Caro ministro Poletti,

in quanto italiano che vive all'estero mi sento chiamato in causa dalla sua frase sprezzante "Conosco gente che e' andata via e che e' bene che stia dove e' andata, perché sicuramente questo Paese non soffrira' a non averli più fra i piedi". Non so chi siano le persone di cui si circonda o a chi faccia riferimento ma le sue considerazioni sono un pugno nello stomaco, peggio, un vero e proprio oltraggio a chi ha lasciato l'Italia per cercare di costruirsi un futuro migliore altrove. Sappia soltanto che la diaspora di giovani laureati italiani verso l'estero è un problema soprattutto suo e di questo governo (e dei governi che l'hanno preceduta e che seguiranno) e che se l'Italia continua cosi, con i giovani che fuggono via per trovare lavoro all'estero, tra i suoi piedi presto non ci sarà più nessuno. L'Italia, che già si spopola, sarà destinata a scomparire perché senza un ricambio generazionale, senza le nuove intelligenze, senza la scienza e la cultura questo paese è destinato alla deriva culturale e sociale. Lei forse non si rende conto del danno che la sua generazione politica e quelle che l'hanno preceduta sta arrecando ad intere generazioni di giovani italiani. Lei sa, caro ministro Poletti, che l'ERC (European Research Council) quest'anno ha selezionato i 314 migliori ricercatori del continente (su 2.274 candidati) fornendo loro 605 milioni di euro per portare avanti i loro progetti e che l'Italia si è confermata come uno dei paesi più competitivi d'Europa? Lo sa pero' che la maggior parte dei vincitori italiani lavora in università ed istituzioni europee ma non italiane? Si è mai chiesto come mai? Non dovrebbe essere forse una prerogativa, un obbiettivo di un ministro del lavoro creare le condizioni affinché i giovani italiani possano svolgere le proprie ricerche, intraprendere le propria attività professionali in Italia? Perché non chiede ai vincitori italiani dell'ERC in istituzioni straniere le ragioni che li hanno spinti a lasciare l'Italia, perché non s'informa sulle condizioni della ricerca o delle attività imprenditoriali per giovani in Italia e all'estero, perché non s'informa sui sacrifici fatti per giungere dove sono giunti, perché non ascolta le ragioni di coloro che sono stati obbligati a lasciare l'Italia? Non basta la gerontocrazia che impera nel nostro paese, non basta il baronato di dinosauri cristallizzati nelle proprie posizioni accademiche, scientifiche e culturali, non bastano  le aziende che non pagano, le varie "repubbliche di stagisti", il lavoro per pochi eletti mentre la meglio gioventù, non avendo spazio, è costretta a sloggiare per cercarsi un'opportunità altrove. Ora ci si mette anche un ministro del lavoro che invece dovrebbe lodare coloro che rischiano perché crearsi una carriera all'estero, caro Poletti, è difficile, difficilissimo. Ci provi lei ad abbandonare tutto, a seguire i corsi dell'università in una lingua straniera, a parlare e scrivere in tre o quattro lingue contemporaneamente, a cercare d'inserirsi in società che hanno sistemi e burocrazie diverse dalla nostra, ci provi lei a cercare casa, lavoro, amici in una terra straniera a 25, a 30 o a 40 anni. Chissà se dopo tutto cio' che è successo a Parigi, Bruxelles, Berlino lei avrà anche il coraggio di chiederà scusa alle famiglie di Valeria Soresin o di Fabrizia Di Lorenzo, due italiane all'estero, per aver infangato la reputazione di tutti coloro che sono stati costretti a lasciare l'Italia per proseguire le proprie ricerche ed attività professionali all'estero e che magari se avessero avuto la possibilità di restare nel nostro paese ora sarebbero ancora vivi. Ci ha mai pensato caro ministro Poletti? A tutti coloro che rischiano per costruirsi un futuro anche altrove visto che in Italia, caro Poletti, ci sono persone come lei che, con il proprio disprezzo, hanno condannato intere generazioni di italiani.