Lea e Ida, cinquantenni e amiche di infanzia, hanno da decenni in progetto di passare una serata in riva al mare da sole in una notte di luna. Non avendolo fatto da piccole né da adolescenti, a causa delle restrizioni genitoriali, le due donne trovano il momento propizio da adulte, approfittando della coincidente assenza dei rispettivi mariti. Alla fine per una serie di impedimenti scelgono di recarsi in riva al Tevere, atmosfera che già prennuncia qualcosa di antico e primordiale nell'aria. In scena le due donne sono sedute su delle sdraio con coperte sulle ginocchia. Alle loro spalle campeggia una grande luna ricoperta di carta stagnola. In sottofondo Clair de Lune di Debussy.

Uno spettacolo al femminile, ironico e imprevedibile.

Un piccolo scorcio di Teatro Testaccio
in foto: Un piccolo scorcio di Teatro Testaccio

Questo lo scenario, quasi onirico, emerso dalla penna sorprendente di Enza Li Gioi e valorizzato dalla regia di Sabina Pariante. Le due bravissime attrici Eleonora Manara ed Eleonora Salvatori, rispettivamente nei panni di Ida e Lea, hanno riprodotto un tipico rapporto di affiatata amicizia, quelle che durano una vita e sfociano nel ‘simbiotico'. Le due amiche nel corso del loro rapporto si sono amate e tradite, hanno maturato una relazione intima, come fossero sorelle, a tratti quasi morbosa. Per questo è facile per le due strappare sorrisi al pubblico, in particolar modo a quello femminile nell'accogliente cornice del Teatro Testaccio.

L'atmosfera arcana e primordiale, con quella luna sul Tevere.

Le due attrici sulla scena di Clair de Lune
in foto: Le due attrici sulla scena di Clair de Lune

Ricordo la scena, le due amiche sedute nella posizione di chi dialoga lasciavamente e poi in maniera accesa, una accanto all'altra ma ognuna cristalizzata nelle sue posizioni, alternando aneddoti e provocazioni. Il ritmo sale e la conversazione si infiamma di una strana energia, un mistero, qualcosa di arcano e inspiegabile che accomuna le due. E così la sera, che entrambe si sono ricavate con la determinazione di ritrovarsi, si trasforma in un momento catartico, alimentato da una luna incombente, mastodontica che esorta irresistibilmente ad una metamorfosi.

Una chimera della trasformazione.

I discorsi delirano ma sempre in una loro paradossale logica, coerente e puntuale, come se un orologio, un meccanismo interno scandisse i secondi che separano le due donne da un grande momento, una sorta di chimera della trasformazione. La voglia di ululare, le provocazioni che cedono all'ammissione di un destino comune: riscoprire il proprio lato selvaggio. Le due amiche si ‘licantropizzano', involontariamente e in maniera incontrollata, e con un fare quasi mitologico e antico, diventano mezze ‘lupe': in volto sono dei veri e propri lupi mentre mantengono il loro corpo femminile. Senza dimenticare che siamo a Roma, la Città- Lupa che le tiene in grembo. Una grande metafora si sviscera così durante lo spettacolo di Enza Li Gioi, bravissima la Pariante ad enfatizzare questa performance traformativa, che si avvale del supporto scenografico, come anche di luci e suoni di Carlo Sabelli. In questa climax ascetica si insinua sottile l'arma tagliente dell'ironia, alternando toni solenni di riflessione a risate inaspettate e stupore.

Riscoprire il ‘vero femmile', il lato selvaggio.

A chiudere la scena è la profonda senzazione di libertà. Un processo liberatorio si è stemprerato gradualmente nell'arco dell'intero spettacolo, che mi ha ricordato un libro cult anni '90, "Donne che corrono coi lupi" dell'antropologa Clarissa Pinkola Estés. Enza Li Gioi ci ha piacevolmente regalato l'importanza di riscopire il ‘vero femminile', il nostro lato selvaggio, la nostra parte istintuale e l'essenza primordiale della donna: forte, inscalfibile, infondo coraggiosa, che troppo spesso è stata soffocata dalle società moderne e dalle loro sovrastrutture.