Questa mattina si sono ritrovati tutti lì, i dipendenti di Città della Scienza, in quella che continuano a chiamare "la loro casa" sebbene ridotta a un cumulo di macerie. Molti di loro avevano assistito impotenti, fino a notte inoltrata e con le lacrime agli occhi, alla fine di un sogno durato oltre vent'anni. Con la consapevolezza di aver tirato su dal nulla un polo innovativo di cultura, di condivisione di sapere, un'eccellenza nel panorama regionale e nazionale, come a gara si affrettano a definirla i rappresentanti delle istituzioni, ripulendosi la coscienza da anni di latitanza che avevano ridotto il Museo sull'orlo del fallimento. Già, perché Città della Scienza viveva da tempo una lenta ma inesorabile agonia e si teneva in piedi solo grazie allo spirito di sacrificio dei 160 dipendenti, che si recavano giorno dopo giorno sul luogo di lavoro nonostante 12 mensilità arretrate, e la passione e la professionalità degli animatori scientifici della cooperativa "Le Nuvole".

Una struttura abbandonata a se stessa, come testimonia l'epopea di Corporea, il Museo del Corpo umano. Un'opera tecnologicamente all'avanguardia, in grado di competere con le realtà più in vista del panorama scientifico europeo. A lavori quasi ultimati, circa due anni fa sono stati bloccati i fondi e tutto si è fermato. Un'enorme cupola e una ragnatela d'impalcature sono il simbolo tangibile del "vorrei ma non posso", motto che da troppo tempo identifica le velleità di cambiamento di una città che non trova la forza di rialzare la testa, una volta per tutte. Dovesse trovare riscontro, come sembra probabile, la pista dell'incendio doloso, tutto lascerebbe pensare a un attentato (perché di questo si tratterebbe) di matrice camorristica volto a manifestare in maniera eclatante la volontà dei clan di mettere le mani su un'area che, dalla chiusura dell'Ilva, considerano di enorme importanza strategica per i loro affari. Non va dimenticata la peculiarità di Città della Scienza, sorta grazie a un Accordo di programma in deroga al prg. Il Piano attuativo urbanistico per Bagnoli-Coroglio prevede infatti il ripristino della linea di costa nella sua interezza e una volta andato in fiamme, il Museo potrebbe risorgere dall'altra parte della strada, oltre le mura dell'ex area-industriale, ponendo fine all'anomalia che ne ha contraddistinto nascita e sviluppo. Una lucrosa prospettiva per le organizzazioni malavitose interessate a investire su un ampio e suggestivo litorale, liberato dallo "scomodo inquilino abusivo".

Lutto è la parola che risuonava in ogni intervento dei dipendenti e delle rappresentanze sindacali, spontaneamente riunitisi in assemblea questa mattina. Dolore per la perdita della casa comune costruita, con enormi sacrifici, sulle rovine della fabbrica, consacrando al sapere e alla sua diffusione uno spazio che altrimenti sarebbe finito nelle mani di chissà quali speculatori edilizi.

Ma non c'è rassegnazione nei volti e nei discorsi pronunciati dai lavoratori, tutt'altro. C'è la ferma volontà di ripartire il più in fretta possibile, di non dilapidare quel patrimonio di idee e competenze che hanno dato forma alla felice intuizione di Vittorio Silvestrini. Una volontà di rinascita che potrà concretizzarsi solo attraverso l'impegno immediato delle istituzioni, Comune, Regione e governo centrale. Occorrono soldi, tanti e subito, prima che il clamore e il moto d'indignazione collettiva che hanno accompagnato il crollo del Museo rientrino nei binari della normalità e nel giro di qualche settimana finisca  tutto nel dimenticatoio. Lasciarsi scappare l'opportunità di trasformare un'immane tragedia in un'occasione, forse l'ultima, di rilancio sarebbe imperdonabile.