Continuo il mio Diario della Terra dei Fuochi. Da diversi mesi ho notato una cautela particolare nel pronunciare l’espressione Terra dei Fuochi come sinonimo di catastrofe collettiva, non solo da parte di giornalisti e addetti ai lavori, ma anche di persone comuni, privati cittadini, amici. Ultimamente c’è una inconscia diffidenza anche nel sentire quotidiano, quasi che Terra dei Fuochi fosse una trovata commerciale, un sistema per vendere cose, svenderne altre, per dirottare consumi, plagiando le menti. In fondo è vero, facciamo tutti i conti col dubbio, accarezziamo l’ipotesi che tutto quello che abbiamo visto e sentito possa non corrispondere al vero, che il flusso di informazione che forma l’opinione collettiva possa essere manipolato. Perfino i cronisti, che ragionano con documenti e inchieste alla mano, sono prudenti. E gli scienziati si screditano a vicenda.  Ma allora chi ha ragione? Come fa il cittadino “ingenuo”, che non può contare né su indagini scientifiche né su informazioni che possa verificare da sé, come fa, dico, a sapere a cosa credere?  Da che parte stare? 

Come fa la mia vicina da casa a sapere se le percentuali di metalli pesanti misurate nelle colture sono state stimate in base a parametri corretti? Come fa a sapere che la fondazione Tal dei tali, autrice della ricerca di settore non abbia interessi? Come fa a sapere se il padre che è morto di Alzheimer, la nipote malata di cancro sono entrambi vittime della contaminazione ambientale o se le due tragiche contingenze non siano, invece, lo scherzo del destino che toglie e prende vite a caso? Ho trovato una risposta a questa domanda nella logica, ma non sarebbe stata sufficiente, non mi avrebbe convinto, se non avessi avuto altre conferme che questa è la traccia giusta. Non è necessario essere giornalisti di inchiesta, investigativi, saggisti, scienziati o medici per vedere alcune evidenze. È sufficiente conoscere empiricamente, intuitivamente. Poniamo: quante persone si ammalano nel tuo isolato, nella tua frazione, comune? Che età media anno? Di cosa si ammalano?  Dove abitano? Che lavoro fanno? L’esperienza. Solo quella.

Qualche giorno fa, ero all’incontro di approfondimento La Terra dei Veleni organizzato da Città della Scienza per i ragazzi del Liceo Labriola di Napoli, al quale è intervenuto il professor Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute di Filadelfia e pioniere della battaglia contro l’avvelenamento ambientale.  Reduce da una storia familiare particolare, strettamente intrecciata alla ricerca scientifica e alle sue implicazioni politiche, il professor Giordano ha scelto di vivere e lavorare in America. Non è usuale averlo in Italia, ma proprio alcune tra le sue più importanti ricerche sono centrate proprio sul nesso di causalità tra tumore e condizioni ambientali. Ha spiegato agli studenti  come avesse realizzato una ricerca sull’incidenza del cancro alla mammella, basata interamente sulla raccolta delle cartelle di dimissione dall’ospedale e come avesse dimostrato, attraverso questo metodo empirico, la percentuale di incidenza reale del tumore.

Per la prima volta, ho sentito la scienza meno lontana, meno astrusa, più concreta e tangibile. Più utile. E ho avuto la conferma che io, come la mia vicina, i miei concittadini e gli sconosciuti che affrontano questo dramma, probabilmente non potremmo cambiare il nostro destino, ma non siamo vulnerabili pedine, non siamo impotenti come crediamo o vogliono farci credere.