Ci voleva un cavallo antropoformizzato per imparare una lezione di vita che sembra abbiamo smarrito da tempo: i legami tra persone sono le connessioni più importanti che esistano.

Nelle sue tre prime stagioni, "BoJack Horseman" ci ha abituato a una serie di considerazioni che, prese singolarmente, potrebbero raccontare la storia di tutti noi. L'empatia con la quale ci riconosciamo nel cavallo di Hollywoo(d) è disarmante, tanto da saper bene cosa significa provare fino allo stremo a rovesciare una situazione, o anche rifugiarsi in un autolesionismo consapevole. Preda delle sue debolezze, sa che può essere un uomo-cavallo migliore, e ci prova. Ma fallisce. Vuoi per inettitudine, vuoi per ricorrente sfiga, vuoi perché deve andare così.

In tutto questo oceano di affannose problematiche, ansie e felicità mai raggiungibili, un desiderio all'altro si accavalla (eh eh), con l'unico obiettivo di riempire un vuoto dentro a cui non sappiamo dare né forma né consistenza: non ne conosciamo neanche la profondità, e siamo ostaggi di una paura deleteria volta a distruggere le nostre certezze e percezioni che abbiamo del mondo e delle altre persone.

Così, le parole diventano irrilevanti, nonostante il loro peso eloquente. Le parole fanno bene, fanno male, sono leggere come la felicità, e sono macigni in grado di spezzare anche il giunco più forte.

E allora ecco "Fish out of the water", la 3×04 di "BoJack Horseman", dove le parole fanno spazio alla gestualità delle persone. Una puntata che tutte le persone moderne dovrebbero vedere, per quant'essa è cruda. Circondati dai propri obiettivi, ci dimentichiamo della bellezza della condivisione, del ruolo centrale che una persona può avere e di quanto sia faticosa la ricerca di qualcuno che veda il bambino che è in noi tra tutto questo marciume.

E BoJack lo sa bene. Passa enormi peripezie per far arrivare un messaggio scritto su un pezzo di carta, in quanto impossibilitato a parlare in quel mondo sommerso dall'acqua (per quanto lui ne sappia). Ma sarà proprio quella gigantesca sfida, alla fine, a fargli capire quanto le persone andrebbero curate, osservate. E non perché ognuno di noi ha una propria battaglia interiore, ma semplicemente perché i rapporti sono così: se non li curi, appassiscono.

In un epoca dove la superinterazione dovrebbe dare maggiore potenza ai rapporti, questa puntata assesta un colpo (sordo) al nostro animo. Ricordandoci che un gesto non visto può recare danno, ma le parole non dette ancora di più.

Ed è qui la lezione più importante che BoJack consegna. "In this terryfing world, all we have are the connections that we make". Siamo le scelte che facciamo, e le persone sono le nostre scelte. Se scegliamo quella persona, un motivo ci sarà. Se la lasciamo andare, è perché non siamo stati in grado di curarla. Se non l'abbiamo curata, c'è qualcosa che non va in noi.

BoJack Horseman arriverà anche al punto di perdere tutti quanti (e non tutto quanto). Perché lui ci prova, e si danna per riuscire a salvaguardare i suoi legami. Ma qualcosa va sempre storto, e arriva l'annosa questione: a cosa serve fare tutto ciò se dall'altra parte vi sono rancori, emozioni distorte e brutte impressioni? Gli altri – e anche noi stessi – lasciano perdere, senza pensarci troppo. Diamo per scontato la presenza assenza delle persone, come se tanto "prima o poi la rivedrò" o "tanto ci sono, mi basta un messaggino". Non si danno importanza agli occhi che vogliono guardarsi e alle parole che si vogliono sussurrare. Basta un messaggino. Diamo importanza a ben altro: solo che il più delle volte è così inconsistente, che non sappiamo neanche noi cosa sia. E tutto si rompe.

Siamo preda di una coscienza ammaliata dalla volontà di crearsi tanti rapporti fino al midollo, dimenticando però chi, tra i tanti, ci consegna quell'unica emozione in grado anche di farci stare bene con noi stessi. E quando questa sensazione va via, il vuoto si allarga. E perdiamo la felicità, sostituendola con emozioni fittizie e prive di significato umano.