Si sono da poco concluse le elezioni amministrative, con una coda che sarà data dai ballottaggi per l’elezione dei Sindaci, nessuno dei quali, nelle grandi città italiane, ha raggiunto la maggioranza assoluta al primo turno.

Tante sono state le analisi del voto sulle quali appare superfluo, in questa sede, aggiungere ulteriori dettagli; la sostanza politica oggettiva è che gli italiani hanno fortemente criticato se non bocciato clamorosamente (come nel caso di Napoli) Matteo Renzi, il quale ha visto evaporare sempre di più i consensi che il PD sembrava aver conquistato qualche anno fa.

La sua non è più una forza propulsiva ed, anzi, nel Sud appare come un soggetto rifiutato o osteggiato apertamente.

La crisi del PD determinata dall’abbandonato di tanti suoi storici elettori ed ampiamente prevedibile dopo la svolta a destra tanto nelle sue pratiche di governo neoliberiste quanto nelle alleanze con soggetti provenienti da Forza Italia, è solo l’ultimo tassello che ha riguardato, nel recente passato, altre forze politiche: Forza Italia ormai ai minimi termini e, prima ancora, la destra di Alleanza Nazionale, dissoltasi in una serie di liste al momento fuori da ogni partita che conta.

Cosa si è sostituito o affiancato ai grandi partiti, incapaci di raccogliere, da soli, il voto di grandi fette della popolazione?

Una miriade di liste civiche, soltanto alcune delle quali portatrici di valori e riferimenti politici chiari e riconoscibili (nel loro carattere di destra o di sinistra).

Liste con denominazioni varie, nella maggioranza dei casi richiamanti il nome del candidato Sindaco appoggiato, indistinguibili se non nel logo e nella rispettiva collocazione sulla sempre più grande scheda elettorale; non certo per storia, cultura e tradizione politica dichiaratamente espressa, e perciò ignota agli elettori; elemento questo del tutto preoccupante.

In questo vero e proprio deserto ideologico, in cui, fatta eccezione per alcune benemerite oasi di spessore, l’unica differenza fondamentale era data dall’adesione acritica ai programmi amministrativi dell’uno o dell’altro candidato Sindaco, il grosso del consenso elettorale è stato dunque gestito a livello “personale” dai singoli candidati, che hanno potuto sfidarsi non tanto sulla base delle idee, dei valori e delle proposte, quanto dei propri legami sul territorio, frutto talvolta di attività professionali del tutto lecite ma altrettanto distanti dalla militanza politica classica.

Non c’è da sorprendersi, dunque, che interi e cospicui “pacchetti di voti” siano passati, attraverso i loro “unici” custodi in grado di raccoglierli, da uno schieramento all’altro; che siano perciò slegati da ogni fenomeno politico, del tutto trascurabile rispetto al legame “personale” con il candidato.

Intendiamoci: nessuno vuole qui sminuire l’importanza della fiducia e della stima personale che gli elettori hanno verso la persona che intendono eleggere. In questo rapporto sta, infatti, il principio più alto della democrazia, secondo cui a rappresentare le istituzioni di qualunque ordine, siano chiamati i più degni.

Quello che si vuole sottolineare criticamente è il fatto che, in epoca di sostanziale assenza di voto ideologico, la preferenza ad un candidato “amico” venga data senza soffermarsi sulla sua storia politica, sulle sue idee generali di società espresse in anni di militanza partitica o di impegno intellettuale pubblico o civico esterno ai partiti.

È come se la battaglia elettorale tra i candidati si fosse lentamente trasformata in una gara la cui vittoria è assegnata alla persona in grado di vantare un numero maggiore di amicizie e relazioni di ogni forma, dirette o indirette.

E già, è tutto molto semplice, a pensarci un attimo: se qualche decennio fa, ad un amico che ti chiedeva il voto e militava in un partito dal quale ci si riteneva distanti, era semplice dirgli un franco “mi spiace, ma non voto questa forza politica”, oggi la mancata preferenza a quello stesso amico, rappresentante di una delle tante liste civiche, verrebbe presa quasi come un’offesa “personale”.

Anzi, quel no che avremmo a quel tempo dato senza troppi indugi e giri di parole, nella maggioranza dei casi odierni, è pronta a confluire nel cosiddetto voto “alla persona” (magari con sottolineatura del suo carattere a-politico).

Ecco dunque concretizzato il gioco della gara vinta a mani basse da chi può vantare un maggior numero di amicizie e di contatti.

Siamo sicuri, tuttavia, che sia un bene per la democrazia dare tanto potere ad eletti in grado di raccogliere centinaia o migliaia di voti su questa base, in forma del tutto slegata da un partito politico di appartenenza? E siamo sicuri che avere tante relazioni sia assoluta garanzia di qualità e spessore politico?

Siamo sicuri che ci piaccia una contesa elettorale disputata non già sulla contrapposizione delle idee e di chi meglio sia in grado di rappresentarle ma solo su quella della capacità “individuale” di raccogliere consenso indistinto, magari fatto di persone che, al di là del voto all’amico, hanno idee politiche diverse tra loro?

Non stiamo così rendendo ancor più fragili le nostre istituzioni, fatte di uomini e donne che rappresentano una moltitudine di idee diverse tra loro e incapaci di esprimere un collettivo orientamento politico?

Il voto di preferenza in epoca di liquefazione dei grossi partiti politici è un tema di portata grandissima che occorrerà prima o poi affrontare con il massimo di onestà intellettuale e apertura mentale.

Per ora iniziamo a segnalarlo in attesa che qualcuno lo raccolga e lo faccia proprio.