in foto: Dente (Ph: Sebastiano Bongi Tomà)

Il 7 ottobre 2016 è uscito Canzoni per metà, il sesto album di Dente, un'opera che «raccoglie canzoni un po' anomale, apparentemente non sviluppate, come se fossero state lasciate a metà appunto. Resta il fatto che nella mia visione della musica queste non siano ovviamente canzoni incompiute, ritengo infatti che le canzoni sincere e ben fatte abbiano una loro dignità indipendentemente dal numero di strofe e ritornelli che contengono». Il disco – scritto, arrangiato e suonato completamente dal cantautore, mentre le registrazioni sono state affidate a Andrea Appino, leader degli Zen Circus – è stato anticipato dall'uscita del singolo Curriculum, accompagnata lo scorso 13 settembre da una maratona social di ben tredici dirette Facebook realizzate in una sola giornata a Milano.

Curriculum è il primo singolo estratto dal tuo nuovo album, Canzoni per metà. Come mai la scelta è ricaduta su questo brano? Anche la sua durata è piuttosto singolare…

«Perché, essendo la durata singolare, era perfetto per fare un singolo».

Per il lancio del singolo, hai condotto ben tredici dirette Facebook in un solo giorno (da mezzogiorno a mezzanotte), in quella che può essere definita una maratona social. Oggi come oggi, i social network sono indispensabili per un artista?

«Oggi come oggi i social network sono molto utili, ma non credo indispensabili».

La copertina del disco
in foto: La copertina del disco

Allarghiamo la visione d’insieme. Cosa definiresti Canzoni per metà?

«Lo definirei un mio disco, molto bello, anche un esperimento per vedere se ho ragione io o se ce l'hanno gli altri».

Una particolarità dell'opera: ti sei cimentato in ogni figura possibile (bassista, tastierista e altro ancora). La ritiene un’operazione riuscita?

«Si, la ritengo un'operazione riuscita. Non volevo strafare, l'intento era quello di suonare tutti gli strumenti  come li so suonare io (male)».

Seconda particolarità: si tratta di un disco pieno di autocitazioni…

«Non so perché ci siano tante autocitazioni, perché ho messo insieme tante canzoni, perché stavano bene insieme e c'è questo cerchio un po' che si chiude per i miei dieci anni di carriera, e quindi le autocitazioni ci stavano bene. E poi mi son sempre piaciute molto».

In Canzoncina, singolo che apre il disco, scrivi "I cantautori non vendono più". Come inquadri questa figura nell'attuale panorama musicale italiano?

«La inquadro come una figura necessaria e utile. Ci son sempre stati i cantautori da quando nasce il termine stesso, forse anche da prima che esistesse la parola "cantautori". Ed è bello che ci siano anche oggi, da qualche anno a questa parte è un po' rifiorita la serra dei cantautori».

Il tuo disco non va ascoltato una volta sola, ma ci vuole attenzione per capirne i messaggi, i punti di riflessione e le interpretazioni. A tuo avviso, questa componente musicale è sempre meno presente nella musica italiana? Penso anche alla piega che molti network radiofonici stanno prendendo, puntando molto di più su canzoni con tanti ritornelli a discapito dei pezzi "più ragionati".

«Le radio sono molti anni che fanno così, che ragionano solo in quel modo lì. Ma non è vero che è meno presente questa componente. Continua ad esserci ed è bello che ci sia, com'è bello che ci sia anche la musica meno ragionata. Io non credo di fare musica molto ragionata, però sicuramente bisogna soffermarsi di più per apprezzarle, anche perché non mi piace il termine "capite", le cose vanno apprezzate. Però, è bello che vada ascoltato non solo una volta, i dischi che io ho ascoltato una sola volta erano brutti».

Di conseguenza, pensi sia più difficile trasmettere delle riflessioni attraverso la musica?

«No, questo assolutamente no. Dipende in che modo la fai la musica, si possono dire delle cose fortissime anche con un ritornello super pop: quindi, sta a noi decidere un po' come fare le cose».

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in foto: Dente (Ph: Sebastiano Bongi Tomà)

Ho notato una caratteristica costante nei tuoi album: le canzoni le fai per te. Non fraintendermi, ma rispetto ad altri colleghi non sembri un artista che fa musica per gli altri, ma racconti la tua sincerità attraverso la stessa. Sbaglio?

