Tutta l’attenzione dei media italiani è concentrata sul difficile impasse per la formazione del nuovo governo, sulle sortite di Grillo e dei suoi adepti in parlamento, sul calvario del Pd, sulle grane giudiziarie di Berlusconi.

Intanto si è appena chiuso a Bruxelles un difficile Consiglio europeo, che, a dispetto dei toni della vigilia, non ha fatto registrare nessuna inversione di tendenza rispetto alla linea del rigore che ha sfiancato le economie nazionali e ridotto letteralmente sul lastrico alcuni Stati membri.

L’Italia è arrivata al vertice dei capi di Stato e di governo con un Presidente del Consiglio che non solo non è più nell’esercizio pieno delle sue funzioni, ma non rappresenta nemmeno l’orientamento prevalente dell’elettorato, che, come è noto, ha bocciato sonoramente le sue politiche di austerità ispirate dalla tecnocrazia europea.

Eppure Monti ha fatto la sua parte nel corso delle trattative, ottenendo uno strapuntino assolutamente insufficiente per far uscire il paese dalla crisi in cui è immerso.

Ha ottenuto che il paese possa ricominciare a spendere soldi pubblici per investimenti produttivi, purché il deficit strutturale di bilancio si mantenga al di sotto del  3% del Pil.

Ciò senza proporre una rinegoziazione dei vincoli che ci impongono misure draconiane per abbattere il nostro enorme debito pubblico nei prossimi venti anni.

Di fatto è andato a rappresentare una visione dei rapporti con l’Unione perfettamente in linea con i dettami dei trattati capestro che il nostro paese ha recentemente sottoscritto, a cominciare dal Trattato sulla Stabilità, meglio conosciuto come Fiscal compact.

Intanto entro il 15 aprile il parlamento dovrebbe approvare il cosiddetto Programma nazionale di Riforma, col quale dimostrare all’Europa che si stanno diligentemente facendo i compiti a casa. Dopo il varo di questo importante atto inizieranno i negoziati, con la Commissione e gli altri Stati membri, per stabilire le modalità di applicazione di norme più flessibili in tema di bilanci pubblici, quelle che Monti avrebbe “strappato” agli altri partner europei.

Bene. Quando arriveranno queste scadenze l’Italia avrà un governo? Ma soprattutto: avremo un governo che risponda alla domanda di cambiamento venuta prepotentemente dalle urne?

Non sono questioni di poco conto. Perché dal tipo di governo che si andrà a fare dipenderà anche il modo in cui dovremo stare in Europa nei prossimi anni, a capo chino o con la schiena dritta. Per fermarci allo “strapuntino” di Monti oppure per proporre, costruendo alleanze, una revisione profonda dei trattati.

Ecco perché un nuovo governo è necessario, ma non un governo qualsiasi.