonovantaseiesimo, giusto? E che ci interessa se in Iraq hanno impiccato ai lampioni stradali quaranta civili perché sospettati traditori dell’Isis. Che interessa, a noi, se laggiù il cellulare non lo possono usare nemmeno per chiamare la propria famiglia, perché si viene considerati sospetti.

Ecco, se per una volta facessimo silenzio? Non chiedo di ringraziare, chiedo solo di rimuovere quel sedimento che si interpone tra la vita come realmente è, e la vita per come la vogliamo vedere. Quel rumore, quel bla,bla, bla. Quanti ne conto, mentre scrivo dal mio portatile, con due cellulari attivi, di paesi che stanno meglio di noi. Su centonovantasei, quanti ne conto? Ne conto pochi. Talmente pochi che, se mi chiedessero di rinascere in Italia, o in un altro paese a caso dei restanti centonovantacinque, direi Italia. Con tutti i problemi. Col nostro Governo, bello o brutto. Perché lo abbiamo, noi, un Governo. Con le nostre leggi, giuste o sbagliate. Perché le abbiamo, noi le leggi. Col nostro traffico per strada, perché tutti prendono la macchina, anche per un metro. Perché la abbiamo, noi, una macchina. Con quelle buche sulle strade. Perché le abbiamo, noi, le strade.

Ne conto venti, circa. E tra questi includo quello in cui la gente fa colazione al bar con le armi in tasca. Quello dove un pranzo al fast food costa venti euro. Quei tre paesi lassù, con i tassi di suicidio da paese del quarto mondo. Li metto tutti sopra di noi, per essere modesto. Guardiamo solo sopra, mai sotto. Abbiamo i nostri dizionari tascabili e li cambiamo ogni settimana, li vendono all’edicola sotto casa, in allegato a quel quotidiano di cui saltiamo le cronache estere per concentrarci solo sui panni sporchi, i nostri. Quelli che intanto sono firmati dai più noti stilisti, e i più noti stilisti sono italiani. Perché le cose belle le fanno sempre gli altri, no? E poi vediamo cosa ci propone il nostro opuscolo tascabile. Una settimana c’è scritto Renzie, quella dopo trentacinque euro al giorno agli immigrati, che chissà perché vengono da noi questi immigrati e non se ne vanno nel Sudan, nel Ciad, del Kenya, mete per le quali non dovrebbero nemmeno attraversare il mare. Poi Benigni va da Obama, poi i treni arrivano in ritardo (ah, perché, abbiamo pure i treni?). E così via. Dopo che abbiamo scoperto l’hot topic della settimana, prendiamo lo smartphone, perchè, lo ripeto, ne abbiamo almeno uno, e ci precipitamo sul mondo social per fare a gara a chi ha svolto meglio i compiti a casa, a chi ha imparato meglio la lezione settimanale. In uno struggente attimo di nostalgia scolastica. Perché tutti sapete cosa è una scuola, e l’avete anche odiata, magari.

Come fisiologico, arriverà il momento della giornata in cui avremo fame, e sappiamo che in qualunque esercizio gastronomico metteremo piede, nessuno ci propinerà pasta al ketchup, animali strani, pizza con l’ananas. Soprattutto, più di ciò che non avremo, è rilevante il fatto che avremo qualcosa. Noi, da mangiare.

Ed è una vita, così. Senza rendersi conto di avere un tenore di vita superiore a quello di altri centosettanta paesi. Quello che facciamo, in realtà, non è che la ricerca del pistacchio di Bronte tra i pistacchi del discount. Delle nocciole delle Langhe tra le nocciole dell'alimentari. Del sale rosa dell’Himalaya tra le banali confezioni di sale del supermercato sotto casa. Del tartufo d’Alba. Del lardo di Colonnata. Della mozzarella di bufala campana.

Noi siamo viziati. Piangiamo, solamente piangiamo, come i bambini. E il rumore del nostro pianto, e le nostre lacrime, si sedimentano. E la vita vera si nasconde sotto questo sedimento, finchè non siamo più in grado di vederla. Nascosta sotto il bla, bla, bla.

Sopra di esso, per la gioia del nostro gusto di lamentarci, vola un aereo. Lo riconoscerete sicuro, c’era una bella foto nel terzo numero di ottobre, nel nostro opuscolo tascabile.

È l’aereo che porta Benigni da Obama.