Prima parte: Chiesa, educazione e valori civici 

 

Perché così tanto entusiasmo attorno a Papa Francesco? Perché così tanto consenso sollevano le sue parole? La risposta è che Bergoglio rappresenta bene il modo di sentire la religione cattolica oggi prevalente nel mondo occidentale, ma in modo particolare in Italia. Su quest’ultima mi soffermerò nelle righe che seguono, sia perché conosco di più la sua storia e la sua società, sia perché in Italia c’è, attorno alla Chiesa del nuovo corso, una rinata attenzione da parte della politica che non mi sembra sia stata registrata altrove. Un aspetto, questo, che merita una riflessione.

in foto: Bagno di folla per il Papa in Piazza San Pietro (da www.cinquequotidiano.it)

Non sto dicendo che la Chiesa influenzi la politica o che la manipoli per i propri interessi. Non credo che il problema del cattolicesimo in Italia si riduca alla questione della interferenza tra il potere ecclesiastico e quello statale. Chi afferma questo sogna un’Italia che zittisca la Chiesa e imbavagli i preti, magari arrestandoli ogni volta che si esprimono su faccende estranee alla religione. Simili propositi non rientrano nella sfera dei comportamenti laici, forse sono esempio di “laicismo”, non di laicità.

|In Italia c'è un "problema cattolico"

Tuttavia credo che un problema cattolico in Italia esista, o meglio un problema prodotto dalla presenza della Chiesa nella storia, nella cultura, nella società, nell’antropologia degli italiani. Una presenza così pervasiva da spingere la politica a cercare l’approvazione della Chiesa anche quando questa non è interessata a darla. Perché?

La Chiesa nella sua vita quotidiana ammette tutto o quasi: nelle parrocchie i giovani frequentano perché vi è possibilità di giocare a pallone, di incontrare l’altro sesso, di usare i videogiochi, di suonare la chitarra, di andare in gita da qualche parte a costi molto bassi. Non c’è nulla di male in tutto questo, è ovvio; anzi è apprezzabile per tante ragioni che vi sia un luogo di incontro giovanile, virtualmente sano e protetto come quello offerto dalle parrocchie. Ma cosa chiede la Chiesa in cambio a questi giovani? Poco o niente. Eppure non ci sarebbe nulla di male a chiedere qualcosa: io ti do un servizio gratuito, in cambio ti chiedo di essere cattolico, di esserlo con impegno e serietà. Invece non chiede pressoché nulla.

Sì, certo, appelli a venire a messa la domenica, ad essere buoni e caritatevoli, a ricordare di pregare ne vengono fatti continuamente nelle omelie dei parroci di provincia. Ma oltre a ciò negli ultimi dieci-quindici anni non ho mai visto né sentito altro. Non ci sono preti che dicono: se vuoi giocare a pallone devi prima dimostrarmi che preghi e che conosci il Vangelo, perché sono i requisiti minimi che un cattolico deve possedere; poi, superato questo primo scoglio di tipo rituale-dottrinale, mi devi dimostrare di essere buono, perché questo è il requisito minimo per essere cristiano: devi stare due giorni a digiuno, oppure astenerti dal fumo (o dal sesso), oppure ancora dimostrare che hai aiutato un povero per un settimana o, che so, i tuoi genitori nei lavori domestici. O fai qualcosa del genere, o qui non entri. Niente Vangelo, niente pallone; nessun sacrificio, nessuna gita. Al contrario, ho visto parrocchie che accettano giovani di tutte le risme, ogni loro comportamento, ogni loro atteggiamento pur di vederli lì, nell’oratorio, senza impartire loro alcuna nozione di religione, alcuna norma etica cattolica, alcun comportamento degno dell’aggettivo “corretto”. E ciò è accaduto per anni, per decenni, anche in periodi in cui non vi era la crisi attuale di spiritualità, anche in periodi in cui non vi era la concorrenza dell’immigrazione musulmana.

In Italia si può essere cattolici senza credere: "appartenenza senza credenza"

Franco Garelli
Ho detto prima “negli ultimi dieci-quindici anni”, ma forse la Chiesa si è sempre comportata così, almeno in Italia. Una ricerca del 2011 condotta da Franco Garelli (Religione all’italiana, Bologna, Il Mulino) ha messo in luce la complessità del corpo della Chiesa e soprattutto dei caratteri e dei comportamenti dei cattolici italiani. Ebbene in Italia ci si può definire cattolici senza sapere nulla delle dottrine della Chiesa in tema di bioetica, di sessualità, di morale. Si può essere cattolici senza neppure considerare importante la gerarchia ecclesiastica, i vescovi, i sacerdoti, persino il Papa; anzi, si può essere cattolici disprezzando la Chiesa, o rifiutando le tradizionali credenze che fanno di un cattolico un cattolico, cioè qualcosa di diverso dal musulmano o dall’induista. Si può essere cattolico anche senza credenza: “appartenenza senza credenza”, la chiama Garelli. Non molto diversi i risultati dell’indagine di Roberto Cartocci, Geografia dell’Italia cattolica, uscito sempre presso il Mulino all’inizio del 2011.

