in foto: Claudia Camurri – Svsport.it

Pff. Quante ne abbiamo sentite, quante volte abbiamo sopportato il peso della costante contestazione e quante volte abbiamo fatto finta di non sentire: insulti, provocazioni, bestemmie. Non nego che all'interno dell'AIA non ci siano problemi, lo so, lo riconosco ma non posso nemmeno affermare che nell'AIA non vi siano belle storie costruite sul sacrificio, sulla tenacia e sulla passione.

Ecco, parliamo ora di sacrificio, tenacia e passione grazie a quattro ragazze "arbitre". Nei giorni scorsi sembrava aver fatto capolino all'interno del dibattito politico la battaglia della presidentessa della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, circa le procedure per declinare al femminile le cariche di tutte le dipendenti di Montecitorio. Come sia andata a finire o a che punto stia non ci riguarda ma non tutti anzi, tutte, preferiscono il nome declinato al femminile. Già perché alcune tesserate alla Sezione AIA Genova vogliono farsi chiamare arbitri: «Ci fanno dei complimenti e ammettono che siamo brave. E' il destino di noi donne: dobbiamo sempre dimostrare più degli uomini». Vita da arbitre. «Ma chiamateci arbitri, al maschile». Le donne arbitro in Liguria sono dodici, a Genova otto. Come Claudia Camurri, Giosy Castangia, Giulia De Stefano e Giulia Mina, che in una soleggiata mattinata di allenamento a Villa Gentile si sono raccontate al Secolo XIX.

La fisioterapista.

Claudia Camurri, 28 anni: «Ho iniziato con mia sorella, 12 anni fa: poi è nata la passione e sono ancora qui. Per una donna arbitrare è più faticoso, soprattutto a livello fisico. Un po' di diffidenza iniziale c'è, ma in campo sparisce. L'importante è essere umili, non mollare mai. Io ho arbitrato in A femminile e in Eccellenza maschile. Dovendo scegliere, forse, meglio le donne, anche se adoro Totti. Di solito i calciatori con noi si comportano bene, alla fine c'è chi ti fa il baciamano e qualcuno che va oltre e ti invita a cena, ma con simpatia. Per me, se sei arbitro lo sei anche nella vita: cresci come persona. Tenere a bada 22 giocatori, le panchine, il pubblico ti insegna a gestire l'ansia, a conoscerti meglio. Cosa cambierei? Vieterei le partite con la pioggia…(ride)».

La commercialista.

Giosy Castangia, 27 anni: «Commercialista, ma ora insegno. Essere arbitro mi aiuta anche in classe. Spesso ai ragazzi dico: "se mi fate arrabbiare scatta rosso". Vengo dalla danza, ma sono felicissima di questa esperienza, ho trovato una grande famiglia. Arbitrare ti forgia il carattere, ti dà il rispetto delle regole. Ora faccio il guardalinee e col fuorigioco che cambia sempre non è facile, perché nelle categorie inferiori non tutti conoscono bene le regole. I miei modelli? Rizzoli e Tagliavento. Un bravo arbitro deve avere carisma, farsi sentire senza alzare la voce e noi donne, in questo, ci sappiamo fare. Mi piacerebbe arbitrare Ibrahimovic, confrontarmi col suo caratterino. A volte qualche insulto arriva, ma non bisogna permettere a nessuno di farti perdere la voglia. La Var? Dico no, l'arbitraggio è istinto».

La studentessa.

Giulia De Stefano, 25 anni, Scienze Politiche: «Arbitro da 8 anni, ora faccio l'assistente e forse è anche più bello: essere in terna alimenta lo spirito di squadra. Quando tifavo, l'arbitro era una “bestia nera”, ma ora vedo tutto con occhio diverso. A volte verso noi donne c'è un po' di prevenzione, ma se sei brava ricevi anche più elogi. Per arbitrare fai qualche sacrificio, il sabato sera sei a casa presto, ma non mi pesa. Mi ispiro a Rizzoli e, se devo scegliere, meglio dirigere gli uomini, le donne si menano di più (ride)…Episodi strani? Una volta mi sono girata velocemente e ho dato un bacetto involontario sulla guancia a un giocatore. Altre volte capita che uno per strada ti fissa, tu pensi che ci voglia provare e invece ti dice: “Ma tu mi hai arbitrato domenica?”.».

L'impiegata.

Giulia Mina, 21 anni, lavora in una ditta che si occupa di riciclaggio: «Mio nonno aveva una scuola calcio: guardavo le partite ma non capivo granché. Ho fatto il corso da arbitro per imparare le regole e da lì ogni weekend lo passo sui campi. Anzi, anche se non arbitro vado a guardare i colleghi con cui siamo tutti amici. Paura in campo? No, ma forse, a volte, siamo un po' incoscienti. Se c'è un accenno di rissa provo subito a sedarla, è importante mostrarsi calmi. Prima facevo danza, ma l'arbitraggio ti aiuta anche sul lavoro, a gestire le difficoltà. I giocatori? Ti rispettano anche se sei donna, non vogliono mica farsi buttare fuori, anzi a volte sono più prevenute le femmine. Se la donna arbitro piace? Direi che ha il suo perché. Però succedono anche cose buffe. Tempo fa è venuto a casa il tecnico del computer: dopo un po' mi ha riconosciuto e si è lamentato per un rigore che gli avevo dato contro…».

Migliaia di storie e miliardi di aneddoti legano le giacchette nere alle loro gare, alle loro visionature, ai loro incontri fatti di umanità. Racconti di audacia, coraggio, forza, umiltà. Racconti ed esperienze nelle quali l’arbitro deve obbligatoriamente mettere da parte sentimenti di viltà o di paura. Preso di mira il direttore è lo sfogo perenne del tifoso, capro espiatorio delle sconfitte e dei gol mancati. Ma se a fischiare è una donna? Questo scrivevo nel mio blog lo scorso 7 marzo 2016, dando seguito ad una singolare iniziativa di alcune donne arbitro e, se vuoi leggerla, clicca qui.