La questione si chiama disoccupazione giovanile e fa molto parlare di sé perché da qualche anno ha raggiunto percentuali che solo a leggerle fanno venire i brividi: 40%. Solo a leggerle, ovviamente. A capirle invece fanno un altro effetto. Questo indicatore si riferisce alla fascia d'età tra i 15 e i 24 anni e misura la percentuale di disoccupati tra gli individui che cercano o hanno un lavoro, cioè i cosiddetti soggetti attivi. La popolazione di riferimento che porta a una percentuale del 40% non include quindi i soggetti inattivi (come spiegano le note dell'ISTAT) che in quella fascia d'età sono prevalentemente studenti. Quali sono le serie storiche della disoccupazione in quella fascia d'età, se calcolate rispetto a tutta la popolazione?

I dati ISTAT relativi alla fascia d'età 15-24 anni ci dicono che la percentuale di disoccupazione rispetto all'intera popolazione è intorno all'11% e dal 2004 oscilla tra il 6% e il 12%. Un numero ben diverso da quel 40% indicato come uno dei principali mali del paese. Qual è il trucco? La demografia. Sempre le note dell'ISTAT spiegano che la differenza è nel fatto che alla fuoriuscita di quote di popolazione dalla fascia 15-24 anni non corrisponde un'analoga quantità di quindicenni in ingresso. Ma allora il problema c'è o non c'è?

Certo che c'è! Ed è anche grave. Ma è diverso da quello che pensavamo. Il problema non è nel tasso di disoccupazione giovanile in sé (quello che non include gli studenti, per capirci), ma nelle caratteristiche demografiche di quella fascia d'età. Un problema che va affrontato con politiche che abbiano effetti sulle dinamiche della popolazione, non dell'occupazione. Un classico esempio di risposta a quel 40% di disoccupazione giovanile sono le politiche d'integrazione dei flussi migratori. Ma siamo in epoca di muri, guai a parlare dei migranti, dunque disperiamoci per quel 40% e basta, senza porci altre domande.