Il luogo comune italico impone come si dovrebbe morire in Campania. Napoli e Caserta ci hanno abituati ai morti ammazzati dalle faide di camorra e dai mitra dei killer al soldo dei boss. Tutti sanno chi è il cattivo e le istituzioni possono anche gridare “vergogna”. Invece nella ex Campania felix si muore in silenzio e lentamente. Sono le malattie tumorali a uccidere: il 47% in più delle volte del resto del Paese. A rivelarlo è l’Istituto oncologico Pascale di Napoli in uno studio pubblicato dal quotidiano Avvenire. Ecco nello specifico cosa dicono alcuni dati: «Per quanto riguarda, ad esempio, il tumore del colon retto, in provincia di Napoli – si legge nello studio del Pascale – nel triennio 1988/1990 si riscontra negli uomini un tasso del 17,1 su 100mila abitanti, negli uomini, che nel periodo 2003/2008 sale al 31,3», mentre nelle donne gli stessi tassi per gli stessi periodi sono «16,3 e poi 23». E a Caserta: «19,3 (sempre per 100mila) per i maschi dal 1988 al 1990 e 30,9 dal 2003 al 2008», con «16,4 e poi 23,8 nelle donne». Al contrario i tassi italiani, per lo stesso tipo di tumore e gli stessi periodi, «sono stabili, passando dal 33 al 35 negli uomini e dal 30,5 al 29,3 nelle donne».Ma non finisce qui, sono interessati anche polmoni, mammelle e fegato: «l’incremento del tasso di mortalità femminile per tumore del polmone è stato superiore al 100% nella provincia di Napoli ed al 68% in quella di Caserta. Il tasso di mortalità per tumore alla mammella, che era21,4 inprovincia di Napoli nel 1988/1990, è aumentato fino a 31,3 nel 2003/2008, mentre in Italia passava da37,6 a37,7.

[quote|left]|Una ricerca del professor Giordano parlò di cittadini campani col "dna bucato".[/quote]Negli uomini, il tasso di mortalità maschile per tumore al fegato registrato in provincia di Napoli nel 1988/1990 era 22,1 e quello in provincia di Caserta 22,3, livelli cresciuti via via fino al 2003/2008 rispettivamente a quota 38 e 26,4. Nello stesso periodo, al contrario, questo tasso su scala nazionale è diminuito da 12,3 a 10,7 per 100mila». Qual è il nesso con la ventennale emergenza rifiuti? C’è un rapporto stretto tra questi dati e il disastro ambientale dovuto a roghi, discariche (legali e non)? Uno dei primi ad esserne convinto è il luminare napoletano Antonio Giordano, ordinario di Anatomia e Istologia Patologica presso l'università di Siena, nonché direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine di Philadelphia (Usa). Giordano, insieme a Giulio Tarro, primario emerito dell'Azienda Ospedaliera Cotugno di Napoli e chairman della commissione sulle Biotecnologie della Virosfera, Wabt – Unesco a Parigi, ha pubblicato da poco l’e-book “Campania terra dei veleni” e fu il primo a parlare di “Dna bucato e indebolito” dei cittadini campani. Forse siamo di fronte a un vero e proprio “biocidio”. Uno dei politici più attivi sull’argomento è il senatore Ignazio Marino, non a caso medico di fama internazionale, che ha presentato un’interrogazione parlamentare chiedendo “bonifica e prevenzione sanitaria”.

Eppure in territori come Pianura e Giugliano nemmeno la bonifica potrebbe salvare sottosuolo e falda acquifera ormai compromessa. Ma quanto sono responsabili le istituzioni locali e nazionali? E, soprattutto, chi sono i responsabili? In merito alla vicenda rifiuti in Campania si sono celebrati processi che cadranno tutti in prescrizione: sul banco degli imputati si sono alternati aziende, uomini delle istituzioni e mafie. Ma sono intatte le loro responsabilità di fronte alla Storia. Ed è proprio la ricostruzione di queste responsabilità al centro del libro “Chi comanda Napoli”, scritto a quattro mani con Antonio Musella. Un piccolo atto di giustizia in un’epoca di impunità, veleni e morti innocenti.