Il problema, insomma, credo che sia educativo: che cosa insegna la Chiesa agli italiani? Che cosa di autenticamente cattolico? Cosa fa per avere nelle proprie parrocchie giovani, ma anche adulti e anziani, magari pochi, ma preparati, decisi, sicuri del proprio credo? Quasi nulla. L’importante, sembrerebbe, è che i giovani frequentino le chiese e che si dicano cattolici. Se poi non lo sono realmente o se la quasi totalità di loro (eccezion fatta per le elites, naturalmente) non si comporta da cattolico poco importa: sempre cattolici saranno considerati se sono battezzati, cresimati, sposati in chiesa e se andranno ogni tanto alla messa, se frequenteranno l’ora di religione a scuola, se manderanno i lori figli a catechismo e ai cosiddetti campi scuola estivi (dove di “scolastico”, cioè di educativo, non c’è quasi nulla: molto gioco, molto divertimento, molte schitarrate davanti al falò).

|Il giovane cattolico italiano non sa nulla dei suoi testi sacri

A scuola la materia definita da tutti “religione” si chiama ufficialmente (definizione concordataria) “Insegnamento della religione cattolica” (IRC). Ma cosa insegnano gli insegnanti di IRC, laici o sacerdoti che siano? Se sono preparati e volenterosi affrontano temi come la povertà nel mondo contemporaneo, l’ecologia, il commercio equo e solidale, le ragioni del terzo mondo contro l’imperialismo occidentale, la cultura della pace “senza se e senza ma”, i problemi del sud e i guasti della mafia, la corruzione del potere e dei governi, e così via. Di tanto in tanto un film serve ad affrontare i temi della sessualità (che deve essere “libera e consapevole”, come direbbe qualsiasi laico non credente) o della dipendenza dalle droghe (che è sempre provocata dalle organizzazioni malavitose in accordo con i poteri forti del mondo). Più difficilmente questi insegnanti affrontano i temi di bioetica (ricerca e sperimentazione genetica, aborto, eutanasia) sui quali sanno bene di trovare studenti ostili alle posizioni ufficiali della Chiesa, sicché cercano di evitarli o di presentarli in modo da non manifestare troppo la dottrina cattolica. Infine, ricerchine su internet e canzoni di Jovanotti completano la formazione dei nostri giovani cattolici. Tutto ciò, naturalmente, se l’insegnante, come dicevo, è preparato e volenteroso, altrimenti durante l’ora di religione cattolica semplicemente non si fa nulla. Del tutto trascurata la lettura dei testi sacri, la conoscenza non dirò della Bibbia, ma del Vangelo. Mi imbatto continuamente in studenti che frequentano l’IRC e che non sanno cosa vuol dire “vangeli sinottici”, o che confondono San Pietro con San Paolo. Il bambino ebreo è educato a conoscere a memoria alcuni passi della Torah; quello protestante conosce alcuni passi evangelici; non parliamo poi dei bimbi musulmani che conoscono a memoria anche gli hadit di Maometto. Il bambino e il giovane cattolico italiano semplicemente non sanno nulla di nulla dei loro testi sacri.

Torneo di calcetto parrocchiale a Varese, 2011 (da www.varese7press.it). Il cattolicesimo per gli italiani è più calcetto che religione?in foto: Torneo di calcetto parrocchiale a Varese, 2011 (da www.varese7press.it). Il cattolicesimo per gli italiani è più calcetto che religione?

Il problema, dicevo, è educativo: la Chiesa non chiede impegni particolari per essere cattolici, ma un’adesione esteriore e nominale, la partecipazione saltuaria al rito, soprattutto se unita alla festa e al consumismo (cresime, matrimoni, canti natalizi) ma quasi nient’altro. So bene che se la Chiesa decidesse di selezionare i fedeli con energia e determinazione, distinguendo i forti e i preparati dagli indifferenti e dagli ipocriti, si attirerebbe le critiche dei “laicisti” sempre pronti ad accusarla di anacronismo, di conservatorismo, di antimodernismo. Ma è anche vero che la Chiesa, nella condotta quotidiana delle parrocchie, sembra piuttosto preoccupata di contare i sedicenti credenti che di formarli: per la Chiesa meglio tanti, tantissimi, anche se tiepidi o addirittura privi di regole religiose, piuttosto che forti, convinti, pronti al sacrificio ma pochi…

Ci lamentiamo spesso della mancanza di cultura civica in Italia, di assenza di cultura della legalità, di scarso senso dello Stato e della nazione; e se tutto ciò dipendesse in buona misura dalla scarsa formazione religiosa degli italiani? Il forte civismo dei paesi nordici si è nutrito in passato, e forse si nutre ancora oggi, di valori religiosi. Forse in Italia non c’è civismo perché non ci sono valori religiosi? O meglio: vi è indifferenza nei confronti del problema dei valori, perché il cattolicesimo ha allevato per generazioni gli italiani a ritenere i valori cose superflue? Quando c’è un rito collettivo condiviso, un’antropologia diffusa che fa sentire tutti a casa propria, perché darsi tanto da fare per cercare la strada del retto vivere, del retto operare, del retto pensare? A che servono i valori e i doveri quando comunque la Chiesa ci assolve tutti, qualsiasi cosa si faccia? A cosa servono quando il sacerdote, attraverso la confessione, ci perdona? A cosa servono se i miei figli ed io saremo comunque accolti in parrocchia, giocheremo a pallavolo con le altre famiglie, faremo cene e pranzi conviviali, parteciperemo al presepio vivente? (1-continua)