«Non sbagli per niente. È una cosa brutta da dire, ma ho sempre fatto le canzoni per me da quando non avevo un pubblico. Se poi questa continuità di sincerità è vista male, non so cosa farci. Però, ognuno ha sempre qualcosa da dire, ed uno dei pochi vanti della mia vita è che io continuato a fare questa cosa qua, fare dischi – oramai il sesto – in questo modo, facendo canzoni non perché ho urgenza di farle».

Quanto i talent show influenzano il mondo della musica?

«Non mi intendo molto, perché io non li ho mai visti. Sono sincero, non lo dico per fare il figo ma non ho mai visto una puntata di X-Factor. Più che la musica, i talent stanno influenzando i musicisti, le persone che vogliono fare quel mestiere non tanto perché hanno l'urgenza di dire le cose, come ho avuto io e continuo ad avere o come molta gente che conosco, ma perché vogliono diventare famosi. Da Saranno Famosi in poi è stato un disastro, perché l'unico obiettivo è quello di andare in televisione e farsi vedere, farsi riconoscere per strada, e la musica passa più in secondo piano. Credo che questa sia la cosa più tragica della situazione».

E la musica emergente che stagione sta vivendo?

«Vive sempre delle buone stagioni. Quando uno è emergente, c'è sempre l'entusiasmo. Che poi la parola "emergente" mi fa proprio schifo: perché devo emergere da cosa? Mi ha sempre dato l'idea di una cosa soffocante. Mi son sempre immaginato questi gruppi che nuotano cercando di salire verso la superficie dell'oceano, e sono lì che vedono la luce ma non riescono ad emergere, e soffocano. È un'immagine veramente orribile. Ad ogni modo, quando si è freschi  e quando appunto si ha voglia di fare le cose per amore di fare le cose, è sempre bello. Quindi tutte le cose nuove sono belle e giuste».

Nel tuo decennale pubblichi un album il cui titolo può essere interpretato come una promessa per un futuro ancora pieno di canzoni. Possiamo darne anche questa chiave di lettura?

«ll futuro c'è, ho già delle canzoni nuove. Poi, quando escono i dischi – la gente non lo sa -, per noi sono già vecchi. Ho finito di registrarlo a dicembre, per me è già andato. Oggi sto già pensando al prossimo».

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in foto: Dente (Ph: Sebastiano Bongi Tomà)

Dieci anni, di per sé, sono tanti. In cosa sei maturato durante questo periodo?

«Non credo di essere maturato più di tanto. Sono cambiate tante cose nella mia vita in questi dieci anni, che sono pochi comunque, speriamo di farne trenta o quaranta».

Domanda da un milione di dollari: SIAE o suondreef?

«Se vinco, mi dai un milione di dollari però. È importante, perché ci penso meglio (ride). Non lo so, per me soundreef è ancora presto per riuscire ad inquadrarlo ed a capire cosa può fare oppure no. La SIAE è la SIAE, con i suoi difetti e i suoi pregi».

«Ho letto che il disco esce sotto Pastiglie, la tua etichetta. Quant'è importante per un artista avere la libertà di sperimentare? In passato, hai notato determinate aziende discografiche che ti chiedevano di cambiare il tuo stile o orientavano le tue scelte?

«Nessuna etichetta ha mai provato a fare questo. La questione dell'uscita con Pastiglie non cambia di una virgola la libertà artistica. Ho sempre fatto i dischi come li volevo fare e come mi pareva. E dopo averli fatti e registrati, li presentavo alle case discografiche, che si prendevano quello che c'era. Anche se oggi un discografico provasse oggi, nel 2016, a dirmi qualcosa a livello artistico, lo manderei a fanculo. Perché i discografici di oggi sono della gente che potrebbe vendere qualsiasi cosa. Una volta avevano un potere artistico importante, adesso non ce l'hanno più».

Ad ottobre inizia un nuovo tour, ad accompagnarti ci sarà una nuova band…

«La band si chiama Plastic Made Sofa e si sono prestati per questo tour a diventare la mia band. Sarà un tour molto lungo, serrato. Sono molto contento del risultato che stiamo avendo alle prove. Ci saranno canzoni nuove e vecchie, di repertorio, sarà un concerto bello lungo e spinto. Sessualmente (ride). No, scherzo».