Le alternative di Papa Bergoglio

in foto: Niccolò Machiavelli

La carenza dei valori e del senso del dovere che viene imputata spesso a noi italiani e alle nostre classi politiche hanno certamente molte cause; forse una è la debolezza dello spirito cattolico, come Machiavelli osservò già cinque secoli fa. Credo sia questa l’ingerenza più preoccupante della Chiesa nella vita della nostra società, non le dichiarazioni del Segretario di Stato del Vaticano. Quella della Chiesa è una presenza diffusa e quotidiana che annacqua, indebolisce e assolve la coscienza civile degli italiani, contribuendo a renderli indifferenti verso il problema della rettitudine morale, convincendoli che non c’è nulla di male a vivere in modo contraddittorio, ovvero pregare durante la messa domenicale e assumere comportamenti avversi alla dottrina della Chiesa durante il resto della settimana.

La stessa Chiesa è contraddittoria e insegna nei fatti, se non nelle dichiarazioni, una certa indifferenza ai valori: ciò che la dottrina afferma a livello ufficiale, sempre più di frequente è disatteso nella pratica quotidiana, nella vita degli oratori e delle parrocchie, nel comportamento che il sacerdote assume all’interno della comunità parrocchiale. Il sacerdote, come un mediatore, è chiamato ad applicare i principi adattandoli alla realtà del suo mondo. Comportamento sensato e condivisibile, fino a che non produce effetti paradossali: il parroco che accoglie l’omosessuale è un buon cristiano, ma contraddice la dottrina; quello che assolve e benedice il divorziato è giustamente ammirato e amato, ma è in contrasto con i principi che dovrebbe osservare; quello che perdona l’adolescente che sfoga la tempesta ormonale verrà ricordato come comprensivo, ma il sesso prematrimoniale non sarà per questo legittimato dalla dottrina ecclesiastica.

[quote|left]|Perché la Chiesa condanna comportamenti che poi il sacerdote assolve?[/quote]Certo, l’imitatio Christi è l’essenza stessa del cristianesimo, perciò è cosa buona e giusta perdonare l’uomo che pecca, così come Gesù perdonò la Maddalena. Dove c’è l’uomo, afferma padre Alberto Maggi, c’è Cristo, perciò è autenticamente cristiano perdonare il peccatore con le sue debolezze. Ma qui, allora, devo toccare una questione più universale, non solo italiana; una questione che potremmo definire “rapporto della Chiesa con il mondo moderno”, non solo con la società italiana. Tale questione è condensabile nelle seguenti domande: perché la Chiesa continua a condannare, dal punto di vista dottrinale, comportamenti che, nella pratica quotidiana del sacerdote, verranno molto probabilmente perdonati invocando dozzine di attenuanti? Non genera confusione, incertezza e diffidenza verso i doveri e verso i principi questa “doppia morale”? Non produce come esito la convinzione che le dichiarazioni di principio siano poco vincolanti sul fronte delle scelte pratiche?

Un caso che fece scandalo (2012)in foto: Un caso che fece scandalo (2012)

La Chiesa sa che il mondo sta procedendo da almeno cinque secoli nella direzione della secolarizzazione: perché continua a condannare questa tendenza, se poi il parroco è costretto ad assolvere il singolo comportamento “secolarizzato” per non essere troppo in disaccordo con la propria comunità? Nel XIX secolo il Sillabo condannò, oltre al socialismo, anche la libertà di culto; condannò chi sosteneva che il Papa non avesse diritto al “civile impero”, ovvero al potere temporale; condannò, infine, “progresso, liberalismo e moderna civiltà” (Sillabo, proposizione LXXX). Dal pontificato di Leone XIII la Chiesa capì, pur non dichiarandolo apertamente, che la pubblicazione di quel documento fu un errore, e cominciò a ripensare il proprio rapporto con il mondo moderno, giungendo, dopo un travaglio durato quasi cento anni, ad accettare non solo la libertà di culto, di opinione e di stampa, ma persino il progresso e la democrazia liberale. Perché oggi non si decide a rivedere le proprie posizioni dottrinali nei confronti di questioni come la sessualità, il matrimonio, la vita? Perché preferisce l’ambigua convivenza di una dottrina che nega con un ministero che assolve?

