in foto: Foto Fabio Cimaglia / LaPresse
01–12–2016 Roma
Otto e Mezzo. Matteo Renzi

La “partita” è terminata ed il popolo, se i dati definitivi confermeranno i primi a disposizione in questo momento, ha inequivocabilmente parlato.

Non è stata certo la prima volta che è accaduto: appena pochi mesi fa, nel mese di Maggio, il Partito Democratico perse la sfida dei sindaci in quasi tutte le più importanti città italiane.

Roma in testa e, a seguire, Napoli e Torino. Solo Milano fu strappata (alla destra in quel caso) di misura, cosa che servì solo ad attenuare il peso della disfatta elettorale.

Adesso, tuttavia, a distanza di pochi mesi e su un terreno diverso, il referendum sulla riforma della Costituzione, Matteo Renzi esce nuovamente e pesantemente sconfitto.

“Alea iacta est”, potremmo eloquentemente esclamare.

Di questo si tratta, pur essendo il referendum, per ovvi motivi, tecnicamente non sul Governo ma su un tema “neutro”, come quello della revisione della legge fondamentale dello Stato.

Come già scritto in passato, tale è stata la martellante e spettacolare personalizzazione fatta dal giovane Presidente del Consiglio, spuntato ogni giorno di questi sei lunghissimi mesi di campagna elettorale in TV e sui giornali, che è divenuto chiaro a tutti l’intenzione netta di utilizzare questa importante occasione come strumento per un plebiscito sulla sua persona.

Purtroppo per lui, dopo aver già perso le elezioni comunali, il plebiscito lo ha perso.

Di fronte a questo dato farebbe bene a prendere, nelle prossime ore, la decisione più nobile e netta possibile: recarsi dal Capo dello Stato e rassegnare nelle sue mani le immediate dimissioni.

Le ragioni sono molteplici e diventa quasi superfluo ribadirle: in primis dare seguito, degnamente, alle sue stesse dichiarazioni secondo cui, a seguito di un’eventuale sconfitta referendaria, avrebbe addirittura lasciato non solo la guida del Paese ma addirittura la vita politica.

Poi, via via, quelle altrettanto importanti da un punto di vista istituzionale.

Aver preteso, ad esempio, di cambiare la Costituzione usando il peggior metodo che in una democrazia sia possibile, ovvero quello di arrivare al risultato finale pur senza riuscire a mantenere o cercare un accordo con nessuna delle opposizioni in Parlamento (Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega Nord, Sinistra Italiana e Fratelli d’Italia).

Aver promulgato poi una riforma che nei principi poteva anche risultare condivisibile ma, nei fatti, lo era molto meno (lasciare in vita un Senato sostanzialmente inutile e dalla dubbia rappresentatività è peggio che non superarlo di netto, abolendolo del tutto come ente legislativo).

Infine aver legato, politicamente, la riforma della Costituzione ad una legge elettorale, il famoso Italicum, dai fini difficilmente contestabili (dare un risultato chiaro e non essere fonte di caos post-voto) ma realizzata in modo oggettivamente squilibrato e pericoloso, ovvero quello della volontà di premiare comunque un solo partito (e non una coalizione), a prescindere da quanto quest’ultimo possa essere davvero rappresentativo di una società purtroppo al momento molto frammentata.

Che Matteo Renzi rassegni dunque le dimissioni, dopo aver registrato in due occasioni un dissenso esplicito del popolo italiano rispetto alla sua linea di condotta.

A dirla tutta, la sua sconfitta è ancor più brutale se si guarda all’inizio della “storia”, avvenuta circa 3 anni fa.

Il suo Governo era appena insediato, il Paese era oggettivamente bloccato grazie all’ostruzionismo di Beppe Grillo, il cui peso elettorale aveva eroso la capacità del PD di formare da solo un esecutivo senza l’appoggio di spezzoni della destra berlusconiana.

Anche i più restii, a sinistra, a vedersi accomunati al renzismo alle porte, non avevano potuto far altro che affidarsi alla sua oggettiva energia propulsiva per fermare la deriva populista del Movimento 5 Stelle: si arrivò, così, ad un clamoroso 40% alle elezioni europee, cosa che costruì un’incredibile discesa per il giovane leader attraverso cui poter prendere, per almeno un decennio, il Paese in mano.

E invece, dal giorno dopo, Renzi tradì clamorosamente quell’enorme consenso, ottenuto unendo un disorientato popolo progressista.

Riforma del lavoro di stampo liberista (storico cavallo di battaglia della destra berlusconiana), provvedimenti sulla scuola che hanno accontentato molti ma scontentato diversi altri che della scuola facevano già parte, in qualità di docenti precari di alcune graduatorie (e titolari di abilitazioni ottenute studiando e investendo ingenti risparmi), vistisi scavalcare talvolta da chi, pur vincitore di concorso, in un’aula, come docente, non c’era mai entrato.

Innalzamento della soglia del contante da 1000 a 3000 euro, da molti ritenuto pericoloso ai fini della possibilità di controllo dell’evasione fiscale (cancro dell’economia italiana) e, più di recente, una mini-riforma delle pensioni che, pur abbassando giustamente l’età di uscita dal mondo del lavoro, lo rende possibile soltanto a quelli disposti a stipulare un debito con le banche (e quindi capaci di rinunciare ad una fetta non trascurabile della pensione stessa).

Questo per non parlare dell’eliminazione dell’Imu sulla prima casa anche alle classi più abbienti della popolazione, revival berlusconiano capace di sottrarre miliardi di euro alle già disastrate casse dei Comuni, incapaci quindi di mantenere i già precari servizi ai più deboli e bisognosi, o anche di provvedimenti per il rientro dei capitali dall’estero, molto simili a condoni fiscali mascherati (alla faccia di chi le tasse le ha sempre pagate per intero).

Insomma, col paese in mano e la possibilità teorica di fare alcune, anche limitate, cose di sinistra (e, non dimentichiamo, con la forza di non temere un eventuale voto anticipato in caso di interdizione parlamentare), il giovane Matteo ha preferito, in questi 3 anni, spaccare gli elettori del suo partito, che non avevano certo votato Bersani e Vendola per dar vita a politiche di questo tipo, lasciare che la base lo abbandonasse progressivamente (verso l’astensione o addirittura verso i 5 stelle) e, oggettivamente, dar vita ad una macabra mutazione genetica verso una formazione di stampo liberale con programmi liberisti (più volte incitate e suggellate dal plauso di Confindustria e di Sergio Marchionne, vero stratega del nuovo capitalismo italiano).

Un politico, per quanto giovane e carismatico, non può tradire sfacciatamente in questo modo il voto di milioni di italiani, anche quelli a lui più vicini, senza pagare prima o poi un prezzo altissimo.

E’ quello che è accaduto nella giornata di oggi, né più né meno.

Dentro la cabina, gli italiani (soprattutto quelli ancora orgogliosamente di sinistra), ancor più delusi di quanto non lo fossero già tre anni fa, hanno spedito al Presidente del Consiglio un messaggio chiaro: oltre a contestare questa riforma della Costituzione da lui tanto promossa, attendono platealmente un suo passo indietro.

Le dimissioni chiuderebbero per sempre questa brutta storia.