C'è provocazione e provocazione. Credo che un atteggiamento critico e irriverente, anche al cospetto di avvenimenti drammatici, rappresenti l'approccio ideale per aprire spazi di dibattito e di riflessione, trasformare lo slancio emotivo (le lacrime e l'indignazione per Città della Scienza rasa al suolo dalle fiamme) in capacità di analisi, di giudicare la vita del "caro estinto" mettendone in risalto difetti e lati oscuri, non limitandosi a una sterile e dannosa idolatria.

Città della Scienza non era certo il migliore dei mondi possibili, ma il pezzo pubblicato da Camillo Langone su Il Foglio dallo squallido titolo "Dovevano bruciarla prima" (http://www.ilfoglio.it/soloqui/17214), nonostante gli intenti apertamente provocatori, si riduce a un mero esercizio retorico, ricco di inesattezze, banalità e deliranti affermazioni, che punta incessantemente sul luogo comune della Napoli del "magna magna", dove qualsiasi iniziativa, anche la più meritevole, debba inevitabilmente convertirsi in fallimento, schiacciata dalla corruzione, dall'incompetenza e dai giochi sporchi della politica.

Inutile dire che per Langone e Il Foglio Città della Scienza di meritevole non aveva nulla, non avendo prodotto in vent'anni di attività alcuna scoperta scientifica di rilievo.

E’ vero che i padiglioni arrostiti di Bagnoli erano frequentati pure da scolaresche ma la gitarella fuori porta mirava alla comprensione del funzionamento di telescopi e caleidoscopi, sai che spasso. Alla Città della Scienza di gran scienza non se ne faceva, si faceva più che altro divulgazione scientifica, un’altra cosa. Il fondatore, professor Vittorio Silvestrini, ex politico comunista (consigliere regionale negli anni Ottanta) che era solito circondarsi di ex politici comunisti al punto che l’altra notte è andato in fumo anche il poco che restava del bassolinismo, non ha mica vinto un Nobel: ha vinto un premio Descartes per la comunicazione scientifica. Bene, bravo, ma la scienza è fatta di scoperte e che cosa abbiano mai scoperto a Bagnoli non è dato sapere. Nemmeno la ricetta definitiva delle nozze coi fichi secchi sono riusciti a mettere a punto.

Ora, se il signor Langone prima di cimentarsi nella stesura del suo capolavoro – per alcuni pieno zeppo di inconfutabili verità – avesse studiato un minimo la storia di CdS, letto qualche pezzo precedente al rogo o almeno chiesto a uno qualunque dei dipendenti del Museo "Scusi, ma di cosa vi occupate?", avrebbe scoperto con sua somma sorpresa che la creatura di Vittorio Silvestrini non è un centro di ricerca, non deve mandare sonde su Marte, ma si occupa di divulgazione scientifica, svolgendo un ruolo fondamentale nel rendere accessibile a tutti un sapere altrimenti confinato nelle strette mura di un'aula universitaria o di un laboratorio.

L'unica parte dell'articolo con un minimo di criterio è quella relativa alla crisi che attraversava l'ente sito in via Coroglio (ma non sui terreni dell'ex Italsider, come afferma il preparatissimo Langone): le 12 mensilità di arretrati dei lavoratori, i cospicui fondi che dal governo centrale e dalla Regione avrebbero dovuto dare un minimo di sollievo alle casse dell'ente ma che da queste parti non hanno ancora visto. Dati che non rappresentano certo uno scoop, essendo di pubblico dominio, ma esposti quasi si trattasse di una rivelazione esclusiva, accompagnati dalla solita solfa sull'impossibilità di creare lavoro stabile da qualcosa d'immateriale come la cultura, specie – naturalmente – al sud. Non un minimo di analisi, generiche accuse che non fanno riferimento neppure di sfuggita al quadro storico-politico degli ultimi venti anni in Campania, al consociativismo che ha frenato qualsiasi possibilità di effettivo cambiamento attraverso la spartizione di nomine all'interno dei cda di consorzi e partecipate. Su questo tema avrebbe avuto di che scrivere, dando un senso alle sue riflessioni (?) ed evitando di scivolare in ridicole farneticazioni. Ma probabilmente della Regione Campania Langone conosce solo il nome dell'attuale presidente e del suo predecessore.

Il finale, nel quale definisce Città della Scienza una setta di voraci comunisti che pratica riti magici di matrice darwiniana, trasformando bambini in scimmie (prima di divorarli), non credo meriti commenti. Una trasfigurazione della realtà in patetica macchietta, un'immane tragedia si riduce a un semplice gioco letterario di dubbia qualità, la disperazione dei dipendenti del Museo, dei tanti che avevano creduto nella possibilità di fare della cultura (perché la divulgazione scientifica è tra le forme più alte di cultura, caro Langone, non un inutile corollario di quella che tu definisci "la grande Scienza") il volano per la rinascita di un'intera città si converte nel clichè folcloristico e razzista di una Napoli che sa solo piangersi addosso e che merita di vivere qualsiasi tipo di dramma (vedi il titolo dell'articolo).

Del resto l'unico intento di Langone, come dimostra la sua totale impreparazione sull'argomento trattato, era semplicemente suscitare forti reazioni e creare un minimo di attenzione, seppur negativa, attorno a un giornale che solitamente leggono solo lui e Giuliano Ferrara.