Frontespizio de "Il Sillabo", 1864in foto: Frontespizio de "Il Sillabo", 1864

Se è vero che esiste una contraddizione profonda tra fede professata e fede vissuta nel corpo universale della Chiesa, in Italia il contrasto appare ancor più marcato a causa della secolare abitudine della società civile, cui ha contribuito la stessa educazione cattolica, a non dare importanza alla coerenza imposta dalle scelte di principio. Stando così le cose, non mi stupisce che molti preti italiani preferiscano diffondere un’immagine della fede più in linea con la società del consumo, una fede permissiva, giocosa, persino trasgressiva: feste, canzoni, gite, gioia di vivere, piuttosto che ricordare la compassione verso la sofferenza e il mistero della morte che attende ogni uomo. Nessun prete alla messa domenicale afferma più “ricordati che devi morire!”. Non sarebbe politically correct, spaventerebbe i bambini allontanandoli dall’oratorio. Il prete che pronunciasse queste parole sarebbe attaccato dalla pubblica opinione, i genitori indignati andrebbero a manifestare davanti alla curia e il vescovo rimuoverebbe l’incauto sacerdote… La stessa immagine di Dio, ammesso che un cattolico medio italiano ne abbia una, è spesso fabbricata ad hoc dal singolo fedele, sulla base delle proprie esigenze, dei propri impulsi, dei propri appetiti, anche se si tratta di un’immagine in contrasto con quella che si evince dalle Sacre Scritture. Dio può essere concepito come principio creatore, oppure fratello, oppure sostenitore dei diritti civili, oppure agitatore rivoluzionario, oppure fautore dell’amore libero, a seconda delle inclinazioni soggettive.

A quanto pare, leggendo ad esempio la ricerca di Garelli, la Chiesa italiana accetta tutte queste immagini e non chiede ai fedeli sforzi per elevarsi a comprendere ciò che essa stessa ha affermato nei secoli e che è depositato nei testi, non chiede di leggere, di sollevarsi all’altezza di quella sapienza, ma accetta che ogni italiano modelli la propria Chiesa sulla base del proprio ombelico. Così, vi sono persone che vanno regolarmente in Chiesa pur professandosi cattolico-musulmani, o addirittura atei. Non solo vanno a messa, ma frequentano le attività della parrocchia: fanno catechismo ai bambini, organizzano cene conviviali, tornei parrocchiali di calcetto, campi-scuola, ecc. ecc. La Chiesa lo sa, accetta, ne è felice e prospera, mantenendo inalterato il numero dei fedeli.

[quote|left]|Recuperare la pecorella smarrita equivale a ottenere il customer satisfaction?[/quote]La Chiesa si difende da queste accuse sostenendo che essa deve accogliere tutti per portarli verso la fede, per aiutarli a trovare Dio: meglio un ateo dentro la Chiesa che un fedele indifferente. Questo mi sembra anche il pensiero di Papa Francesco. D’accordo: ma fino a che punto si deve spingere il magistero ecclesiastico per non confondere l’opera di recupero della pecorella smarrita con un’impresa commerciale, basata sul principio del customer satisfaction? In altre parole, la Chiesa in Italia attira verso di sé gli individui per educarli e correggerli o per soddisfare le loro richieste di servizi?

Un leader politico italiano sa bene che se vuole affermarsi non deve usare un linguaggio troppo impegnativo, non deve essere troppo realistico, non deve mettersi di traverso rispetto ai comportamenti più diffusi tra i propri connazionali. Perciò da quando è nata la Repubblica tutti i leader hanno preferito parlare agli elettori con il linguaggio dell’ideologia: noi siamo i buoni, gli avversari sono i cattivi. Semplice, immediatamente comprensibile. Poi, una volta eletti, i percorsi più battuti sono stati il consociativismo tra buoni e cattivi, la difesa degli interessi di parte, oppure il nulla. Spesso tutt’e tre le cose insieme. Infine, per soddisfare le richieste dei propri elettori, e garantirsi così il consenso, i politici hanno usato a profusione il denaro pubblico. Insomma, dichiarazioni di principio forti e chiare cui non tenevano dietro comportamenti coerenti: l’italiano, allevato nella melassa cattolica fin dalla nascita, ha sempre compreso e accettato. Non ha più accettato e ha iniziato ad arrabbiarsi non tanto quando ha scoperto gli scandali (noti da anni), bensì quando non è stato più possibile erogare risorse; ma sarebbe pronto a votare anche per il diavolo se questi gli promettesse la riapertura della cornucopia statale.

Papa Francesco friendly…in foto: Papa Francesco friendly…

Che c’entrano la Chiesa e Papa Bergoglio con tutto ciò? Il nuovo Pontefice, per ora, sembra parlare il linguaggio che gli italiani vogliono sentire, o per lo meno quello che vuole sentire il cattolico medio italiano. Riprovazione della classe dirigente corrotta; accoglienza per il povero (anche se è un finto-invalido) e per l’immigrato (anche se non sappiamo dove collocarlo); condanna della guerra senza se e senza ma (anche quelle contro i dittatori); comprensione per gli omosessuali; giustificazione e perdono per tutti. Anatema, invece, contro il denaro e contro il profitto. Una Chiesa anticapitalista, socialistoide, sinistrorsa che abbraccia tutti, che ama tutti, salvo i ricchi: come potrebbe, soprattutto in questo momento, non essere amata da un italiano? Come potrebbe la politica sottrarsi a questo abbraccio? Come potrebbe mettersi contro un uomo e un’istituzione che tutti amano? Meglio elogiare il Pontefice, mostrare sussiego dinanzi ad ogni sua parola, ostentare affinità tra esse e il programma della propria parte. Così alle elezioni l’italiano, in un’epoca di rubinetti chiusi e di vacche magre, potrà scegliere il più “papista” tra i partiti e il più “bergogliano” tra i leader.

Certo, le cose sarebbero ben diverse se l’attuale Pontefice cambiasse la dottrina: egli è l’unico in grado di farlo, ha il potere per introdurre principi nuovi nel cattolicesimo. Allora la prassi non sarebbe più in conflitto con gli assunti dottrinali, tutto sarebbe più chiaro e la scelta di professarsi cattolico sarebbe meno opportunistica e più consapevole. Ma… ma c’è un ma. L’irrompere del mondo moderno nella teologia cattolica, la sua approvazione totale da parte di questa renderebbe ancora plausibile l’esistenza della Chiesa? Una Chiesa che accettasse la secolarizzazione avrebbe ancora motivo di esistere? E il cattolicesimo cosa diventerebbe? Rimarrebbe una religione con un suo corpus rituale-dottrinale o si trasformerebbe in una generica inclinazione etica?

Forse sono proprio queste le ragioni che spiegano l’ambiguità che ho descritto finora: la Chiesa non può accettare ufficialmente il mondo attuale e l’insieme di tutte le sue libertà e licenze; se lo facesse scomparirebbe, e con essa il suo potere si dissolverebbe. Ma non può neppure opporsi ai singoli comportamenti del mondo attuale, per non perdere la sua influenza sulle coscienze; quindi li perdona, almeno quando ciò le consente di non esporsi troppo e di non contraddirsi in modo davvero eclatante.

In Italia una Chiesa incline al buonismo morale ottiene sicuri vantaggi politico-sociali. E altrove? Non sono in grado di esprimermi con la stessa perentorietà per il resto del mondo. Tempo fa sottoposi questi miei dubbi ad uno dei più importanti intellettuali italiani, Ernesto Galli della Loggia, il quale mi fece notare che la forte presenza della Chiesa nelle società di paesi come l’Austria o la Spagna non ha prodotto le stesse conseguenze osservabili nella nostra. Come mai? Non è allora imputabile alla Chiesa la deriva seguita dal cattolicesimo nel Bel Paese? La risposta sta probabilmente nel fatto che l’Italia ospita da secoli la sede del potere temporale ecclesiastico, lo Stato Pontificio prima, il Vaticano poi. La presenza nella nostra nazione dell’apparato politico del cattolicesimo ha contribuito a rendere la Chiesa nazionale più opportunista, più attenta al problema del consenso che a quello della coerenza, più impegnata a piacere che a educare. Insomma, in Italia la Chiesa, a causa della presenza del suo Stato, sarebbe diventata più simile alla politica nostrana, e i suoi prelati più simili ai nostri politici.

[quote|left]|A Papa Francesco non basterà tuonare contro i ricchi[/quote]Se le cose stanno così, se cioè la Chiesa italiana si è politicizzata nel senso meno nobile del termine, a Papa Francesco non basterà tuonare contro i ricchi per affermare l’immagine di purezza e povertà di cui è diventato alfiere, e forse non gli basterà neppure operare una profonda pulizia morale e politica nel corpo della gerarchia. Dovrà preparare giovani e combattivi sacerdoti ad affrontare una sfida più importante, quella con il mondo secolarizzato, convincendoli che, se vogliono restituire alla Chiesa forza e rilevanza morale, devono essere pronti ad accettare, come effetto collaterale, una cospicua riduzione del numero dei fedeli e, quindi, anche del potere. Una Chiesa più debole ma più pulita. Oppure una Chiesa machiavellica ma politicamente forte. In Italia e nel mondo. Quale strada sceglierà Bergoglio? (2-fine)